Fabio Delizzos.
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Il libro segreto del Graal.
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Parte 1.
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2015. Newton Compton Editori, ROMA.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La reliquia pi ricercata della storia sta per essere ritrovata
1209. Mentre in Provenza sta infuriando la crociata contro gli eretici catari e nella citt di Besirs si sta compiendo un massacro, un templare chiamato Cercamon arriva in missione per conto del gran maestro dell'Ordine, con il compito di recuperare la pi preziosa delle reliquie. Nella contea di Moriana-Savoia, intanto, un valoroso cavaliere di nome Pius di Rossocuore, grande appassionato dei racconti sul Graal,  impegnato a difendere l'onore e il castello di una dama, Iselda di Occitania, accusata di essere un'eretica. La bella nobildonna  costretta a vivere al buio per una grave malattia e Pius vuole aiutarla a guarire. Per questo crede ciecamente nell'esistenza del Graal e nelle sue qualit miracolose. E la speranza di ritrovarlo si accende in lui proprio quando, nella contea, si presenta Cercamon. I due cavalieri si lanceranno cos in una ricerca avventurosa - tra indizi e inganni, magie e ostacoli, nemici e insospettabili alleati - ma finiranno inevitabilmente per scoprire molto pi di quanto mai avrebbero potuto immaginare.
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Il gran maestro dell'ordine ha parlato: la preziosa reliquia deve essere recuperata .
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Dedica: Ai miei genitori.
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Nota dell'autore.
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Nel Medioevo le campane di chiese, abbazie e conventi rintoccavano ogni tre ore, secondo gli Uffici dei monaci, dando un ritmo anche alle giornate dei laici che erano all'esterno, coloro che lavoravano o combattevano.
Mattutino: mezzanotte
Laudi: le tre
Ora prima: le sei
Ora terza: le nove
Ora sesta: mezzogiorno
Ora nona: le tre pomeridiane
Vespri: le sei
Compieta: le nove
Questi intervalli non erano uguali sempre e ovunque, perch le dodici ore del giorno e le dodici ore della notte crescevano e diminuivano secondo il variare annuale del sole: d'estate erano pi lunghe le ore diurne; d'inverno, quelle notturne.
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Prima parte.
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1. Charbonnires, Contea di Moriana.
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Nell'anno dell'incarnazione del Signore 1209, giorno diciottesimo di luglio, compieta.
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A quell'ora della notte, la taverna dell'Orso era sempre affollata. I boccali di birra volavano dalle botti alle tavole, sciabordando schiuma sui rimasugli di carne arrostita e sui formaggi, e poco dopo erano di nuovo vuoti.
La taverna pi vicina al castello di Charbonnires era un posto allegro. Merito anche di Stabelo, il figlio dell'oste, che suonava e cantava senza preoccuparsi del frastuono che lo circondava, e spesso riusciva a far tacere tutti con la sua voce e le sue storie. Se scovava qualche musico o giullare tra la clientela, di sicuro Stabelo gli offriva la cena in cambio di qualche componimento nuovo. Aveva imparato la sua arte in questo modo, raccogliendo nel tempo un vasto repertorio, e si diceva che fosse uno dei pi bravi di tutta la contea. Una volta era stato chiamato a castello dal conte Tommaso, perch la contessa Beatrice desiderava ascoltarlo, avendone sentito parlare, e da quel giorno tutti lo rispettavano, e suo padre aveva smesso di considerarlo uno scansafatiche.
Anche quella sera l'atmosfera era riscaldata dalle sue melodie.
Non mancavano gli avventori del luogo, ma la clientela era costituita in prevalenza da viaggiatori. Di solito era difficile trovarvi le stesse persone della sera precedente. Mercanti e pellegrini si fermavano per ritemprarsi; i pi fortunati potevano pagarsi un giaciglio in cui passare la notte, poi tutti ripartivano e di rado tornavano, se non dopo molto tempo.
Gisone faceva eccezione e si recava alla taverna dell'Orso quasi tutte le sere. Di notte, dopo i vespri, nessuno aveva pi bisogno di un cavallo e, dunque, neppure del garzone di stalla. Allora, dopo aver dato da bere e da mangiare agli animali, dopo aver spazzato tutto lo sterco dalla stalla e aver sparso la paglia pulita per terra, lui veniva nella taverna per concedersi un boccale e ad ascoltare Stabelo o altri cantori, e non di rado racconti di viaggiatori e perfino delle dispute improvvisate fra eruditi di passaggio, che si accaloravano nelle loro elucubrazioni, dando spettacolo.
Calato il sole, un buon cristiano sarebbe dovuto andare a dormire, specialmente un ragazzo come Gisone, sul cui viso non era ancora spuntata la barba. La notte era del Diavolo, come insegnava la Chiesa. Ma questo, forse, valeva per gli altri. Per lui era proprio la notte a non odorare mai di sterco.
Svuot il boccale tutto d'un fiato e alit per esprimere la sua soddisfazione. Pens che prima di andare via ne avrebbe bevuto volentieri un altro. Quel giorno aveva lavorato duramente e se lo meritava. E poi poteva permetterselo: stavano passando molti cavalieri per Charbonnires, diretti in Provenza per unirsi alla crociata contro i catari, che veniva data per imminente, e qualcuno era stato generoso con lui. Negli ultimi due mesi aveva messo insieme un piccolo bottino, con il quale avrebbe potuto bere ogni sera per un bel po'.
Avete sentito?.
Gisone alz la testa per vedere chi aveva parlato.
L'avventore, ubriaco, apr le braccia e fece un rutto, poi si guard intorno per richiamare l'attenzione. Avete sentito o no?
S, abbiamo sentito, dissero da un'altra tavola, e ruttarono in coro, poi risero e bevvero.
Volevo dire se avete sentito che ci sar un duello all'ultimo sangue fra due cavalieri, proprio qui, fra qualche settimana. Avrei aspettato per assistervi, se solo potessi.
S, l'ho saputo, disse un altro. E sapete cosa ho pensato?
No, che cosa?
Che tutto sommato sono fortunato a non essere un cavaliere, rispose, poi trangugi tutta la birra, si sfreg la bocca con la manica e ne ordin ancora, mentre gli altri ridevano di gusto e dicevano che aveva ragione, innalzando i boccali in suo onore. Era vero: erano fortunati a non essere dei cavalieri, per lo meno in nottate cos tranquille e allegre.
Come sempre, Stabelo continu a cantare, incurante di tutto.
Gisone non lo ascoltava pi adesso, era distratto dalla conversazione che stava nascendo qualche tavola oltre la sua.
Io ho sentito dire che uno dei due cavalieri  un eretico.
E chi sarebbe?
Si chiama Pius di Rossocuore.
E dell'altro si dice che abbia preso parte all'ultima crociata e che sia tornato ricco, quattro anni orsono.
Un trafficante di reliquie.
Contro un eretico.
Gli avventori scoppiarono a ridere.
Un duello da non perdere!.
Altra risata.
Stabelo cantava.
Gisone sentiva il sangue ribollirgli nelle vene.
Prego Dio perch l'eretico esca dal campo cintato tirato per i piedi!, disse un pellegrino. Quando la birra non aveva ancora riscaldato gli animi, Gisone gli aveva sentito dire che era diretto a Santiago di Compostela.
Gli rispose un piccolo coro da un'altra tavola: A morte gli eretici!.
Ma qualcuno di voi sa perch combattono?
L'eretico se la spassa con una dama eretica, rispose uno dei pellegrini.
In tutta la taverna, risuonarono risate, volarono pacche sulle spalle e spruzzi di birra.
Gli unici a non ridere erano l'oste, preoccupato per il comportamento dei forestieri, Stabelo che cantava e suonava imperturbabile, e Gisone.
Come un lupo che avvista la preda, il giovane stalliere stava puntando la tavola da cui provenivano quegli insulti blasfemi verso Pius di Rossocuore e la dama che amava. Testa bassa, occhi alzati, guardava dritto davanti a s quel gruppetto di pellegrini ubriachi e stringeva i pugni cercando di rimandare indietro l'ira che gli saliva alla testa.
 una vedova.
Chi?
L'eretica.
Dicono che morirebbe se vedesse il sole.
Chi ti ha detto queste scemenze?
L'ho sentito anch'io.
Morirebbe se vedesse il sole? Cosa significa?
Che  vittima di un incantesimo.
Un incantesimo?
La dama  posseduta dai demoni!.
S,  cos.
E quel cavaliere la protegge.
Pare che abbia ucciso il nipote dell'altro con un pugno.
Dell'altro chi?
Dell'altro cavaliere.
Come si chiama?
De Flor, se non sbaglio.
S, si chiama Ervand de Flor. Ha un castello non molto lontano da qui.
E il castello dell'eretica dove sarebbe?.
Uno degli avventori indic fuori della taverna con un cenno. A un paio d'ore di cavallo.
Pare che il vescovo la voglia scomunicare.
E il cavaliere?.
Com' che si chiama?
Pius di Rossocuore.
Scomunicher anche lui.
Sempre che non lo abbia gi fatto.
Forse il vescovo sta aspettando di vedere come va a finire il duello. Magari muore e non c' bisogno di scomodarsi.
Risate e versi di giubilo, giustificati soltanto dai vapori della birra. Facce gonfie e rubizze, occhi lucidi e pieni di venuzze, simili a cristalli rotti.
Gisone si alz in piedi rovesciando la tavola e i cavalletti su cui poggiava. Fissava i pellegrini, furioso. Basta!, url.
Tacquero tutti e si voltarono verso di lui. Perfino Stabelo smise di suonare e sollev la testa.
Ritirate ci che avete detto!. Gisone punt il dito contro i pellegrini.
Quelli si alzarono. Erano quattro, e uno era particolarmente grosso. Dite a noi?.
Dico a voi.
Non voglio seccature nella mia taverna!, si intromise l'oste, imponendo le mani, come per calmare la clientela con un influsso miracoloso. Se avete qualcosa da discutere  meglio che andiate fuori. Avete capito?
Se hanno il coraggio, li sfid Gisone.
I pellegrini si scambiarono dei sogghigni complici e, uno dopo l'altro, uscirono e si fermarono oltre la porta.
Gli altri avventori ricominciarono a ridere, e adesso era lui l'oggetto dell'ilarit generale.
Andate, su, che aspettate?.
Se avete bisogno, chiamate, che veniamo a darvi manforte.
Risero a squarciagola. La birra rendeva divertente ogni cosa.
Gisone guard tutti con disprezzo e usc, la spada di legno che gli pendeva dalla cintura e sobbalzava a ogni passo.
I quattro lo stavano aspettando scrocchiandosi le dita.
Allora, cosa dovremmo ritirare?, chiese quello pi grosso, una cicatrice sulla guancia.
La maggior parte dei pellegrini erano balordi che stavano soltanto espiando una pena per qualche malefatta, e Gisone lo sapeva. Ma non aveva paura. Nessuno poteva permettersi di parlare in quel modo di messer Pius senza porgere le proprie scuse. Che uomo sarebbe stato se non avesse difeso il suo onore?
Estrasse la spada di legno e si mise in guardia.
I pellegrini lo guardarono, indecisi se piegarsi in due dal ridere o saltargli subito addosso.
Quello grosso sporse la testa in avanti e lasci cadere un filo di saliva.
Nel giro di qualche istante la clientela si era trasferita all'esterno. A quel punto l'oste era felice e stava gi augurandosi che la zuffa durasse il pi a lungo possibile, perch stavano arrivando parecchie richieste di altra birra.
Ma il legno di frassino  duro, si flette e non si spacca, e Gisone, pur essendo un umile stalliere, era cresciuto fra i cavalieri, li aveva visti addestrarsi, ogni giorno della sua vita, aveva imitato i loro colpi, avendo la fortuna di poter imparare da alcuni dei migliori schermidori in circolazione, fra cui il migliore in assoluto: messer Pius. Quindi, sapeva come si maneggia una spada.
Si avvent sul pi grosso. Abbassandosi sulle gambe e tenendo il busto eretto, assest un colpo secco alla tibia, poi lasci correre la spada facendole descrivere un cerchio nell'aria mentre si rialzava, fino a colpire l'uomo sulla fronte.
Il pellegrino vacill per qualche istante prima di cadere. Gisone riusc a stenderne altri due allo stesso modo. Il quarto, per, gli fece saltare via la spada di legno con un calcio alla mano e poi gli affond le nocche nell'occhio. L'uomo fece un sogghigno malefico e lo colp sul naso con un secondo pugno in rapida successione. Stava per sferrargliene un terzo quando uno degli avventori gli cadde addosso. Gisone si guard le mani piene di sangue, alz gli occhi e vide la rissa che era iniziata fra tutti i clienti della taverna. Anche l'oste stava menando le mani nel tentativo di chiudere tutti fuori. L'uomo che aveva travolto l'avversario di Gisone doveva essere stato lanciato come un masso. Adesso gemevano entrambi, ma il pellegrino si stava gi rialzando, e Gisone non riusciva a individuare il punto in cui era caduta la spada.
Cerchi questa?, gli chiese un altro viaggiatore. Forse un amico dei quattro, che era sopraggiunto per dare manforte. Aveva un brutto aspetto, sporco, ispido. Si appoggi la spada al ginocchio e la spezz. Le due parti le lanci contro Gisone, che per si era gi dileguato nel buio della notte e stava correndo alla cieca verso il castello di Charbonnires.
Niente di grave, pensava: si sarebbe costruito una spada nuova.

2. Saint Jean de Maurienne, Contea di Moriana,
castello del vescovo.

Piangi!.
L'urlo le tuon davanti al viso, fiato immondo. Prima di serrare le palpebre, e tenerle strette fino a sentire dolore, la fanciulla vide la bocca spalancata dell'uomo; un antro nero, cos vicino che pareva in procinto di risucchiarla, i denti simili a vecchie mannaie incrostate, l'ugola mostruosa che si agitava dietro la lingua come la coda di un drago. Quella bocca, insieme agli occhi e al mento, era l'unica parte visibile del volto che aveva davanti, il resto era nascosto da un elmo argentato. Al centro della fronte una testa di serpente, con le fauci spalancate, da cui spuntava una lingua biforcuta, che costituiva il nasale.
Piangi, ho detto!.
L'uomo la afferr per i capelli e la stratton con violenza. Sei sorda?, grid scaraventandola per terra.
La fanciulla in un'altra situazione avrebbe pianto per molto meno, ma il fatto che l'uomo glielo stesse ordinando le aveva ingarbugliato la mente. Doveva farlo a comando, e non ci riusciva. Eppure ci provava. Aveva sentito dire che gli attori pensavano ai brutti momenti della loro vita per stillare lacrime vere durante le recite, ma lei non trovava nella memoria una circostanza peggiore di quella in cui si trovava adesso. Anche gli episodi pi tristi le sembravano belli, in confronto.
So chi sei. Ti osservo da tanto tempo. Ti chiami Costanza, e sei la figlia del maniscalco dell'eretica. Vero?
S, mormor lei senza alzare la testa, evitando di guardarlo.
Uccider tuo padre, tua madre e i tuoi fratelli, la minacci l'uomo, alitandole sugli occhi chiusi. So dove vivono. Li scanner uno per uno e li dar in pasto ai maiali. La colp con uno schiaffo. Hai capito cosa gli faccio se non piangi?
S.
E allora fallo!.
Era stata catturata nei pressi della sorgente, dove andava ogni giorno a prendere l'acqua per tutta la famiglia. L'uomo l'aveva colta di sorpresa, alle spalle, le aveva impedito di urlare premendole una mano sulla bocca e spingendole un cencio fino alla gola, poi le aveva calato un sacchetto di canapa sulla testa e l'aveva caricata su un carro.
Lei aveva sobbalzato a lungo, senza sapere dove la stessero portando e cosa avessero intenzione di farle, e aveva pianto per tutto il tragitto. Questo era, forse, l'altro motivo per cui adesso non ci riusciva. Era come se le si fossero prosciugati gli occhi. Se li sentiva iniettati di sangue. La paura si era tramutata in terrore. Era paralizzata, al punto che non sarebbe neppure riuscita a scappare.
Ma dove andare?
Dove si trovava?
Per un attimo aveva pensato di essere nel ventre sgocciolante di un grande pesce, come il profeta Giona, e lo avrebbe preferito. Invece, il luogo aveva l'aspetto di un sotterraneo. I massi erano enormi e bitorzoluti. Forse, pens con un brivido, era stata portata nelle segrete di un castello. Pietra umida tutt'intorno. Una lampada a olio ondeggiava stancamente lasciando le ombre libere di moltiplicarsi.
Sei una piccola puttana schifosa, le disse l'uomo. Sbuff, prese la lampada e si allontan insieme alla luce. Cosa abbiamo qui?.
Lo vide avvicinarsi a una nicchia scavata nel muro. Dentro c'era una donna, i capelli arruffati, entrambi i polsi legati al muro con catene e bracciali di ferro. Lui le si inginocchi davanti e sfil l'oggetto su cui era seduta. Una scodella di rame. Guard dentro e annu soddisfatto. Brava, disse dandole una carezza, ma la donna gli sput in faccia. Lui rise. La costrinse a sedersi su un'altra scodella e torn dalla fanciulla. Guarda qui.
Lei sporse la testa, lo fece con riluttanza ma, visto che non riusciva a piangere, doveva approfittare di quella richiesta per mostrarsi ubbidiente, sperando di rabbonirlo.
La scodella conteneva del sangue. Lei non impieg molto a capire che si trattava del flusso mestruale di quella povera sventurata. In quel momento ebbe la percezione netta del pericolo: ci che le stava accadendo non era soltanto orribile, era anche molto grave. Adesso non era pi sicura che, se fosse riuscita a piangere, l'uomo avrebbe lasciato in pace la sua famiglia. Li avrebbe ugualmente scannati e dati in pasto ai maiali, come aveva promesso. Uno cos malvagio, pensava, poteva essere solo il Diavolo in persona, ributtato sulla Terra dalle viscere dell'inferno.
L'uomo stava versando un liquido trasparente sul sangue e lo rimestava con un ramoscello, mugolando una melodia. D'un tratto sembrava essersi calmato. Mosse gli occhi e la guard. Non tornerai mai pi a casa tua, le disse.
Io non ho fatto niente, messere, vi scongiuro.
Lo so che non hai fatto niente.
Allora perch mi avete arrestata?
Arrestata?. L'uomo si pieg all'indietro e gracchi in una risata ripugnante. Quando torn serio, pos la scodella per terra e si avvicin a lei, tenendole uno sguardo malefico conficcato nelle pupille. Alz le mani, incurv la schiena e disse: Io sono amico del Diabolo diaboliczo, sono servo e padrone di Satana sathaniczo. Mi chiamo Logran. Sono la morte. Sono la bestia dell'Apocalisse. Tir fuori la lingua e la mosse come quella di un serpente, sibilando con il naso. Voglio vederti piangere. Le afferr di nuovo i capelli e la scosse con brutalit fino a strapparglieli.
E a quel punto la fanciulla eruppe in un pianto inconsolabile.
Molto bene. Logran si precipit a metterle una scodella sotto il viso. Cos, maledetta cagna, cos. La costrinse a tenere la testa bassa, in modo che le lacrime cadessero nel contenitore.
Lei se le sentiva staccare dalle palpebre e poi le udiva tintinnare sul fondo. E pianse, come non aveva mai fatto in tutta la sua breve vita. Le gocce continuavano a cadere sul rame, ma ora non tintinnavano pi. Scivolavano in modo pietoso su altre lacrime, procurando all'uomo un grande piacere. Prov a pregare, ma le parole si erano come liquefatte e le sgorgavano dagli occhi.
Pianse a dirotto. Ogni volta che le sembrava di riuscire a smettere, l'uomo la strattonava e la insultava facendo strani grugniti, e tutta quella follia le si addensava nella testa e si sfogava in un pianto forsennato.
Capiva che quel mostro le stava come mungendo gli occhi.
Vers lacrime e bava nella scodella, e lo fece cos a lungo che a un certo punto Logran ritrasse la mano dicendo che poteva bastare. Pos la scodella accanto a quella con il sangue. Era molto soddisfatto. Hai sete?, le chiese.
Lei vide la sua ombra scivolare sul velo acquoso delle lacrime e non rispose.
Logran le fece sciabordare un secchio accanto all'orecchio e glielo lasci vicino. Per bere, le disse. Poi le leg un polso alla catena nel muro e le diede un bacio viscido sulla guancia. Sei stata brava. Prese il sangue e le lacrime e se ne and portandosi via anche la luce.

3. Castello di Charbonnires, Contea di Moriana
giorno ventunesimo di luglio.

Il vento frustava le mura e sollevava polvere da terra rendendo l'aria torbida, facendo correre le ombre delle nuvole.
Gisone, seduto sul bordo del pozzo, intento a immaginare battaglie nel cielo, si annus le mani e fece una smorfia di disappunto. Sempre lo stesso lezzo inconfondibile: lo aveva sulle mani, sulle braccia e soprattutto sui vestiti, non andava mai via. Un garzone di stalla lo si poteva riconoscere anche a occhi chiusi. Scosse la testa. Come poteva sperare di piacere a una principessa raffinata e profumata come madamigella Alasia, la figlia del conte e della contessa? Gisone aveva, forse, sedici anni e lei all'incirca uno o due anni di meno, ed era la creatura pi dolce che Dio avesse messo sulla Terra fin dalla genesi del mondo. Ma la giovane et non era l'unica cosa ad accomunarli. C'era anche la nobilt di lignaggio. S, lui era un umile stalliere, ma sapeva di essere figlio di un cavaliere morto in Terrasanta.
Nonostante Gisone non disprezzasse affatto la sua mansione, forse a causa di un ereditario amore per i cavalli, considerava la sua condizione un'ingiustizia: come poteva aver permesso, Dio, che il figlio di un cavaliere che aveva dato la vita per Lui in una crociata finisse a combattere contro sterco e urina? A volte Gisone pensava che i catari avessero ragione: aveva sentito dire che disprezzavano il Dio della Bibbia e, anche se non era d'accordo e si segnava ogni volta che pensava agli eretici, considerava che talvolta il Signore fosse ingiusto.
E sua madre?
Chi era?
Gisone non aveva una risposta. Nessuno l'aveva. Quel poco che sapeva o credeva di sapere - la consapevolezza o l'illusione circa le proprie origini - gli era stato raccontato dal vecchio cappellano di Charbonnires, fra' Bonaventura, pace all'anima sua. Gli aveva detto: Sei nato in Terrasanta. Non lontano da Gerusalemme. All'apice di una sanguinosa battaglia il tuo piccolo corpo urlante fu trovato fra quelli muti dei soldati che avevano appena combattuto contro gli infedeli. Eri ancora fra le gambe di tua madre, sporco del sangue del suo ventre e delle sue vene, e di quello dei cavalieri e dei fanti che avevano trovato la morte su una terra che, secondo ci in cui molti credono, fu calcata dai santi piedi di Dio. Era accaduto, gli aveva detto, sul finire della terza spedizione di pellegrini guerrieri in Terrasanta, volta alla riconquista di Gerusalemme. Nel frastuono infernale di una disfatta, era stato partorito da una madre morente, trucidata dai saraceni, mentre suo padre giaceva non lontano, da qualche parte sul campo di battaglia, con una lunga lama in pugno e un'altra conficcata nel costato, gli occhi aperti e colmi di speranza rivolti al cielo azzurro d'Oriente. Devi sapere, gli aveva raccontato una volta Bonaventura, che fosti raccolto da uno dei pochi superstiti di quella battaglia, un cavaliere. Era un uomo alto e forte. Dopo averti preso fra le sue mani insanguinate, recise il cordone ombelicale e ti port con s. Ti fece allattare e, dopo che fosti svezzato, ti condusse per mare fino in Sicilia e poi su per tutta la penisola italiana, lungo la via Francigena. Fino alla terra dei tuoi genitori, la Moriana.
Quella era la crociata alla quale aveva preso parte anche l'avo del conte Tommaso, e si raccontava che avesse fatto una pessima figura di fronte all'intero mondo cristiano.
Gisone non sapeva altro delle proprie origini, ma era fiero di essere nato vicino a Gerusalemme, il centro del mondo. Ed era orgoglioso della sua nascita in battaglia, la dimostrazione che i racconti di Bonaventura potevano essere veritieri: i suoi primi vagiti erano stati un grido di sfida alla morte, il trionfo della vita. E tutto questo era degno di un futuro cavaliere.
Non certo di uno stalliere.
Alz le spalle e si annus di nuovo le mani.
Gisone!.
Si volt a vedere chi lo aveva chiamato e sulla sua faccia apparve un sorriso: era messer Pius, fiero nella sua veste nera, lucida, coperta dall'usbergo argenteo e brillante, e dal mantello di seta con il drago rosso.
Gisone salt in piedi e corse da lui, cos veloce che arriv ansimando. Ordinate, messere!.
Cosa stai facendo di bello?
Niente, osservavo le nuvole.
Pius alz lo sguardo al cielo. E cosa ci vedi di tanto interessante?
Vedo battaglie, messere.
Battaglie?
Ogni nuvola  un cavallo in corsa, spieg Gisone. Di tanto in tanto ne passa una con addirittura una lancia in resta, o una con lo scudo, o una con la spada sguainata: dipende dalla mia immaginazione, messer Pius.
Pronunciava sempre con piacere quel nome. Pius era l'unico cavaliere di Charbonnires che si degnasse di rivolgergli la parola senza badare alla sua umilissima condizione di servo dei cavalli; anzi, sembrava che lo rispettasse per i servizi che prestava alle sue cavalcature e che lo considerasse una persona importante per questo.
Cos'hai fatto all'occhio e al naso?.
Gisone se li tast. Il primo era nero e pesto, il secondo era gonfio, e doleva. Niente, disse.
Ho saputo di quel che ti  accaduto alla taverna.
Abbass lo sguardo. Parlavano male di voi, messere.
Questa per Pius non era una novit. Vai a sellare Drago, gli disse.
Gisone assent con rapidi movimenti della testa.
Portalo nell'arena della quintana.
S, messere.
Ti aspetto l.
Subito, messer Pius. Schizz via, pi veloce del vento che soffiava quel giorno.
La quintana  bellissima, pensava. Gli sarebbe piaciuto assistere all'allenamento; sarebbe stato di sicuro molto pi divertente che guardare le nuvole. Solo l'idea di poter vedere Pius fare sfoggio di tutta la sua abilit equestre lo riempiva di gioia.

4.

L'arena per la quintana era un ampio spiazzo di terra battuta. Al centro vi era un palo con un supporto girevole da cui si dipartivano due aste orizzontali, alle estremit delle quali erano appesi un bersaglio e un contrappeso. Ogni quintana sembrava un gigantesco spaventapasseri con le braccia spalancate, uno scudo in una mano e una sorta di mazza ferrata nell'altra, che per fortuna era solo una palla di stoffa pressata con la pece. Ma dura e pesante come pietra. Il cavaliere doveva caricare a tutta velocit con la lancia in resta fino a colpire e oltrepassare il bersaglio. E doveva essere abile, perch dopo l'impatto il simulacro di uomo ruotava rapidamente su se stesso, e se il cavaliere non era abbastanza veloce, oltrech preciso, il contrappeso lo avrebbe colpito e disarcionato.
In quel momento Pius si stava esercitando nel combattimento a piedi, e stava eseguendo figure di scherma, menando affondi e fendenti contro l'aria polverosa. Quando sferrava un colpo, emetteva un urlo minaccioso, poi inspirava, con la testa dritta, il collo perfettamente in asse con la schiena, le spalle rilassate, i piedi larghi ben piantati a terra, le suole degli stivali che strisciavano sibilando in una danza imparata a memoria e ripetuta con movimenti sicuri.
Gisone arriv portando Drago e, appena dentro l'arena, si ferm ad ammirare l'addestramento. Era incredibile, pensava, quanto fosse concentrato e determinato, anche se non aveva davanti un avversario.
Prendi una spada, gli disse Pius, continuando a sferrare colpi con precisione, abile macellaio del vento.
Una spada, messere?
E anche uno scudo.
Gisone vide delle armi accostate al muro: una spada, uno scudo, una lancia. Armi vere, non bastoni. Il cuore gli batteva nella gola.
Su, prendile e vieni qui.
Afferr l'elsa della spada e sguain la lama, poi imbracci lo scudo, e sent una scarica di ebbrezza venire dalla punta dei piedi e correre per tutto il corpo. Se qualcuno mi vedesse, potrei essere punito, messere. Rimise le armi a posto.
Prendile, ho detto.
Ma....
Allora sei un vile, lo sfid Pius, respirando tra un colpo e l'altro. Non ho mai conosciuto un cavaliere privo di coraggio... non vivo, per lo meno. Fammi vedere cosa sai fare.
Gisone si pieg nuovamente sulle armi e, prima di prenderle, si guard intorno in modo losco, quasi stesse per rubarle. Davvero, messere?
Vieni.
Ubbid.
Si mise in guardia; lo sapeva fare. Era cresciuto fra i cavalieri, per tutta la vita li aveva visti ogni giorno addestrarsi con le armi e a cavallo, conosceva le loro mosse e le loro tecniche come un chierico conosce le Sacre Scritture a furia di leggerle. Dopotutto, cos'erano i gesti di uno schermidore se non tratti di penna, lettere e parole scritte senza inchiostro, nell'aria, o nel sangue?
Adesso che era vicino, poteva sentire la spada di Pius frusciare e quasi non la vedeva, tanto erano rapidi i movimenti.
So che ci sai fare con la spada, ragazzo. Ti ho visto molte volte fare pratica con quella di legno che ti sei costruito.
Ne ho modellato una nuova proprio qualche giorno fa, messere. Schiv un affondo, indietreggi senza perdere il contatto con il terreno.
Sei bravo.
Sono onorato, messere. Mentiva, era pi che onorato: felice al massimo grado, come non lo era mai stato. Non avrebbe potuto chiedere a Dio un dono pi bello, mai. Avrebbe voluto che madamigella Alasia lo vedesse adesso, con una spada vera nelle mani, di fronte a un cavaliere valoroso come Pius di Rossocuore.
Par un colpo con la lama, l'acciaio stridette e url.
Ricorda, lo ammon Pius, la tua lama deve colpire solo carne e ossa, non usarla mai contro altro acciaio: per parare un colpo c' lo scudo.
S, messere.
Di nuovo.
Ripeterono quella e altre figure di scherma, per un'ora intera. Alla fine Pius gli afferr la testa e gliela grattugi con le nocche. Bravo ragazzo, gli disse.
Gisone si lasci cadere in ginocchio e restitu la spada a capo chino. Vi ringrazio, messere. Oggi  il giorno pi bello della mia vita.
Pius rise. Credi che sia finita?. Fece un gesto con la mano, e Drago si mosse verso di lui. Arriv come un cane ubbidiente.
Gisone era al settimo cielo; quella che credeva essere la giornata pi bella da che aveva memoria si stava tramutando in qualcosa di ancora pi incredibile: Pius gli permetteva di provare la quintana?
E se lo avesse visto il conte o qualcuno dei suoi, magari il siniscalco Evervino?
Certe cose non erano permesse a uno stalliere.
Monta in sella, ordin Pius.
E lui lo fece. In quello, Gisone era ancora pi abile che con la spada, e si poteva ben dire che conoscesse i cavalli meglio di chiunque altro a Charbonnires. Ma non aveva mai brandito una lancia prima.
Pius la raccolse, gliela diede e si fece da parte. Coraggio, carica il bersaglio.
Gisone port il destriero sul limitare dell'arena e part alla carica con la lancia in resta, mirando al vecchio scudo appeso a uno dei due bracci - dall'altro pendeva il contrappeso, che oscillava mosso dal vento. Lo stesso vento spostava la punta della lancia e gli soffiava sabbia sottile negli occhi. A un certo punto, quando era a met dell'arena, non riusc pi a vedere con nitidezza lo scudo che avrebbe dovuto colpire.
Drago respirava sotto di lui, il torace possente, che si dilatava e si contraeva, maestoso, le falcate imperiose che battevano sulla terra un ritmo antico quanto la guerra.
E il cuore di Gisone batteva ancora pi rapido degli zoccoli dell'animale.
Manc il bersaglio. Ma colp il palo sovrastante e l'impatto lo fece vacillare; per un attimo rest in bilico sulla sella, poi arriv lo schiaffo del contrappeso, che gli si conficc nella schiena, duro e doloroso. Gisone stramazz a terra con un gemito, la lancia gli scapp di mano e rotol via.
Pius accorse chiedendogli se si fosse fatto male.
Sto bene, rispose, e si rimise in piedi per dimostrarlo. Ma gli doleva tutto e faticava a tenere l'equilibrio sulle gambe.
Sicuro, ragazzo?
Sicuro.
Allora riprova.
Lo fece, e lo rifece, sei volte; nelle prime tre cadde di nuovo; nella quarta and a vuoto; poi riusc per due volte di fila a centrare il bersaglio e a sfuggire al contraccolpo della pesante palla di stoffa.
Il resto della mattinata lo trascorse ammirando Pius, che non sbagliava mai un colpo con la lancia e si addestrava con la spada, la mazzafrusta, l'ascia, il pugnale, e anche a mani nude; e lui lo serv portandogli da bere e uno straccio con cui detergere il sudore.
Alla fine se ne torn alla stalla con Drago, il cuore gonfio di una gioia smisurata.
Non poteva credere che fosse accaduto davvero. Non solo messer Pius non gli aveva assegnato compiti da scudiero, ma gli aveva perfino permesso di usare le armi, e di cavalcare con la lancia, e di imparare osservando e ripetendo le sue mosse. Era stata una vera e propria lezione di cavalleria, finita per giunta con i complimenti.
E nessuno lo aveva punito o anche solo rimproverato.
Era semplicemente incredibile.
Si disse che dopo quel giorno sarebbe potuto morire in pace. Per la prima volta in vita sua si era sentito un uomo, uno di quelli che Dio riesce a vedere da lass.
Messer Pius!. Un armigero arrivava di corsa, trafelato, l'armatura che sferragliava a ogni passo. Messer Pius, venite, presto!.
Gisone si ferm ad ascoltare da lontano, chiedendosi cosa fosse accaduto di tanto grave.
Cosa succede?, chiese Pius rinfoderando la spada.
A quanto pare gli uomini di Ervand de Flor.... L'armigero si tolse l'elmo e rifiat tamponandosi il sudore della fronte. Pare che abbiano ucciso una fanciulla nel feudo di madama Iselda. La sventurata mancava da casa da alcuni giorni. Boccheggi voltandosi a indicare l'ingresso principale di Charbonnires. Un paggio di madama Iselda  venuto a riferirvelo.  fuori dal castello. Dice che se ne andr solo quando sar sicuro che il messaggio vi sia stato recapitato.
Pius pieg la faccia in un'espressione sinistra e annu. Vai e digli di tornare dalla sua signora. Digli che me ne occuper io.
S, messere.
L'armigero torn indietro, ma senza affrettarsi.

5. Feudo di Ervand de Flor, Contea di Moriana.

Ervand de Flor era ubriaco. Si aggirava per il castello ridendo a squarciagola ed emettendo versi animaleschi, coperto sulle spalle dai propri capelli. Portava una pulzella sotto il braccio, quasi fosse un sacco da depositare poco pi in l. Lei si agitava cercando di divincolarsi, ma era divertita dalla situazione e rideva e agitava i piedi in aria mentre lui la schiaffeggiava sulle natiche scoperte. E quando la mise a terra e la lasci andare, lei scapp, ma soltanto per far provare al barone il piacere di darle la caccia negli ambienti spogli e luridi del suo castello, come a una cerbiatta nel bosco.
Dove sei?, chiedeva lui. Tanto ti trovo. E si lasciava dietro una scia di grugniti.
Sono qui, rispondeva lei, correndo subito a nascondersi da qualche altra parte. Se mi prendete, vi faccio assaggiare questo frutto gustoso.
Bramoso e fuori di s, de Flor segu barcollando l'eco di quelle risatine sensuali e licenziose. Poi, d'un tratto, si ferm a riflettere su qualcosa.
Cont con l'ausilio delle dita.
Pens.
Infine, emise aria tonante dal bassoventre e sollev le spalle. Ricominci a cercare la giovane puttana. Dove ti sei nascosta, piccola scrofa impudica?.
La voce maliziosa giunse da lontano: Sono qui.
Il profumo della preda era nell'aria.
De Flor si guard attorno, valutando la situazione tra un singhiozzo e l'altro. Gli era parso che la vocina della ragazza provenisse dalla camera da letto. S, doveva essere l, pens. Sorrise, fiero del proprio acume di cacciatore. Arrivo!, annunci ad alta voce.
Ma il gioco fu interrotto da un intruso. Messere?.
De Flor gett uno sguardo sprezzante sul valletto. Come osi disturbarmi mentre sono a caccia? Sciocco, mi fai scappare tutte le prede.
Perdonate, messere, ma.... Il valletto pes le parole: non si poteva mai sapere come avrebbe reagito il signore, quando era inebriato dal vino e dalle donne. Si tratta di una faccenda urgente, disse.
Ervand de Flor smise di seguire le tracce del suo desiderio, scroll le spalle e pest il piede per terra in un impeto di disappunto. Cosa succede?, sbrait.
Sono qui!, cantilen la preda lussuriosa.
Una fanciulla  stata trovata morta... Uccisa.
Dove?
Sulla via che dalle terre di Iselda di Occitania conduce qui, superato di poco il bosco;  stato rinvenuto il corpo. L'hanno stuprata e strozzata.
E tu mi disturbi per una simile inezia?, sbrait de Flor, avvicinandosi al valletto come una fiera pronta ad azzannare. In un momento di letizia?
Ma, messere.... Il valletto fece un passo indietro. Il fatto  che la fanciulla aveva il vostro stemma in una mano, un pezzo di stoffa, come se nell'opporre resistenza all'abuso avesse strappato una parte della veste del suo assassino.
Questo non  possibile!.
Pare che sia vero, messere. Sono andato io stesso ad accertarmene e ho visto il brandello di stoffa nella sua mano serrata.
Vogliono ricoprirmi di fango. Deve essere opera di quel maledetto Pius di Rossocuore. Sput per terra.
A questo proposito, messere.... Il valletto esit per timore, ma doveva informarlo, era il suo compito. Il giorno del duello  stato stabilito: sar il diciassettesimo di agosto.
Bene, lo attendo con ansia. Io lo sbudello, quel maiale, ringhi de Flor conficcando il dito nella pancia del suo servo. Hai capito?
S, messere, ma c' anche un'altra cosa.
Allora parla.
 appena giunto un cavaliere che porta un messaggio da parte del conte Tommaso.
Il conte?. Il volto di de Flor si rabbui. Prese una pergamena arrotolata dalle mani del valletto; era chiusa con un fiocco di seta rosso.
Il messaggero dice che il conte si raccomanda con voi affinch gli facciate avere una risposta solerte e positiva, questa volta.
Tu sai leggere?, gli domand de Flor facendogli dondolare la pergamena davanti agli occhi.
Il valletto abbass lo sguardo. No, messere.
E per quale motivo dovrei saperlo fare io, secondo te?
Non so, mio signore.
Mandami subito Uberto. Che venga a leggermelo lui.
 qui fuori, attende i vostri ordini.
Uberto!, strill de Flor, mettendo la bocca nel rotolo di pergamena per lanciare la voce pi lontano.
Quello sbuc da dietro un pilastro e venne avanti. Ordinate, messere.
Ci stavi spiando, per caso?
No, messere, rispose Uberto abbassando lo sguardo. Il valletto mi ha detto di seguirlo, perch voi avevate bisogno di me.
De Flor allent con un sorriso la faccia irsuta e incolta. Un buon servitore deve sapere anticipare i desideri del suo padrone, disse simulando ammirazione, e il valletto fece un inchino, stupito da tanta umanit.
Hai portato anche del vino?, domand il signore.
Il ragazzo scosse la testa. Lo vado a prendere subito.
Non lo hai con te?
No, io....
Allora ritiro il complimento. Vattene, adesso, sci.
S, messere. Il valletto indietreggi, felice di potersi allontanare e dileguare nell'ombra fitta e perenne del castello.
Le correnti d'aria che soffiavano fra le pietre nude portarono una vocina sottile: Il dolce frutto  qui che vi aspetta, mio signore!.
Arrivo!, le disse brusco de Flor. Leggi, ordin a Uberto, il quale prese il foglio di pergamena, lo srotol, distese le braccia e si schiar la voce. Nobile signore, cominci, spero che questo mio messaggio vi colga in letizia e che Dio....
S, s, lo ferm de Flor, facendo ruotare una mano, vai al succo, non c' bisogno che tu mi legga la lettera per intero.
Uberto scorse tutto mentalmente, con attenzione, poi disse: Il conte sarebbe disposto a chiudere un occhio sul fatto che avete costruito un castello senza il suo permesso, se voi gli cedeste due delle vostre reliquie.
Dice quali vuole?
No, dice che voi lo sapete bene. E si augura che stavolta siate disposto a consegnarle subito al latore della presente, il quale ha al suo seguito un esperto incaricato di esaminarle.
Ervand de Flor riflett grattandosi il palmo della mano con le guance ruvide. Conosceva bene il conte di Moriana Savoia, lo aveva servito in molte imprese. Insieme avevano gareggiato nei tornei, cos come nei saccheggi, e avevano in comune un grande interesse per le reliquie. Tommaso era il suo signore, era pi potente e ricco di lui; insomma, un uomo da non deludere, se possibile. Eppure quella richiesta non giungeva per la prima volta: Tommaso bramava da tempo una delle reliquie in suo possesso; subito dopo il ritorno di de Flor da Costantinopoli, aveva manifestato il desiderio di acquistarla; in seguito non aveva mai smesso di supplicare e blandire. Invano, per: vedendo l'insistenza e la perseveranza di Tommaso, che aveva fama di essere un fine intenditore, de Flor si era convinto che quella reliquia avesse un valore inimmaginabile. Richiesta dopo richiesta, con l'aumentare dell'offerta in denaro era cresciuto, fino a diventare morboso, anche il suo attaccamento a quell'oggetto: un lenzuolo con delle strane, prodigiose, inquietanti impronte di sangue.
Ma adesso il conte ne voleva anche un'altra: una bacchetta di pietra. Anch'essa, come il lenzuolo, rinvenuta nella cappella di Pharos a Costantinopoli, cinque anni prima. Il vescovo Galfridus vi aveva posato i suoi occhi avidi fin da subito. A quanto sembrava, adesso la volevano entrambi, a tutti i costi.
Quale attinenza potevano mai avere un lenzuolo sporco e una bacchetta d'osso con il Salvatore?
De Flor non aveva alcuna intenzione di rinunciare a porsi ancora questa domanda, tenendo quegli oggetti fra le mani.
Non posso, disse. Riferisci pure al messaggero del conte che non ho intenzione di vendere ci che mi viene richiesto. Possiedo molte altre reliquie, se sua grazia desidera. Tutte, ma non quelle due. Va', riferisci, su.
Mio cacciatore?, chiam la pulzella.
Sto arrivando, cantilen de Flor, arricciando le dita e ritraendo le braccia come una belva grottesca in procinto di balzare sulla sua preda.

6. Feudo di Iselda di Occitania, Contea di Moriana.

A volte, Iselda pensava di essere la signora del buio. Ma le giornate cos, quelle che le scorrevano addosso lievi come una carezza, erano rare. Sempre troppo presto, inesorabile, tornava la consapevolezza della condizione in cui si trovava; e la consapevolezza, nel suo caso, era un veleno pi potente della luce. Perch lei, in realt, non era la signora del buio, ma la sua schiava.
Ricordava molto bene l'ultimo giorno in cui vide il sole; fu quando insorse la malattia, quando il mondo cominci a girare su se stesso, generando quel tremendo gorgo in cui era stato risucchiato tutto il suo essere, un intero universo.
Ma a cosa serviva ricordare?
Adesso era opportuno dimenticare, per soffrire il meno possibile; dimenticare e crogiolarsi sotto i raggi dei ricordi, lasciarsi consolare dal sogno di un'uscita all'aria aperta, di giorno.
Sole.
Era stata una parola meravigliosa, un tempo.
Per fortuna il suo cuore custodiva ancora una discreta collezione di immagini nitide di giornate meravigliose e splendenti. Immagini rese ancor pi reali dalla privazione e dalla nostalgia della luce naturale. E, quando riusciva a concentrarsi a sufficienza, poteva ancora sentire i profumi di primavera, il canto degli uccelli, il fruscio del vento, e rimirare lo sfavillio dei raggi solari sulle cime innevate delle montagne.
A quel tempo il sole era vitale.
Poi, un giorno, era divenuto un nemico mortale, e il destino l'aveva tramutata in un essere che si sarebbe potuto definire il contrario di una foglia.
Avversione alla luce la chiamavano i medici, non certo caduta eterna in un abisso di tenebra. Del resto, tutti i dottori che erano giunti al suo castello per vederla di persona non avevano mai sentito parlare di una malattia simile. Ne deducevano che fosse molto, molto rara, un paradosso della natura.
E c'era indubbiamente qualcosa di diabolico in quel richiamo all'oscurit e all'isolamento da parte del suo corpo.
A Iselda restava il conforto dell'immaginazione, il mondo del sogno, e quando nella sua camera leggeva o ascoltava delle storie tutto risplendeva e lei si sentiva di nuovo la regina, non la schiava, del buio.
Illusione.
Ma cosa non lo era ormai?
Amare, conoscere, amministrare quel poco che restava delle sue rendite, il suo piccolo castello: erano queste le sue gioie.
Perch vivere, altrimenti?
Se solo avesse avuto la forza di volont di certi Perfetti catari, che praticavano l'endura - smettendo di mangiare, di bere, di muoversi, di agire - e si lasciavano morire cos, per non rischiare di peccare e avere la certezza di sfuggire al mondo della materia, di tornare al regno del Padre Celeste.
Iselda usciva dalla torre del castello soltanto di notte. E accadeva di frequente che anche il resto della sua piccola corte o molti dei servitori restassero svegli fino all'alba. Sul fare del giorno saliva sempre sulla cortina, si affacciava fra i merli e restava qualche minuto ad ammirare i primi bagliori di sole, quelli ancora bagnati di rugiada, che non hanno il potere di bruciare la pelle.
La gente mormorava che la sua sventura e quella di chi popolava le sue terre e il suo castello fossero un castigo divino per i suoi peccati mortali. E ogni mistero che la riguardasse aveva per tutti una spiegazione chiara:  un'eretica!. Lo dicevano scrollando le spalle, con il tono di chi, dopo avere osservato un piccolo animale verde saltare nell'acqua e gracidare esclamasse:  una rana!. L'unica differenza era che nel suo caso, dopo aver fatto il suo nome, la gente si segnava la croce sul petto.
Pi volte Iselda era stata accarezzata dal pensiero maliardo del suicidio. Non l'endura dei Perfetti catari, ma un gesto impulsivo come un salto dalla torre, un veleno... A volte, ci era andata vicina. In quei momenti non pensava mai a s, pensava a Pius.
Chiss perch, quando tutto le appariva pi nero del buio, era a lui che rivolgeva l'amarezza che aveva dentro; si sentiva un peso, un impaccio, un'onta.
Sarebbe bastato un s, perch Pius la sposasse senza esitazioni, andando contro il divieto del vescovo e della Chiesa. Eppure sarebbe stata una rovina per lui. Non solo avrebbe condannato se stesso a una vita di tenebra, scambiando il giorno con la notte, ma non avrebbe pi potuto essere un cavaliere. Soprattutto questo lei non poteva permetterlo.
Pensieri e problemi superflui: quel s non poteva pronunciarlo.
Si disse che preoccuparsi per il bene di Pius fino a quel punto era fuori luogo e, forse, ormai anche vano: di l a qualche settimana, avrebbe rischiato la vita per lei in un duello.

7.

Lo ud arrivare; passi pesanti e un forte tintinnio di ferraglia che si avvicinava.
L'ombra di una damigella lasci la stanza in punta di piedi.
La voce profonda di Pius: Mia signora?.
S?.
La tenda nera e spessa che separava il mondo di Iselda da quello di tutti gli altri si apr con rispetto.
Pius le and incontro e si inginocchi ai suoi piedi. Sono lieto di rivedervi, mia dolce signora.
Lei prese il cero e lo avvicin al suo viso. Anch'io, disse tastandogli la faccia, poi gli fece una carezza e pianse, un distillato di felicit e dolore.
Siete triste?
Ho paura.
Non dovreste averne.
Invece ne ho molta, disse Iselda provando a trattenere i singulti. Non fatelo. Rifiutatevi di combattere. Quel de Flor  un mostro.
All'occorrenza lo sono anch'io, mia signora. Pius si mise in piedi. Dovreste accendere qualche cero in pi, osserv guardandosi attorno e scorgendo solo un informe grigiore.
S, avete ragione.
Ma Iselda odiava la luce artificiale. Era un surrogato e, come aria finta, non appagava. Un tempo i suoi appartamenti sfavillavano di candele, lucerne e torce, e c'era una gran quantit di specchi per amplificare la luminosit; spendeva gran parte del proprio denaro per quel miraggio. Ora non pi. Usava la luce del fuoco solo per leggere, e ultimamente leggeva molto poco. La sua anima diventava opaca, ogni giorno di pi. Avete ragione anche sul fatto che non dovrei temere la forza di de Flor. Perdonatemi. Le mie paure non sono dovute a una mancanza di fiducia nella vostra abilit con le armi, ma all'amore che provo per voi.
Lo so, disse Pius, amor vincit omnia, aggiunse baciandole una mano, poi prese la candela e la us per accendere due lampade a olio che pendevano dal soffitto.
Iselda si stup di quella premura, non perch lui ne fosse avaro, ma perch nonostante il muro di luce che li avrebbe divisi per l'eternit, come una maledizione, lui dimostrava di volerle un bene incondizionato.
Ora s che vi vedo in tutta la vostra bellezza, mia signora.
Vi prego..., arross Iselda. Ditemi di quella povera fanciulla.
Purtroppo, si tratta di Costanza, la figlia del maniscalco.
Mi  stato riferito. Emise un sospiro di dolore. Era graziosa e beneducata. Sapevo che non poteva essere scappata di casa.
Le hanno usato violenza e poi l'hanno strangolata con una cinghia di cuoio. Pius allung una mano. Nel suo pugno  stato trovato questo. Glielo diede. Era un brandello di stoffa ricamata: si riconosceva chiaramente lo stemma araldico di de Flor, una civetta.
Iselda lo lasci cadere per terra e si prese il viso fra le mani. Ma perch si accanisce tanto contro di noi?
Lo sapete perch.
Certo che lo sapeva; da quando era stata pubblicamente accusata di essere un'eretica catara, chiunque poteva permettersi di trattarla come un immondo rifiuto dell'inferno. Ora si dir che chi abita le mie terre  costretto a subire pene terribili a causa mia, dei miei errori.
Voi siete solo una vittima.
Ho un unico desiderio: che voi non affrontiate de Flor in duello.
Pius prese uno sgabello a tre piedi, lo sistem accanto a lei e si sedette. Non posso sottrarmi. Sarei considerato da tutti un pusillanime, non degno di essere un cavaliere.
Questo accadr comunque, se continuerete a frequentare e a proteggere il castello di un'eretica. Lo spirito della crociata aleggia ovunque, fomenta anche le persone pi mansuete.
Pius riflett e non disse nulla. Sapeva che Iselda aveva ragione.
Il vescovo Galfridus aveva minacciato di scomunicarlo fin da quando era venuto a sapere che difendeva le propriet e la persona di Iselda di Occitania. E le cose erano peggiorate dopo l'incidente con de Flor e la morte di suo nipote. Pius aveva chiesto udienza al vescovo, il quale lo aveva ricevuto solo per dirgli, sibilando fra i denti serrati: Mi piacerebbe vedervi bandito dalla contea, gettato fra i derelitti. Ma pi grave ancora era che continuasse ad accusare apertamente Iselda di essere un'eretica, e che i sacerdoti gli facessero eco nelle loro chiese aizzando la gente contro di lei, proprio mentre l'odio verso gli eretici ribolliva negli animi a causa della crociata contro i catari. Non erano pochi coloro che avrebbero desiderato metterla sul rogo dopo averle mozzato la lingua.
Ervand de Flor ha sempre avuto ottimi rapporti con il vescovo, disse Iselda in tono preoccupato.
Questo dimostra una volta di pi che la Chiesa  lontana dal Vangelo, e che voi catari siete nel giusto.
Rifiutatevi di combattere, ve ne prego. Potrebbero corrompere qualcuno e far s che de Flor vinca....
In che modo?, sorrise Pius.
Non so. Scambiando di nascosto le vostre armi, ipotizz lei. Avvelenando quelle di de Flor.
Il conte Tommaso non lo permetter.
Ma Galfridus non pu accettare che voi ne usciate vincitore. Significherebbe che Dio d ragione a voi, e dunque a me, e torto a lui, uno dei Suoi ministri. Scrut nel buio che gravava su di loro e scosse la testa. Mi domando perch non mi abbia ancora scomunicata.
Purtroppo, credo che non tarder a farlo.
Scomunicher anche voi, vedrete.
Chiss, disse Pius alzando le spalle, forse sta solo aspettando l'esito del duello. La mia morte risolverebbe la situazione. Si chin su di lei e le sussurr in un orecchio: Ma non accadr. Il giudizio di Dio sar in mio favore. E la figlia del maniscalco avr giustizia, ve lo prometto.
Iselda abbass lo sguardo e rest in silenzio. Poi lo fiss con gli occhi lucidi, gli gett le braccia attorno al collo e lo strinse a s, irrorando di lacrime le sue spalle ricoperte d'acciaio.
Ascoltare il suo respiro scorrergli nel petto era per lei come sentire il suono del vento.
Accarezzare la sua pelle calda era come sfiorare un marmo liscio baciato dal sole.
I suoi sussurri erano l'unica brezza che arrivava a vellicarle i capelli.
Di giorno, le pareva sempre che da fuori lui si portasse dietro una parte di sole, come un alone luminescente. E a volte, quando lo abbracciava, aveva la sensazione di sentirgli addosso l'odore proibito della luce solare.
Io vi far guarire.
Non dite sciocchezze.
Prima o poi trover il Graal. Se esiste, io lo trover.
Non si dovrebbero mai fare promesse che non si  in grado di mantenere.
Ho detto: se esiste.
A questo punto dovreste aver capito che  una speranza vana.
Le speranze non sono mai vane, mia signora.
S, forse avete ragione. Poi, ridendo, aggiunse: Lo spero.
Il sole  tramontato. Pius le offr le mani aperte. Potete uscire adesso.
Ma Iselda non si mosse. Gli sfior il viso, con un gesto materno. I capelli si erano incollati alla fronte madida di un sudore freddo sotto la pressione dell'elmo, e la pelle pulsava. Davvero pensate di poterlo uccidere? De Flor  forte e crudele, e voi siete pi a vostro agio con i libri che con le armi.
I libri possono essere armi letali e vi dimostrer che le vostre paure sono immotivate.
Voglia il cielo.
Pius si alz di scatto e con un colpo dei gomiti fece volare il mantello di seta. Prese a camminare su e gi per la stanza, davanti all'ampio letto, calpestando il tenue crepuscolo irradiato dal candelabro e dalle lucerne. Il conte Tommaso assister al duello.
Un grande onore, comment Iselda, con voce lontana. Lo fiss, seria. Vi siete chiesto perch ha voluto tanto questa singolar tenzone?
Il conte?.
Iselda fece di s con la testa.
Non saprei. Credo che sia stanco dei soprusi di de Flor.
Poteva risolvere diversamente.
Ma si d il caso che de Flor mi abbia sfidato a un duello giudiziario. Il conte ha solo colto l'occasione: ha dato la sua approvazione e ha fatto in modo che il combattimento si tenesse al pi presto, cos da potervi presiedere.
Non so, disse Iselda, tutta questa faccenda mi convince poco.  evidente che sia il conte Tommaso sia il vescovo Galfridus hanno voluto che voi due vi scontraste all'ultimo sangue. Mi chiedo perch.
State tranquilla. Presto sar tutto risolto.
S, disse, ma a lei sembravano parole impossibili. Sarebbe stato tutto molto pi sensato se un guerriero ispirato da Satana, rude e ignorante come de Flor, avesse sconfitto un cavaliere nobile d'animo e istruito come il suo amato Pius; le sarebbe sembrato tutto pi logico se un'eretica principessa delle tenebre, quale lei era, fosse finita sul rogo.
Si sforz di credere che i pi grandi signori della regione avrebbero presto assistito alla sua vittoria e lo avrebbero festeggiato; che lo avrebbe rivisto entrare nel suo mondo buio, incolume, vestito come chi torna dalla guerra, ritto e fiero. Lei non sarebbe stata arsa viva e la sua dignit sarebbe stata ristabilita, ma questo era meno importante.
Gli offr un sorriso languido, il meno mesto che riusc a comporre sulle labbra. Non potrei sopportare di perdervi, gli disse. Siete il sole della mia vita.
Pius si volt a guardarla e rest immobile, come sempre sorpreso nel vedere tanta bellezza: Iselda in piedi, triste e avvenente, il mantello e la tunica di porpora scura che mettevano in risalto il biancore del viso, del collo e delle braccia. Per conquistare i cuori delle genti, le disse avvicinandosi, Dio aveva fatto di lei una meraviglia.
Iselda sorrise: aveva riconosciuto le parole de La storia del Graal del grande poeta francese Chrtien de Troyes.
Mai ne aveva formata una simile, continu Pius accarezzandole le guance, ammirando i suoi occhi grandi e distanti, la sua fronte ampia e liscia, lasciando scorrere le dita fra i capelli biondi e sottili. Mai pi ne avrebbe creata un'altra.
Iselda rise quando la fredda maglia metallica dell'usbergo, le sfior la pelle calda. Disse: Mai nacque da donna un cavaliere s ben fatto. Com' bello vicino alla sua signora.
E come ella  bella al suo fianco, soggiunse Pius.
Le loro labbra accennarono a sfiorarsi, ma subito si ritrassero, e in quel battito di ciglia si sentirono entrambi immersi nella luce abbagliante di Dio, dove tutto  beatitudine e non ci sono pensieri, n dolori.

8. Saint Jean de Maurienne, castello del vescovo.

Il vescovo Galfridus, veste vermiglia foderata di seta gialla e scarpe di panno rosso, spiccava nella penombra. Teneva in pugno le zampe di un gallo bianco e di un'upupa; gli animali, spaventati e confusi, battevano le ali a testa in gi in una nuvola di piume bianche e nere.
Galfridus li sgozz, prima l'uno poi l'altro.
Il sangue sprizz e sgocciol.
Declam: Io ti comando, demone malvagio, per il potere del Signore, e ti ordino in nome dell'Agnello immacolato che cammina sull'aspide e sul basilisco, e che ha calpestato il leone e il drago, che tu esegua subito ci che ti ordino. Poi, ruotando attorno a se stesso con le braccia aperte, fece due cerchi sul pavimento con il sangue che grondava, uno pi largo dell'altro, in modo da ottenere una fascia circolare. Allora immerse il dito indice nelle teste degli uccelli e raccolse il sangue necessario a scrivere dentro la fascia del cerchio magico la parola AGLA.
Pi che una parola magica era una frase: AGLA, infatti, era l'acronimo dell'ebraico Ata Gibor Leolam Adonai, Tu sei potente in eterno, Signore.
Al centro del cerchio fece un piccolo triangolo usando il proprio sangue, spillato con una punta d'acciaio dalla vena del polso; e con quello stesso sangue scrisse altri caratteri, parole e croci, fuori e dentro il triangolo. Si tampon la piccola ferita con una pezza pulita di lino e prosegu i preparativi per la negromanzia. Nel cerchio mancavano ancora le offerte per i demoni: un'oliera, un vaso contenente farina di grano, una spada, una tavoletta con il tetragramma di Dio.
Infine, port nel centro un bacile colmo d'acqua, ne cosparse la superficie di polvere, ottenuta da una gemma molto speciale chiamata diadochos, e disse: Colui che nacque da una vergine ti comanda. Ges di Nazareth, colui che ti ha creato, ti comanda di ubbidire e adempiere adesso a tutto ci che ti chiedo, a tutto ci che voglio avere o sapere.
Attese, davanti allo sguardo assente di Tommaso.
Pi a lungo indugerai a fare ci che io ti comando e ordino, pi crescer il tuo castigo. Io ti invoco, spirito!.
Pian piano, l'apparizione: piccole figure adagiate sul fondo del bacile magico, avvolte da un bagliore lunare, simile a un riflesso, ma non sulla superficie, dall'altra parte, nello spazio tra il pelo dell'acqua e il fondo del recipiente. Un'immagine vivente, muta, proveniente da un luogo lontano. Dapprincipio forma appena distinguibile, poi icona animata dai contorni ben definiti.
Ecco, ora vedo qualcosa, annunci Galfridus muovendo le mani sull'acqua, la faccia che a tratti prendeva pieghe sinistre. Lo spirito, interrogato, mi mostra la risposta.
Il conte di Moriana cammin attorno al cerchio, portandosi dietro un lungo mantello di seta. Cosa vedete?, domand sporgendo la testa, calva, con una fascia scura di capelli ai lati e sulla nuca; Galfridus lo aveva ammonito di non entrare nel cerchio magico, pena il fallimento dell'esperimento, nonch il rischio di essere invasato da uno spirito non desiderato.
Vedo... Vedo... Una donna, il mantello nero con la croce catara sulla spalla.  seduta in un prato senza colore, i suoi occhi brillano nella notte, come quelli di un gatto.
Tommaso segu con un dito il profilo aquilino del proprio naso e si accarezz una guancia. La superficie dell'acqua nel catino si stava colorando di un giallo intenso e uniforme, e apparve un sole nero con i raggi ondulati, sul quale si stagliava un uccello giallo con la testa di lato, la lingua che fuoriusciva dal rostro aperto, le zampe divaricate e in mezzo la coda a forma di fiamma.
Lo stemma araldico di Iselda di Occitania.
 l'amica di Pius, disse Tommaso a mezza voce, con il tono intimo di chi riflette su una grande scoperta.
Questo, dichiar Galfridus, significa che l'eretica rappresenta un grave pericolo per voi.
Per me, annu Tommaso, lo sguardo vacuo. Cosa devo fare?.
Galfridus alz le spalle e riprese a muovere le mani sul bacile. L'eretica deve essere scomunicata e arsa sul rogo. Ma, dopo che avrete preso possesso del suo castello, non lo dovrete tenere, perch ve ne verrebbe grande sventura.
Sventura....
Una maledizione grava su quel luogo. Dovrete dare il castello in custodia a qualcun altro, per un anno.
Un anno....
Poi potrete entrarvi e decidere il da farsi, come vi spetta.
Chi deve tenerlo?.
Le mani rabdomantiche di Galfridus sorvolarono di nuovo l'acqua. Un uomo di Chiesa, rifer dopo un po', il vescovo. Lo spirito indica me, vostra grazia.
Voi?. Tommaso fece vagare gli occhi vitrei; non trovava nulla da obiettare a quel responso.
Io rimuover la maledizione.
 giusto, assent, con il tono monotono e svuotato che aveva sempre quando era cos vicino al cerchio magico di Galfridus. Incaricher voi di custodire il castello dell'eretica.
Se uscir vivo dal duello, dovrete sbarazzarvi di Pius di Rossocuore.
S.
Banditelo dalla contea, altrimenti sar scomunicato insieme a quella donna. Gli rivolse una smorfia perfida. Lo farete?.
Tommaso di Moriana si prese la testa fra le mani e cominci a passeggiare attorno al cerchio magico. Lo far, diceva parlando con se stesso, s, lo far.
Molto bene, vostra grazia. Gli mostr una pergamena e una piuma d'oca. Volete sottoscrivere dinanzi allo spirito qui presente il vostro impegno di affidarmi il castello di Iselda per un anno?. Intinse la penna nel collo del gallo bianco, come fosse un calamaio d'inchiostro rosso, e gliela porse sgocciolante.
Tommaso si avvicin e senza esitazioni appose la sua firma: una semplice T.
Quindi, dopo aver riposto il contratto firmato con il sangue, Galfridus varc il confine del cerchio magico e prese il conte sottobraccio, invitandolo a uscire dalla sala oscura. E, dite, siete riuscito a ottenere quelle reliquie da messer Ervand de Flor?
Non vuole cederle.
Lo avete fatto ragionare?
Ha edificato un castello senza il mio permesso. Ero disposto a chiudere un occhio, ma non ha accettato.
 un uomo avido.
Un assassino di fanciulle.
A cosa vi riferite?
Lo mise al corrente del macabro ritrovamento avvenuto nel feudo di Iselda di Occitania.
E credete che c'entri de Flor?
La fanciulla aveva in pugno un brandello di panno con la sua figura araldica.
Apprendo questa notizia con sgomento. Galfridus si segn la croce sul petto e sospir mostrandosi affranto. Che Dio misericordioso abbia piet di lui e di quella poverina.
Il Signore lo punir per quel che ha fatto.
Siete convinto che de Flor perder nel duello, non  vero?
Anche lui sa di avere poche possibilit contro Pius, eppure  ostinato, ha voluto il duello e sembra non avere paura del giudizio di Dio. Non  da lui tanto coraggio, non lo capisco,  come se fosse sotto l'influsso di un incantesimo.
Magari  cos, ridacchi il vescovo.
Voi, eccellenza, lo conoscete meglio di me.  vostro amico, no?
Lo , ammise Galfridus con distacco.
Allora, ditemi, perch ha voluto a tutti i costi questo duello?
Per l'onore, rispose Galfridus, alzando le spalle e mostrando i palmi delle mani. Per che altro senn? Io sono un vescovo, non devo certo spiegare a voi quali sono le regole della cavalleria.
Qualcuno lo soggioga, mormor Tommaso, come pensando ad alta voce.
Forse  il potere infernale dell'eretica che lo ha spinto a sfidare Pius.
Io sono un uomo d'arme, non devo certo spiegare a voi quali sono le regole dell'inferno e dei suoi demoni.
Ben detto, vostra grazia, sogghign il vescovo, e ridivenne serio in un istante. E se, invece, perder?
Potr riprendermi il suo feudo, il suo castello e tutte le sue reliquie senza dovergli muovere guerra.
Per questo avete accettato di buon grado che il capitano della vostra guardia personale, Pius, si scontrasse con de Flor?
State indovinando, eccellenza.
Dunque, prima di prendere il suo castello, aspetterete l'esito del duello.
Certo.
E se de Flor vincesse?
Assedierei immediatamente il suo castello. Non sar difficile espugnarlo.
Una luce guizz negli occhi di Galfridus. Gli restavano pochi giorni per agire. Il Santo Padre  al corrente del Sudario e delle altre reliquie provenienti da Costantinopoli, in possesso di de Flor. Si  raccomandato con me perch le custodisca gelosamente e gliele faccia avere.
Far il possibile per esaudire le richieste del papa, disse Tommaso.
La vostra generosit sar ricompensata. Gli rivolse un sorriso ossequioso. Sapete, stavo pensando....
Che cosa?
E se scopriste che de Flor ha ceduto da tempo il Santo Sudario? Forse  per questo che si  sempre rifiutato di consegnarvelo: semplicemente non lo possiede pi.
Sono bene informato e posso assicurarvi che non se ne  mai separato. Una ricchezza simile!. Adesso il tono della sua voce era diverso, il conte sembrava tornare in s, man mano che si allontanava dal cerchio magico. Il sogno di grandezza sovrastava le malie e gli incantesimi di Galfridus, che storse il naso, contrariato da quello slancio di libert.
Vostra grazia, qualcosa vi turba?
Non appena metter le mani sulla sua collezione di reliquie, costruir cattedrali con alte vetrate scintillanti di luce immacolata, far erigere un santuario, i pellegrini verranno da ogni angolo della Cristianit portandoci immense ricchezze!.
Non lo farete, pensava Galfridus mentre gli sorrideva compiaciuto, ma si limit a dire: Voi siete un predestinato, sono certo che presto vi coprirete di gloria eterna al cospetto di Nostro Signore.

9. Besirs, Viscontea di Trencavel, Provenza,
giorno ventiduesimo di luglio, festa di S. Maria Maddalena.

Giorno terribile di apocalisse, a Besirs.
La fine dei catari era iniziata.
Agli occhi degli eretici, l'ignoranza aveva generato angoscia e paura, l'angoscia si era condensata in caligine, e nessuno poteva pi vedere la verit. L'errore si era affermato, lontano dalla gloria del Padre.
A causa della maledizione che gravava sul mondo, i seguaci del papa e della sua Chiesa avanzavano come orde di demoni. Straccioni, ribaldi, mercenari, cavalieri, preti. Arrivavano carichi di odio e ingordigia da ogni parte della Cristianit. Razziavano villaggi, assediavano castelli e citt, devastando, sterminando, impossessandosi di tutto. La croce che ostentavano sul petto, sulla spalla destra, sugli scudi, se non era un simbolo degno di Dio, lo era delle azioni che essi stavano compiendo in suo nome.
AMOR, il Dio d'amore e di luce.
ROMA, il suo contrario.
Oscurit, bramosia, ignoranza, emozione della morte, regno della carne, stolta saggezza della carne, sapienza stizzosa. Ecco le sette potenze dell'ira.
La materia  sozza tenebra, il Creato  maledetto.
Per questo, chi aveva ricevuto il battesimo di fuoco e di spirito, il consolament, ed era in tal modo divenuto un Perfetto, adesso bruciava sui roghi con gioia ed esultava, felice di liberare la propria anima dalla prigionia del mondo della materia.
Per tutta la vita avevano predicato che il Creatore  Satana, che colui che dett i comandamenti a Mos  il Nemico eterno, il Principe delle tenebre; lo avevano chiamato Dio usurpatore e crudele, il Dio che regna sul mondo, su questa creazione perversa, fatta di cose corruttibili e vane, che torneranno certamente nel nulla da cui sono venute.
Il Creato  posto per intero nella malvagit, dicevano i Perfetti. Infatti, Ges, il Salvatore, disse: Il mio regno non  di questo mondo.
Terra dell'oblio, dove tutto  lordura e gli uomini dimenticano la loro origine celeste; un luogo di sventura e di tenebre, che produce spine e triboli, ma che  prossimo a essere maledetto e a finire arso nel fuoco.
I suoi abissi risuonavano di pianto e stridore di denti quel giorno, a Besirs.
Ma sette cieli pi in alto c'era il regno del Dio legittimo, buono e santo, giusto e sapiente, perfetta Bont.
Il Dio di luce.
I Perfetti visitavano le case, dicendo che da Lui viene la buona Creazione, l'alter mundus. Insegnavano che  un doppio speculare della creazione malvagia, del tutto identico al nostro mondo materiale, ma fatto di luce, perfetto, incorruttibile ed eterno.
Per avere proferito queste parole blasfeme erano stati condannati all'annientamento dalla Chiesa.
Cos, le anime dei primi catari arsi vivi stavano risalendo al Regno del Padre, quel giorno. Dai cumuli di legna ardente, i Perfetti, imitati dai credentes pi coraggiosi, gioivano della loro liberazione.
Gli eretici, tutti insieme, urlavano: I cieli e la terra scompariranno davanti a voi, e colui che vive nel Vivente non vedr n la morte n la paura!.
Poi le fiamme divoravano i loro piedi, le loro gambe, cuocevano gli occhi nelle orbite, avvolgevano i loro corpi consumandoli rapidamente, fino a cancellare i sorrisi delle estasi e a mutarli in grotteschi ghigni d'ossa.
Cremazione del reo vivo, cos era chiamato dalla Chiesa di Roma il sommo supplizio del rogo. Annientava il fungo velenoso dell'eresia cancellandone ogni suo invisibile seme, purificava il morbo immondo senza doverlo toccare, anticipava le pene dell'inferno, le rendeva evidenti a chi assisteva allo spettacolo e, in ultimo, evitava la sepoltura del condannato assicurandone la damnatio memoriae.
E il lezzo di carne umana appestava l'aria; il fumo nero dei roghi, portato dal vento, entrava nelle case e si depositava ovunque, creando una spessa patina oleosa. Degli eretici arsi vivi restava soltanto un liquido denso e fetido, che colava sui muri.
I catari sono piccole volpi che devastano la vigna del Signore. La Cristianit  in pericolo, gli eretici rifiutano il battesimo e la croce, l'eucarestia  esecrata. Poich nessun rimedio ha effetto sul male, che questo sia estirpato con il ferro. La spada materiale si unisca alla spada spirituale. Avanti, cavalieri di Cristo! Un pio zelo vi infiammi!. Cos papa Innocenzo III aveva supplicato i fedeli affinch prendessero la croce e compissero lo sterminio. E dopo pi di un anno di predicazioni, ambasciate, blandizie di ogni genere volute dal vescovo di Roma, quel pio zelo stava infiammando ogni cosa: i campi di grano, rigogliosi di spighe mature, gli alberi pieni di foglie e di frutti, le case stipate di donne e bambini impauriti.
Dai roghi salivano messaggi di fumo minacciosi per chi guardava Besirs da lontano: Presto toccher anche a voi.
Fino a poche ore prima, nessuno a Besirs pensava che la citt sarebbe stata violata in quel modo, tanto che alcuni abitanti erano usciti dalle mura per sbeffeggiare gli assedianti. Per la fazione pi aggressiva dell'esercito crociato fomentava l'avidit dei ribaldi, e aveva approfittato dell'occasione.
I crociati erano entrati.
Ma forse gli sbeffeggiamenti non c'entravano. Forse i comandanti della crociata avevano da tempo scelto quel giorno simbolico per dare inizio alla loro guerra, perch era la festa di santa Maria Maddalena, il pi importante degli apostoli e la sposa di Ges, secondo il credo dei catari.
Adesso i rumori inequivocabili dello sterminio stavano risuonando nelle strette vie.
I crociati stavano uccidendo tutti, anche donne, bambini e vecchi, senza piet.
Gli infanti venivano afferrati per i piedi e sbattuti contro le pietre fino a mandare in poltiglia le loro teste o venivano scagliati contro gli stipiti delle porte e gli angoli delle case per spezzarne in due la schiena.
Nessuna distinzione fra eretici e cattolici: gli invasori stavano pensando soltanto al bottino e a uccidere pi che potevano, per conquistarsi l'assoluzione di tutti i peccati e garantirsi l'accesso al Paradiso.
Nell'aria c'era un unico, immenso rombo: un suono potente e cupo, generato dalle grida, dai macigni lanciati contro le mura della citt o sui tetti delle case, dallo sferragliare delle spade, dai nitriti eccitati dei cavalli, dallo spavento generale dei cani, dei porci, delle galline, dal sibilo delle frecce che a tratti oscuravano il sole.
Tutto questo insieme produceva un ruggito abominevole.
Il verso feroce della Bestia.

10.

Ademaro il Nero, un ottimo cavaliere, ma fiaccato dagli anni e dagli agi di corte, si trovava con sua figlia nel peggior posto possibile: una casa comunitaria catara. Una camera disadorna, con le pareti imbiancate di calce, un tavolo coperto da un telo candido e due ceri bianchi, che erano tenuti sempre accesi, a simboleggiare la luce dello Spirito Santo disceso sugli apostoli il giorno di Pentecoste, dopo l'Ascensione di Cristo al cielo.
Un anziano Perfetto pregava.
Benedicite parcite nobis.
Gli altri Perfetti e i credentes che si erano riuniti l per prepararsi ad accogliere la morte, risposero in un coro pacato e monotono: Pater et Filius et Spiritus Sanctus dimittat nobis et parcat omnia peccata nostra.
Adoremus Patrem et Filium et Spiritum Sanctum.
Dignum et iustum est.
Gratia Domini nostri Jhesu Christi sit semper cum omnibus nobis.
Amen.
Quindi fu impartito a tutti i presenti il consolament, mediante l'imposizione delle mani e del Vangelo sulla testa dei credentes, e in questo modo chi non lo era gi divenne un Perfetto e si dispose a morire con gioia.
In quella calma irreale, mentre fuori tutto divampava e strepitava, la figlia di Ademaro abbass gli occhi larghi sul proprio ventre, rigonfio di vita pulsante. Ascolt il frastuono della ferocia che si avvicinava. Sta accadendo davvero, disse, la voce sottile che tremolava.
Oc, sta accadendo, le rispose uno degli uomini d'arme rimasti a proteggere lei e suo padre. Ansimava con lo sguardo attento rivolto alla finestra, l'orecchio proteso alle mura di cinta della citt. Dobbiamo andare. Stanno arrivando.
Un altro cavaliere spalanc la porta all'improvviso ed entr dicendo che l fuori stava avendo luogo una strage inaudita. Non c' tempo da perdere.
Ma dove andremo?, chiese la giovane donna. Perch i templari non sono venuti a salvarci come promesso?
Non lo so, le rispose Ademaro. Siamo stati traditi.
Fuori, nelle vie anguste, risuonavano le urla inferocite dei crociati e quelle delle loro vittime, soffocate nel sangue e nel fuoco.
Solo i porci, i cani e le galline riuscivano a scappare dal tumulto.
E si udivano i Perfetti di Besirs esultare sui roghi improvvisati, che andavano moltiplicandosi; gli altri, tutti gli altri, stavano ricevendo i fendenti delle lame, recitando il Padre Nostro fra gli scherni degli assassini mandati dal papa.
Andiamo, supplic ancora il cavaliere.
In quel momento le ante della porta volarono via spinte da un calcio, e nello specchio abbagliato dal sole apparve la sagoma di un templare, un lungo mantello bianco con la croce rossa patente sulla spalla destra.
I due uomini sguainarono le spade e si frapposero fra la donna e l'intruso. Non c'era nessun altro dietro di lui, in controluce appariva come un'ombra nera e solitaria. Chi siete?.
Il templare lasci la spada nel fodero e fece due passi avanti. Mi chiamo Cercamon. Mi manda il gran maestro.
Lasciatelo passare, disse Ademaro. Lo stavo aspettando.
I due guardiani, attoniti, si scostarono.
La dama si mise faticosamente in piedi e si aggrapp al braccio di suo padre, il quale le diede un bacio sulla fronte, le pos una mano sulla pancia e la guard con dolcezza. Poi mosse gli occhi verso Cercamon. Vi aspettavamo da giorni. Vi presentate proprio adesso che.... Si impose di tacere per non spaventare sua figlia. Siete solo? Sarebbe questa la protezione che il gran maestro ci aveva promesso?.
Cercamon gli spieg che aveva atteso molti giorni all'esterno della citt, che era presa d'assedio e che, cos come gli assedianti non permettevano a nessuno di uscirne, gli assediati non permettevano a nessuno di entrarvi.
Consegnate l'oggetto a quest'uomo, ordin Ademaro, e guard con dolore Cercamon, che prendeva in consegna un involto di lino delle dimensioni di un neonato.
Il gran maestro aveva promesso che avrebbe portato in salvo mia figlia.
Io non ne sono stato messo al corrente, messere. Ho solo ricevuto l'incarico di prendere in consegna la vostra reliquia.
Ademaro scosse la testa. Vogliamo arrivare al fiume. Seguiremo gli argini per un tratto, col favore della vegetazione. Conosciamo un sentiero. L troveremo una barca.
Vi aiuter, disse Cercamon. Si chiese perch il gran maestro non lo avesse informato della situazione, perch avesse tradito quella dama e la vita che portava in grembo, ma non c'era tempo per cercare delle risposte. Doveva aiutarli a uscire subito dall'edificio, perch le case comunitarie catare sarebbero state i primi luoghi dove i crociati avrebbero cercato e su cui si sarebbe abbattuta la loro furia.
Andiamo, su. Ademaro nascose sua figlia sotto una coperta e le cinse delicatamente le spalle. Riesci a camminare?.
Oc. Fece il primo passo e disse che poteva reggersi in piedi da sola.
L'armigero che era rimasto fuori a controllare la strada li incit a fare presto.
Il fiume sar sorvegliato palmo a palmo, osserv Cercamon.
Lo  stato fino a poco fa. Adesso che le porte sono state sfondate e la cortina  stata valicata, si precipiteranno tutti dentro a saccheggiare. Nessuno rester a guardare l'acqua scorrere.
Spero che abbiate ragione. Cercamon li sospinse fuori con delicatezza. Dov' il padre del bambino?
Di certo star combattendo, disse Ademaro. Se la caver.  un prode cavaliere.
Speriamo, disse lei accarezzandosi la pancia enorme. Il piccolo  come lui, non smette mai di muoversi.
Ademaro pos le labbra sulla guancia madida e calda di sua figlia, una mano sul suo ventre. In questo momento si trova nel luogo pi bello e prezioso del mondo, le disse.  un bambino fortunato.

11.

Andarono verso il fiume, in direzione opposta al frastuono delle armi. Su di loro, una spessa coltre di fumo e una pioggia di cenere.
La giovane dama faticava a stare al passo degli altri, ansimava trascinando il proprio corpo reso pesante e goffo dalla gravidanza in stato avanzato; gemeva, quasi fossero imminenti le doglie.
Possiamo andare pi svelti, la strada  libera, inform un armigero, che tornava da un'avanscoperta. Ha bisogno d'aiuto, signore?.
Ademaro guard sua figlia, curva e impacciata, e pens che non ce l'avrebbe mai fatta. Va tutto bene, disse.
Percorsero un breve tratto, poi si fermarono di nuovo ad ascoltare.
Cavalli in avvicinamento, al di l di qualche stretto vicolo di pietra.
Si affrettarono come poterono, gobbe figure sul limitare dell'Apocalisse, scivolando silenziosi laddove non si udivano ancora sbraitare quei lupi affamati, che ormai stavano battendo palmo a palmo l'abitato.
Quando raggiunsero la parte pi alta della citt, dove si ergeva la cattedrale, poterono vedere la distesa morta e fumante in cui si stava tramutando Besirs.
Adesso le grida diminuivano, segno che cresceva il numero di morti.
Le macchine d'assedio - braccia, fionde, e contrappesi - erano ancora in funzione: dopo aver espugnato, si stavano impegnando a distruggere.
Dall'interno si rispondeva ancora all'attacco, in una strenua difesa, con piccole catapulte, i mangani, e frecce e olio bollente.
I pesanti proiettili dei trabucchi e i dardi dei balestrieri sibilavano cupi nell'aria infestata dalla morte, e sulla terra impregnata di sangue e di umori, di materia sprizzata fuori dalle budella calpestate, roteavano bastoni, scintillava e strideva il ferro di spade, falci, asce, zappe.
Dall'alto delle mura si continuava a scagliare pietre verso la marea di assalitori che sommergeva tutto; resistevano tirando con archi e balestre. Durante la notte erano state installate tra un merlo e l'altro le ventiere, tavole basculanti che fungevano da scudo per i tiratori; li si udiva urlare: Gi!, in continuazione. Ademaro sapeva che quell'ordine era rivolto all'uomo addetto a tenere alzate le ventiere con un bastone lungo e che doveva rilasciarle al momento opportuno, non appena scoccati i dardi.
Sapeva anche che i difensori non avrebbero resistito ancora per molto.
Grida fameliche, sempre pi vicine.
Ondate di schiamazzi inferociti si infrangevano contro i bastioni del dolore.
Cominciarono la discesa verso il fiume. Lo si poteva quasi sentire, scorrere oltre le case. E Cercamon immagin gli alberi sulle due sponde, che non potevano specchiarsi sulla superficie dell'acqua, ricolma di cadaveri.
In lontananza i sibili di frecce, dardi e pietre, come respiri di anime in pena. Poi, pi vicino, voci soffocate.
Cercamon guard avanti e non vide pi l'armigero. Si volt indietro: anche l'altro uomo di Ademaro era scomparso.
Padre e figlia procedevano da soli, ansimando nelle strette vie di Besirs, pi veloce possibile.
Ma la crociata, come una pustola infetta, stava spandendo il suo miasma letale su ogni cosa, i tentacoli di quel morbo si avvicinavano con una rapidit inesorabile.
Con quell'andatura non ce l'avrebbero mai fatta. E lui con loro, se avesse continuato a seguirli. Abbass gli occhi sul fagotto di tela che stringeva in mano, la reliquia che era venuto a prendere, e si disse che se voleva portarla ad Arles doveva andarsene immediatamente da l. Nascondersi. Confondersi fra i crociati e lasciare Besirs ai suoi ultimi rantoli.
Pi svelti, disse, e in quell'istante cap quanto fosse inutile spronarli, e perfino crudele.
La donna piangeva, voleva fermarsi e arrendersi al proprio destino. Ademaro la trascinava dicendole che poteva farcela, che mancava poco.
Poi, un tremore inequivocabile scosse la terra sotto i piedi, segu il rombo assordante degli zoccoli al galoppo tra le case, e nel tempo di un respiro Cercamon si trov circondato da mostri d'acciaio: quattro cavalli bardati con maglia di ferro, montati da altrettanti cavalieri protetti da usberghi e placche d'armatura su braccia e gambe, con la croce rossa sulla spalla destra e sugli scudi, a simboleggiare il loro impegno con Cristo, e le mazze ferrate in pugno, sgocciolanti di sangue.
Uno di loro ordin agli altri di fermarsi e si fece avanti. Indossava un elmo chiuso, come una secchia rovesciata, con una croce dorata sul davanti; nei bracci pi corti della croce erano a malapena visibili le sottili fessure per gli occhi, alla base si trovavano i fori per l'areazione; una tortora con le ali aperte sulla cotta d'arme, sullo scudo e sulla gualdrappa. Montava un destriero dal pelo talmente nero e lucido che pareva essere appena passato sotto una colata di pece bollente.
Non siamo qui per voi, vogliamo solo la reliquia.
Chi siete?
Vostri amici.
Amici?, fece Cercamon con disprezzo. Sguain la spada e si mise la dama alle spalle facendole scudo con il proprio corpo. Svelti, andate!.
Padre e figlia corsero via, lei arrancando come poteva. Cercamon fu sorpreso dal vedere che i crociati non li inseguivano.
Fate largo, lasciatemi passare.
Prima consegnateci la reliquia.
Non ho reliquie con me, disse Cercamon.
Quella. Il cavaliere indic con la punta della lancia il fagotto nelle sue mani.
Dovrete passare sul mio cadavere.
Presto avrete nostre notizie, disse il cavaliere. Ci rivedremo!. Poi con un cenno ordin ai suoi uomini di attaccare, e Cercamon fu travolto da due cavalli alle spalle e subissato da una gragnola di colpi, che gli piovevano da ogni lato. Cadde perdendo la spada e l'involto di tela che aveva preso in consegna per conto del gran maestro.
Altri crociati stavano sopraggiungendo al galoppo, urlando, seguiti da una ridda di fanti, molti dei quali erano completamente nudi, ma armati di picche, falci e pugnali. Strepitavano, per procedevano con lentezza, perch erano impegnati a uccidere, stuprare e ghermire tutto ci che incontravano sul loro cammino e a sfondare ogni uscio, violando e depredando, casa per casa, lasciandosi dietro una scia di sangue frammisto alla loro bava immonda.
Cercamon era frastornato, a terra, eppure ancora cosciente. 
Il cavaliere con la tortora era ancora l. Adesso aveva in mano l'involto di lino e il suo elmo si stava muovendo su e gi in un lento cenno di assenso.
Ansimavano tutti per il caldo soffocante. Era il 22 luglio, e il sole era al suo apice nel cielo terso e imbrattato dal fumo dei roghi. Sotto gli elmi mancava l'aria, la pelle bolliva, e stava diventando sempre pi difficile respirare anche a causa del lezzo e del fumo.
La citt bruciava. Le esalazioni acri e dense della devastazione strozzavano i polmoni, bruciavano la gola.
Cercamon si rimise in piedi. Aveva la sensazione che gli occhi gli fossero caduti in un orticaio. Ud la voce ovattata del cavaliere: Ci rivedremo.
Non sapeva se inseguirli o cercare Ademaro e sua figlia. Si volt e un tuono gli esplose al centro della testa. L'effetto di un colpo ben assestato di mazza ferrata sull'elmo.
Vacill e cadde su un fianco.
Impieg un po' a perdere conoscenza.
Pot vedere i cavalieri che si allontanavano con un terremoto di zoccoli, incitando gli animali a galoppare in quell'inferno. Non erano stati loro a colpirlo.
Cercamon mosse una mano verso il proprio viso, strisciando piano il braccio sul terreno con le maglie metalliche dell'usbergo che grattavano il suolo molto lentamente, nel difficile tentativo di sfilarsi l'elmo e trovare aria fresca da respirare. Ma vide la mano che si fermava, esausta, per niente intenzionata a eseguire l'ordine ricevuto. Poi la luce svan portandosi via il crepitare della citt in fiamme, le voci concitate, le urla indemoniate dei razziatori, l'odore dolciastro del sangue.

12.

Aria nella gola secca; la bocca inondata di saliva salata e disgustosa. Le palpebre iniziarono a tremare. Cercamon mosse piano la mano. Le punte delle dita si toccarono fra loro. Tast la propria coscia e poi altre gambe e braccia che non gli appartenevano. Riusc a figurarsi la forma del proprio corpo usando il tatto. Era nudo, gli avevano rubato tutto. Apr gli occhi e non vide altro che una piatta distesa nera. Un fischio acuto e possente lacer il silenzio, portando nuovo dolore alla testa, che subito svan, lasciando dietro di s un brusio molesto.
Era in cima a un cascame di carne e ossa, lo sentiva sotto la schiena. Si tocc la faccia, il petto, le gambe. La pelle si stava ravvivando rapidamente. Ci volle un po' prima che le pupille riuscissero a scorgere qualcosa in quell'assenza di luce e lui potesse cercare di capire in quale luogo si trovasse.
Era al centro di una piazza.
Di notte.
Voci tutt'intorno.
Si tir su e riusc a rotolare via dalla catasta di cadaveri, alcuni dei quali gli si aggrapparono come per volerlo seguire nel mondo dei vivi.
Muovendosi carponi si avvicin di nuovo ai corpi inerti per guardarli. Non ne individu neppure uno che avesse ancora indosso qualche straccio da potergli sfilare.
Erano tutti nudi come lui.
A molti di loro erano state mozzate perfino le dita e le mani, per portare via rapidamente anelli e bracciali; e innumerevoli altri erano stati sventrati dai crociati alla ricerca di monete e gioielli che potevano essere stati ingeriti. E non c'era troppo da illudersi che le amputazioni e gli sbudellamenti fossero avvenuti dopo la morte.
Lui era stato risparmiato perch i templari non potevano permettersi di morire con qualcosa di prezioso addosso, pena la dannazione eterna, e non portavano mai nulla di valore con s.
Cercamon ringrazi Dio. Si alz gemendo, smarrito e barcollante. Grazie ai bagliori provenienti dall'esterno, riusc a vedere meglio intorno a s.
Besirs.
Era l che si trovava un istante prima che il suo cervello si rabbuiasse. Lo ricordava perfettamente.
Era notte, adesso, e le strade erano piene di cadaveri.
Prov a camminare, con cautela. Aveva le gambe addormentate. Nel posare il piede a terra avvert una fitta alle ossa. Quando il dolore cess, sopraggiunse la sensazione sgradevole di calpestare un vespaio inferocito.
A stento, ma riusc a tenersi in equilibrio.
Si massaggi le gambe, prov di nuovo a muoversi, poi tese l'orecchio: voci, lontane per fortuna. Continu a massaggiarsi i muscoli e a respirare profondamente finch sent le forze rifluirgli nelle membra, il sangue che tornava a ribollirgli nelle vene, e questo gli procur un piacere sconosciuto.
Vag per la citt distrutta in cerca di vestiti. Ma tutto ci che poteva avere un valore era stato razziato. Non restava altro che devastazione. Besirs era stata ridotta in poche ore a una sorta di inferno abbandonato dalle anime. Tutto era morto e immobile, fatta eccezione per le fiamme che qua e l continuavano a cibarsi dei rimasugli delle case.
In lontananza vide i bagliori degli accampamenti crociati, fuori dalle mura cittadine. Ud voci di festa. Non piangeva pi nessuno fra le vie dell'abitato. Gli edifici che non erano stati bruciati, erano vuoti e spogli.
Cercamon entr dove pot, perlustr tutto da cima a fondo, ma non riusc a trovare neanche un cencio da mettersi addosso.
Le abitazioni erano state svuotate, cos come i porcili e le stalle.
L'avidit dei crociati non aveva risparmiato niente e nessuno.
Besirs non esisteva pi. Per lo meno non quella notte. Presto sarebbe toccata la stessa sorte a tutte le citt i cui signori si fossero ostinati a ospitare i catari e a favorire la loro predicazione. Perch gli eretici battevano i sentieri portando ovunque la loro fede unita a un comportamento esemplare, e bollando la Chiesa di Roma di corruzione e immoralit. I Perfetti erranti, che la gente chiamava tessitori, non erano mai stanchi di ripetere che Roma non era la vera Chiesa, che aveva tradito il vero insegnamento di Ges Cristo e che, per questo, non aveva il potere di rimettere i peccati e salvare le anime.
La chiamavano Grande Babilonia, basilica del Diavolo, madre delle fornicazioni.
Di fronte alla catastrofe che aveva intorno, Cercamon era costretto a prendere in considerazione l'ipotesi che i catari avessero qualche ragione.
Non riusciva a capacitarsene: come aveva potuto la sua Chiesa chiamare i fedeli a commettere tutti insieme un simile crimine, promettendo in cambio la remissione dei peccati? Chi era papa Innocenzo? Da dove veniva la sua fame di potere, la sua avidit di dominio?
Cosa stava accadendo in questo mondo, cosa era giusto credere e pensare?
Sapeva che quelle domande non avrebbero smesso di tormentarlo e che avrebbe avuto molto tempo per provare a darsi delle risposte, se solo fosse riuscito a procurarsi al pi presto dei vestiti, anche uno straccio qualunque. Perch avventurarsi nudo tra le ridde di pellegrini armati era la peggior cosa che si potesse fare: nel dubbio che fosse un eretico sopravvissuto allo sterminio, lo avrebbero assalito e scorticato vivo.
No, se voleva agire indisturbato, doveva avere una croce cucita addosso.
Ma ovunque non vedeva altro che carne morta.
Poi, mentre incedeva a tentoni nell'oscurit, tocc col piede un oggetto duro e pesante, e lo vide rotolare davanti a s.
Si chin per vedere cosa fosse, evitando di frapporsi fra l'oggetto e la luce lunare.
E si ritrov a guardare negli occhi sbarrati di una testa umana, che era stata spiccata dal collo con un solo colpo netto.
Cercamon si ritrasse inorridito.
Dal taglio orizzontale indovin che il fendente doveva essere stato assestato da una persona a piedi, non da un cavaliere, nel qual caso il taglio sarebbe stato obliquo, dall'alto verso il basso. Dunque non era stato ucciso da un cavaliere. O forse uccisore e ucciso erano entrambi a cavallo.
Osserv meglio la testa. Se solo avesse potuto parlare, avrebbe potuto dirgli dov'era il resto del corpo.
All'angolo della via not un oggetto che riconobbe dalla forma: un elmo.
Poco pi avanti, una piccola scalinata, parallela alla via, conduceva a una stradina sottostante, che digradava verso la parte bassa della citt.
L, caduto dal livello superiore, c'era il corpo senza testa.
Un cavaliere crociato, Cercamon lo cap dalla croce cucita sul vestito. Aveva ancora la spada corta e il pugnale appesi al cinturone e i vestiti addosso, compresi gli stivali.
Era tutto intatto. Solo le parti di giaco e di usbergo vicine al collo erano imbrattate di sangue, ma meno di quanto si sarebbe potuto immaginare. E a Cercamon sembr che la statura e la corporatura dell'uomo fossero perfette per lui.
Si immobilizz e tese l'orecchio.
Ancora il vociare festoso dei vincitori che giungeva da lontano, ma silenzio tutt'intorno.
Spogli il cadavere, e lo fece con una tale foga che a un certo punto si ferm e si rimprover. Si stava comportando come un razziatore, come uno di quei maledetti crociati. Dio abbia piet della vostra anima, disse al corpo, e pens se non fosse il caso di andare a ringraziare anche la testa: dov'era l'anima?
Era in cielo, si disse, o all'inferno.
Lo ringrazi e fin di spogliarlo, quindi si rivest lasciando a terra soltanto la sopravveste, su cui campeggiava un'aquila con due teste contornata di stelle. Non conosceva quello stemma araldico, ma si ripromise che, per ricambiare quella generosit provvidenziale, se un giorno fosse riuscito a risalire alla famiglia cui apparteneva il defunto, si sarebbe recato a dare sue notizie: avrebbe mentito, avrebbe raccontato della sua morte gloriosa e della degna sepoltura con cui era stato salutato dai compagni d'arme.
Ma poteva mai essere una buona azione la menzogna?
Si diresse verso la porta principale della citt. Le scarpe gli stavano strette, ma dopo un po' il cuoio, morbido e fine, si adatt alla forma del suo piede.
La musica e i canti lo guidarono. Vestito da crociato, non ebbe difficolt a raggiungere le mura e a salire sui camminamenti per guardare l'esterno della citt. Gli accampamenti dei crociati brulicavano di gente eccitata dalla vittoria e dal pezzo di Paradiso che si erano conquistati massacrando altri cristiani. I padiglioni dei grandi signori baluginavano come tanti fiori di luce in un mondo notturno. E Cercamon, per la prima volta in vita sua, si rese conto di quanto fosse profondo il male che promanava dagli uomini.
Era puro orrore.
Ogni cavaliere templare degno di rispetto era e sarebbe sempre stato tormentato dal contrasto esistente fra gli insegnamenti non violenti del Cristo e la propria appartenenza a un ordine di monaci guerrieri. E lui non aveva mai fatto eccezione. Ma quel che aveva visto quel giorno, e ancor pi quel che stava vedendo quella notte, oltrepassava ogni limite.
Si volt a guardare la distesa di macerie in cui era stata trasformata la citt. Le montagne di cadaveri.
Mentre stava pensando che i crociati non avevano fatto prigionieri fu smentito da un urlo che pioveva dal cielo stellato. Cerc di individuare il punto esatto da cui proveniva e avvist un uomo nell'aria.
La visione fu breve, solo un istante - l'uomo aveva le mani e i piedi legati, stava volando verso di lui, con la faccia tesa in un'espressione disperata - e gli sfrecci accanto, a un braccio di distanza, per poi andare a sfracellarsi per terra. Subito ud le urla di giubilo provenienti dall'accampamento. Riusc a capire che si stavano rallegrando e complimentando con il manovratore del mangano per essere riuscito a lanciare il corpo oltre le mura.
Era assurdo.
Perch tanto odio?
Dov'erano il perdono, il porgere l'altra guancia, la piet?
Arriv un altro proietto umano, un grido di terrore lungo un'implacabile traiettoria balistica. Ma stavolta il poveretto si fracass contro le mura in una nube di sangue.
Cercamon scese dalla cortina e and a vedere pi da vicino cosa stava accadendo negli accampamenti.
Nessuno lo ferm, nessuno gli fece domande.
Fuori dalla citt, il paesaggio era dominato dall'arsenale di macchinari d'assedio: mangani, trabucchi, con ancora ammucchiate alla base le pietre che non erano state lanciate, tonde e candide come tante palle di neve; due enormi arieti, e due gigantesche torri lignee, la cui piattaforma sommitale superava le mura di Besirs in altezza.
Alcuni cavalieri, ubriachi fradici, stavano ordinando che fosse caricato un altro prigioniero su una delle catapulte: tre mangani allineati, in una gara a quale lanciava l'uomo pi lontano.
I proietti umani venivano disposti sul cucchiaio e poi scagliati come fossero pietre, e il volo era accompagnato dalle urla di incitamento e dalle scommesse degli astanti.
Il vino scorreva abbondante come il sangue.
Cercamon si diresse verso il successivo settore della cinta muraria, controllato da un altro grande signore. Anche qui padiglioni colorati e illuminati, e una moltitudine di crociati in festa. Nobili cavalieri e poveri crociati si stavano divertendo e rilassando insieme, con un gioco diverso da quello che si stava tenendo nell'accampamento vicino, ma ancor pi crudele.
Qui era stata approntata una trave, cui erano stati appesi a testa in gi alcuni eretici, nudi. Cercamon ne cont sette, ma ne vide altri, a decine, ammassati poco pi in l, che attendevano il loro turno, come porci in procinto di essere macellati. Eppure nessun maiale era mai stato seviziato in quel modo da un macellaio, pens Cercamon. I prigionieri potevano vedere con i propri occhi sgomenti quello che li aspettava di l a poco: sarebbero stati anche loro come gli altri appesi per i genitali. Quelli che stavano soffrendo adesso penzolavano da un bel po', sent dire Cercamon da qualcuno nella folla, meravigliato dalla resistenza di quelle parti del corpo umano e dal fatto che, stando a testa in gi, non si perdesse conoscenza.
Il gioco consisteva nell'indovinare quale dei sette uomini si sarebbe staccato per primo.
Fu quello al centro.
Tonf a terra con uno spruzzo di sangue e un grido smorto. Trem e si contorse gemendo finch un fante non lo ferm conficcandogli una picca nel cuore.
Scommessa vinta.
Scommessa persa.
Ne cadde un altro.
Poi un altro.
Come frutti troppo maturi.
Cercamon si tapp la bocca con la mano e si allontan barcollando. Dopo pochi passi si accasci sulle ginocchia e vomit, piegato in due dalla forza del conato.
Dov'era Dio?
Perch tutto questo, perch?
Quando rialz la testa, oltre il velo lacrimoso che gli appannava le pupille, vide l'ombra di un cavallo senza cavaliere. Era sellato, con il morso. Vagava a pochi passi di distanza, come un fantasma equino, ma sembrava reale.
L'animale non si era accorto di lui perch si trovava sottovento.
Cercamon si accucci e gli si avvicin di soppiatto.
Il ronzino rizz le orecchie, sussult, e fece per scappare, ma lui fu pronto a scattare in piedi e con un guizzo riusc ad afferrare una redine e a fermarlo.
Buono, gli disse, buono.
La fortuna, che quella notte stava ignorando cos tante persone, baciava lui per la seconda volta.
Ti ringrazio, disse con lo sguardo rivolto alle stelle. Come pu un padre buono permettere tutto questo?. Ma il suo colloquio con Dio fu breve.
Grida venivano verso di lui. L, eccolo l!.
Un gruppetto di giovani aveva notato il cavallo e stava accorrendo per catturarlo.
Portami ad Arles, disse Cercamon saltando in sella, subito proteso in avanti, e si lanci al galoppo contro il vento oscuro e fresco di quella notte maledetta.

13. Feudo di Iselda di Occitania, Contea di Moriana.
giorno venticinquesimo di luglio.

Pius era disteso sull'erba. Un bosco fitto alle sue spalle e una vallata verde davanti: un prato rigoglioso, che digradava e risaliva culminando dall'altra parte in un'altura scossa dal vento, su cui svettava il castello di Iselda, con le sue quattro torri angolari e l'alto maschio centrale.
Comodo nel suo usbergo - una maglia metallica che lo copriva fino ai polsi e alle ginocchia - Pius aveva la testa sorretta dall'elmo, usato come guanciale, e guardava il cielo assolato. Particelle di luce e fili di cristallo fra le ciglia.
Inspir.
Espir.
Dove sei? Perch ti nascondi?
Ascolt il vento, che sussurrava parole misteriose.
Sei tu?
Guard un'aquila attraversare l'ombra di una nuvola con una piccola carogna che penzolava dagli artigli.
Perch hai creato la sofferenza, la morte?
Accarezz le punte dei fili d'erba, sent un formicolio piacevole. Il mondo era fresco, vivo.
Sei in ogni cosa, eppure non ti trovo.
Dio non gli era parso mai tanto assente quanto negli ultimi tempi: sospetto, intolleranza, avversione e altri oscuri sentimenti erano alimentati dalle parole del papa, che riecheggiavano in ogni chiesa chiamando i fedeli a prendere la croce e unirsi alla spedizione armata contro i catari.
Cos, incitato e fomentato, ognuno sentiva di fare del bene insultando e ferendo chiunque non si mostrasse vero cattolico in tutto e per tutto.
Pius l'amico dell'eretica! Pius solo di nome!, gli gridavano dietro alcuni bambini del borgo, che avevano ascoltato i tanti pettegolezzi degli adulti.
Ormai c'era persino chi vedeva un segno di eresia catara nel fatto che lui non indossasse sproni d'oro, come tutti gli altri cavalieri, mentre fino a poco tempo prima quasi tutti vi scorgevano soltanto un segno di umilt.
Ma, se tutto questo aveva il potere di rammaricarlo, non riusciva a turbarlo: lui avrebbe sempre saputo come difendersi dai nemici, chiunque essi fossero e qualunque volto avessero avuto. Combattere era il suo mestiere.
Le sue paure riguardavano soltanto Iselda.
Apr il libro. Non conosceva un modo migliore per sfuggire alle pene del mondo.
Lo aveva gi letto molte altre volte, cos tante che ne aveva perso il conto. Si intitolava La storia del Graal.
Non che fosse pi avvincente delle altre storie scritte da Chrtien de Troyes, il suo poeta preferito; dopotutto era persino un'opera rimasta incompiuta. Ma era proprio questo a renderla speciale, il fatto che fosse come tranciata di netto dalla lama dell'enigma.
Quella storia - e la storia di quella storia - avevano la qualit ineffabile di instillare domande nella mente di un lettore curioso come Pius.
Una montagna di domande.
A cominciare dal perch fosse stata lasciata incompiuta, appunto.
Chrtien era stato ucciso, mentre vi lavorava? E che cos'era l'oggetto misterioso che per la prima volta faceva la sua comparsa in un racconto scritto: il Graal?
Altri autori dopo Chrtien de Troyes avevano profuso grandi quantit di inchiostro nel tentativo di completare la sua storia, e avevano scritto che il Graal fosse il calice dell'Ultima Cena. Ma lo era davvero? E perch tutti, lui compreso, si erano convinti della sua esistenza al punto da cercarlo con ogni mezzo? Perch un racconto di fantasia aveva scatenato un cos grande interesse verso un oggetto di cui non si capiva neppure cosa fosse? Solo pochi capoversi, un breve episodio, poco pi di un accenno, erano dedicati al Graal nell'opera di Chrtien. Per non parlare del fatto che narrava di vicende ambientate secoli e secoli addietro, nell'antica Britannia.
Il Graal esisteva davvero? Cosa sapeva Chrtien? Era stato ucciso perch non continuasse a scrivere la sua opera e non rivelasse qualcosa di sconveniente? Se s, cosa? Sconveniente per chi?
E che dire del fatto che, dopo Chrtien, anche un altro poeta francese aveva dovuto per qualche inspiegabile motivo lasciare incompiuta la sua opera sul Graal? Costui si chiamava Robert de Boron, il primo a parlare del Graal come del calice dell'Ultima Cena, rendendolo una reliquia cristiana. Aveva fatto in tempo a scrivere poco pi di un libro dei tre che aveva in programma.
Cosa gli era accaduto?
Le domande generavano brividi di cui ormai Pius non poteva pi fare a meno, e a volte si diceva che, forse, erano proprio quei brividi il Graal: il piacere delle domande.
Ma no, il Graal doveva essere reale ed esistere da qualche parte.
Iselda diceva che, se per reale si intendeva materiale, a lei non interessava, perch la materia  una creazione malvagia; il vero Ges, per lei, era solo apparenza: non era morto realmente sulla croce; dunque, anche il vero Graal doveva essere immateriale, fatto di luce purissima.
Nonostante fosse un cavaliere, con le sue mani callose e spesso sporche di sangue, Pius sfogliava con gusto i libri e con altrettanto piacere li acquistava, investendo somme cospicue. Li comprava e li scambiava, preferendo questo commercio a quello delle reliquie, sul quale tanti cavalieri amavano lucrare, pi che pregare.
I libri, poi, per Pius erano cose sante e benedette, e avevano anche un'altra caratteristica in comune con le reliquie: erano oggetti molto costosi. Fra tutti, a dispetto degli insegnamenti di Ges, i pi cari erano proprio le opere liturgiche, che richiedevano ottima pergamena, accuratezza nella scrittura e ricche decorazioni, come le illustrazioni su fondo d'oro.
Ma cosa facevano i chierici per procurarsi i loro lussi?
Pregavano.
Pius, invece, il denaro per acquistare i libri se lo guadagnava rischiando la vita nei tornei, quelle guerre per gioco dove si muore molto pi facilmente che nelle battaglie vere e proprie.
Secondo un predicatore che una volta gli era capitato di ascoltare, i partecipanti a un torneo commettono tutti e sette i peccati capitali: la superbia, perch competono fra loro per uno smodato desiderio di gloria e onori; l'ira, perch lo scontro finisce inevitabilmente con il generare odio e desiderio di vendetta; l'accidia, perch gli sconfitti in torneo cadono in uno stato di prostrazione e sconforto; l'avidit, perch si gareggia per conquistare il bottino, costituito dalle armi e dai cavalli degli avversari atterrati e dai ricchi premi messi in palio per i vincitori; la gola, perch i tornei sono sempre accompagnati da grandi banchetti; la lussuria, perch i torneanti si scontrano quasi sempre per compiacere le loro dame o per conquistarne di nuove.
Ecco: quasi sempre.
Pius partecipava per i libri.
Nella sua anima conoscere e combattere erano divenuti una cosa sola.
Leggeva in ogni momento libero dagli impegni d'arme e di corte e, come adesso, provava un piacere segreto nello starsene disteso sull'erba a dilettarsi con le parole e con i misteri, rigirandosi una pagliuzza fra le labbra.
Fin dall'et di sette anni - quella in cui i maschi smettono di giocare e passano dalla tutela delle donne a quella degli uomini, per imparare a cavalcare e a combattere - Pius si era dedicato ogni giorno agli studi sotto la guida di suo padre. Da ragazzo, poi, divenuto scudiero all'et di quattordici anni, si era recato spesso in citt ad ascoltare le lezioni di trivio e quadrivio tenute dai chierici nella scuola cattedrale, dividendo in modo equo il tempo a disposizione fra l'esercizio delle armi e quello dell'intelletto.
Per un cavaliere, diceva suo padre,  meglio agire bene che sapere. E poi, facendo oscillare il dito indice, precisava: Ma ricorda, figlio mio, che il sapere precede sempre l'agire.
Questo aveva fatto di Pius un raro esempio di cavaliere istruito.
Non aveva mai smesso di nutrire la fame di conoscenza che gli nasceva da chiss quale recondito dell'anima, neppure dopo essere stato addobbato cavaliere, a ventun'anni. Aveva portato libri con s persino nelle campagne militari. Se gli capitava di soggiornare nei pressi di una cattedrale, ancora adesso non mancava di presentarsi alle lezioni come uditore. Leggeva avidamente tutto quel poco di nuovo che capitava, e lo faceva ricopiare, se lo riteneva interessante e se poteva disporre del manoscritto per il tempo necessario, e la sua biblioteca personale ospitava molti splendidi codici: la Sacra Bibbia, opere di Isidoro di Siviglia, di Agostino di Ippona, di Boezio, di Aristotele... Adesso erano tutti chiusi in una cassa, perch, da quando si era innamorato di Iselda, Pius non pensava ad altro che al Graal e lo cercava nelle storie incompiute di de Troyes e di de Boron; in particolare nella prima delle due, l'originale, la pi autentica.
Indizi che potessero aiutare il cercatore non ce n'erano, per lo meno non in apparenza, perch i fatti si svolgevano in un tempo troppo antico, e in un luogo lontano. Pius vi si era recato anni addietro, durante un pellegrinaggio all'abbazia di Glastonbury, ai confini del Galles. L era stata da poco scoperta la tomba di re Art e della regina Ginevra - o, almeno, questo era ci che sostenevano coloro che avevano trasformato il luogo in un santuario, meta di pellegrini. Ma non aveva incontrato nessuno in grado di dire dove fosse custodito il Graal, n se esistesse davvero.
C'era poi il fatto che Chrtien de Troyes, stando alle sue stesse dichiarazioni, viveva nella Champagne, non nel Galles. Dunque, le ultime tracce del Graal, bench sotto l'evanescente forma di racconto scritto, si trovavano nel regno di Francia e forse era l che bisognava cercare adesso.
Era possibile che il Graal fosse nascosto in un qualche monastero o in una chiesa o in un castello, in Francia?
Pius adorava crogiolarsi fra le domande e vedere le risposte svanire nel nulla, una dopo l'altra.
Se il Graal fosse esistito davvero, Iselda sarebbe potuta guarire dalla sua malattia oscura?
Chrtien diceva che il Graal aveva il potere di mantenere in vita un re molto malato e di fare grandi miracoli. Questo era stato sufficiente a far nascere uno stuolo di cercatori; trafficanti di reliquie, per lo pi, ma non mancavano altri nobili cavalieri e perfino religiosi tra gli ossessionati dal Graal.
Pius aveva compiuto tanti e lunghi viaggi e si era recato anche a Troyes, per cercare Chrtien. Lui doveva conoscere la verit pi e meglio di chiunque altro, pensava Pius: valeva la pena di tentare; nella peggiore delle ipotesi avrebbe incontrato il pi grande poeta della cristianit, si era detto.
Era partito senza esitare.
Gli avrebbe chiesto se ci che raccontava in La storia del Graal era tutto frutto della sua fantasia o se non ci fosse qualcosa di reale, lo avrebbe supplicato in ginocchio di dirgli dove cercare il re pescatore e la sua portentosa reliquia, fosse anche oltre i confini della terra.
A chi domandare del Graal se non all'uomo che ne aveva parlato per primo?
Ma non era riuscito a trovarlo.
Chrtien de Troyes non era semplicemente morto da molti anni, era come se non fosse mai esistito.
Chiuse il piccolo codice e lo lasci cadere sull'erba, accanto alle armi, che aveva radunato in una composizione che non variava mai: spada lunga conficcata nel suolo con accanto lo scudo, anch'esso con la punta affondata nella terra soffice, e l'elmo appeso al pomo dell'elsa.
Si alz, tolse il morso al destriero per lasciarlo libero di pascolare. Hai ragione, gli disse dandogli una carezza sul collo candido, mi sono dimenticato di te. Le froge dell'animale vibrarono con uno sbuffo compiaciuto, i crini sottili ondeggiarono al vento in un gesto di gratitudine. Vai, bello. Gli assest un colpetto per incoraggiarlo ad allontanarsi un po'. Va'.
Pius estrasse la spada, lasciando il fodero infisso nel suolo, si sedette e cominci a lucidarla.
Un volto asciutto si specchiava nell'acciaio, la fronte spaziosa solcata da una cicatrice che trafiggeva il sopracciglio destro, come un fulmine, occhi verde chiaro dalle sclere bianchissime, lunghi capelli neri che sparivano oltre la superficie riflettente, come recisi dal filo della lama. Pius di Rossocuore spaventava gli uomini tanto quanto attraeva le dame, ma quando possibile nella sua mente scorrevano fiumi di inchiostro, non di sangue, e il suo cuore batteva solo per Iselda. Era amante della pace, anche se la sua spada non restava mai nel fodero quando il conte di Moriana o qualcuno dei suoi sudditi aveva bisogno di aiuto, e neppure quando uomini avidi, enfiati dall'odio e dall'invidia, si avvicinavano troppo, valicando una linea di confine immaginaria.
Rizz la schiena di scatto e si mise in ascolto.
Un rumore alle sue spalle, proveniente dal bosco.
Drago non lo aveva udito, stava continuando a brucare l'erba con indifferenza.
Pius si era appostato sulla parte alta di una collina, sul limitare della foresta, dove c'era una grossa quercia caduta ma ancora viva e rigogliosa. Da quella posizione poteva ammirare tutto lo spazio ondeggiante della landa e il castello di Iselda che si ergeva sulla collina di fronte, con il ponte levatoio alzato e il borgo al di qua del fossato. Il borgo era vulnerabile, perch non protetto da una seconda cortina difensiva. Gli abitanti potevano rifugiarsi all'interno delle mura di cinta del castello, ma solo in caso di estremo pericolo, non certo per qualche balordo spuntato dal folto della selva.
Una terra ricca, lavorata da gente pacifica, governata da una donna sola, pens Pius. Un castello difeso da una guarnigione ridotta a pochissimi uomini. Non c'era niente di pi ambito dai briganti e soprattutto dai confinanti felloni e ingordi.
Ascolt la voce profonda del bosco. Tutto suonava e cantava secondo il volere del Signore.
Si rilass.
Ma sapeva che prima o poi sarebbero arrivati.

14.

E arrivarono.
Cacciatori di frodo e razziatori mandati da Ervand de Flor. Due balordi in groppa allo stesso ronzino; uno alto e robusto, l'altro di statura normale e di corporatura asciutta. Uscivano dalla boscaglia, armati di giavellotti e archi, i carnieri appesantiti da prede illecite.
Pius li spi attraverso i rami, mentre si fermavano a guardare il castello di Iselda e le case indifese dei rustici, fuori dalle mura.
Uno dei cacciatori, quello che impugnava le redini, inform l'altro sulla presenza di una pulzella particolarmente appetibile, che viveva sola con la madre. Indic il punto in cui si trovava la loro misera abitazione e con un sogghigno lascivo disse che aveva voglia di andare a fare loro una visita.
Ancora non si erano accorti di Pius, nascosto dietro l'albero caduto.
Non aveva bisogno di sporgersi per guardare oltre il tronco e osservare la situazione: vedeva i due uomini riflessi sulla lama, la cupidigia che avvampava nei loro sguardi rivolti al villaggio.
Lasciamo perdere, concluse per quello pi grosso.
Perch?
Non hai saputo cosa  accaduto a Rinaldo?.
Senza rispondere n s n no, l'altro spron il ronzino al galoppo sulla landa assolata. Il compagno, dietro, gesticol picchiando l'aria con il pugno chiuso in segno di protesta. Pius pens che avrebbe avuto clemenza nei suoi confronti, ma poi lo vide alzare le braccia, dare pacche di incitamento al cavallo, e lo ud emettere un grido di esultanza.
Stava urlando la propria condanna.
Non aveva fatto in tempo a dire cosa fosse accaduto a Rinaldo, ma poco importava, perch Pius lo sapeva gi: esattamente quel che stava per succedere a loro.
Non si affrett. Lasci che i due ribaldi si allontanassero. Le loro risate si persero nel vento fresco che soffiava dalla gola di ghiaccio, lass, fra le vette perennemente innevate.
Si mise lo scudo al collo, agganci la lunga spada da fendenti alla sella - ne portava un'altra pi corta appesa alla vita, e un pugnale nella cintura -, rimise il morso in bocca al destriero e lo tir per farlo voltare. Andiamo, gli disse, e mont con un balzo.
Drago non aveva bisogno di sproni affilati che gli si conficcassero nei fianchi per capire quando doveva correre, e non era necessario tirare le redini o emettere versi per comandargli di fermarsi o rallentare: si lasciava guidare con la voce e con la pressione delle ginocchia, e ci si poteva affidare ciecamente a lui anche nel momento culminante delle manovre d'attacco. Era come se fosse in grado di sentire le emozioni del cavaliere, come se le gambe di chi lo montava affondassero nel suo corpo possente e si innervassero alla sua carne, divenendone una propaggine. Adesso, ad esempio, aveva assunto l'andatura perfetta per lasciare al sangue di Pius tutto il tempo di ribollire quanto bastava, in quel pentolone sospeso sul fuoco che era il suo cuore quando si preparava a combattere.
Drago, come Pius, non si scagliava mai contro gli avversari: incombeva. In quel momento Pius ebbe quasi l'impressione che l'animale stesse ripensando al pianto della giovane e di sua madre e alle parole con cui avevano denunciato le molestie subite: Torneranno. Sono andati via solo perch in quel momento passavano da qui i sergenti della nostra signora. Ma siamo senza difesa da quando suo marito ci ha lasciati. Non  rimasto neppure un cavaliere in grado di combattere.
Uno c', aveva detto Pius.

15.

I due legarono il ronzino a un anello di ferro nel muro e sfondarono con un calcio l'uscio della piccola casa di pietra.
Pius si trovava a due tiri di freccia e pot udire le urla delle donne.
Come un richiamo per Drago: si lanci al galoppo, fendendo l'aria con decisione, gli zoccoli dominatori della terra. Il tempo di pronunciare la parola amen, e Pius si ritrov davanti alla bicocca delle due sfortunate.
Le case vicine erano mute, le piccole finestre e le porte sprangate; si poteva immaginare la gente all'interno, che tremava, e non osava uscire ad affrontare i due prepotenti.
Le suppliche e i gemiti delle donne arrivavano spossati sulla soglia.
In nome di Dio, andatevene.
Piet! Non fateci del male.
Le loro voci parevano segnate dall'abitudine, da una sorta di scoramento e rassegnazione. Non erano mai state picchiate, avevano detto, e Pius ne aveva dedotto che chi abusava di loro volesse semplicemente evitare di lasciare segni visibili sui corpi, in modo da poter negare, e tornare ancora.
Uno dei due cacciatori di frodo era gi stato qui; e il loro compagno, che Pius aveva appena scoperto chiamarsi Rinaldo, ci era venuto due volte.
Troppi incontri con il Demonio, per le due tessitrici.
Pius entr, posando piano a terra gli stivaletti di cuoio, sui quali quel giorno non indossava i calzari con gli sproni.
Non si accorsero di lui, neppure dal variare della luce.
Sorprendente per essere due cacciatori, pens Pius.
Avevano le brache gi calate, ammucchiate attorno alle caviglie nude e avvizzite, flaccido ammasso di stoffa lisa e sporca fra gambe pelose e striate di lordura. Le natiche biancastre rivolte alla porta come pallide sentinelle senza occhi.
Le donne erano davanti ai loro membri, semi discinte, costrette in ginocchio, con le bocche tremanti di disgusto e gli occhi pieni di lacrime. La madre inizi a pregare e appena disse: Padre Nostro che sei nei cieli, fu zittita con un ceffone sulla testa.
Non perdere tempo, vacca. L'uomo pi basso rise, imitato dal compagno che nel frattempo invitava la pulzella a fare il suo dovere saziandosi di quel viscido e putrido pasto.
La madre si chiamava Adele, era vedova da prima che morisse Enrico di Aiguebelle, signore di quelle terre e consorte di Iselda, ed era ancora una donna giovane e piacente, nonostante il duro lavoro quotidiano al telaio e nelle tante faccende necessarie a portare avanti la difficile vita di montagna. Se fosse stata una nobile, si sarebbe risposata all'istante, ma non era cos che girava la ruota per la povera gente. La figlia, Maria il suo nome, ignorava la propria et, e sua madre non aveva memoria migliore; ma una volta Iselda aveva calcolato che non dovevano essere trascorsi pi di tredici anni dal giorno della sua nascita.
Tirate su le brache e voltatevi, intim Pius.
Le donne arretrarono, strisciarono per terra muovendosi sui palmi e sui talloni e si fermarono solo perch le loro schiene toccarono un sedile di paglia accostato alla parete. Le mani, fuori controllo per lo spavento, acconciarono alla bell'e meglio gli indumenti e le donne si rifugiarono l'una fra le braccia dell'altra.
Occhiate valutative rimbalzarono per un po' tra le facce dei due, indecisi su quale fosse la reazione pi appropriata alla situazione, che ancora non avevano del tutto chiara, infine si chinarono a raccogliere le proprie brache e se le allacciarono in vita prima di voltarsi verso l'uscio adombrato dalla sagoma di Pius.
Facce arroganti.
Musi ispidi.
Lampi scarlatti nelle pupille malefiche.
Voi chi siete?
Se troverete, vicino o lontano, una dama bisognosa d'aiuto o una damigella in pena, recit Pius, siate pronto a soccorrerle come se esse ve lo avessero chiesto.
Queste cercavano clienti e li avevano appena trovati, si giustific il pi piccolo dei due.
Chi non porta onore alle dame non ha onore in cuore. Servite dame e damigelle e sarete onorato ovunque. E se ne pregate una, guardatevi dall'importunarla e non fate nulla che le dispiaccia.
Il pi grosso fece un passo avanti, temerario ma non del tutto convinto di passare all'azione. Ce lo hanno chiesto loro, disse.
Pius si avvicin lentamente, continuando a recitare da La storia del Graal di Chrtien: Se vi concede un bacio, vi proibisco di chiedere altro. Prese da terra le loro armi e le gett fuori. Guard le donne e sorrise alla pi giovane, le diede una carezza sulla guancia bagnata.
Siete pazzo?, chiese il magro.
La fanciulla trema di paura, perch il ragazzo le sembra folle, e folle lei stessa che si  lasciata sorprendere sola.
Quello pi grosso intrecci le dita e pieg le mani producendo un sordo scricchiolio di ossa. La volete finire?, avvis. Ma gli si leggeva in volto il desiderio di raggiungere la porta e correre il pi lontano possibile.
Quale punizione considerate equa?, domand Pius alle donne.
Ma loro non risposero, terrorizzate com'erano dall'idea che il cavaliere potesse avere la peggio e che i due diventassero un problema ancora pi grave.
Poi per si lev una voce timida e sofferta: Vogliamo solo che non tornino a molestarci. Maria diede una carezza alla madre, che guardava nel vuoto. Mai pi.
Sentito?, chiese Pius.
Cosa?, ribatt il grosso.
Non dovete tornare mai pi.
E vorr dire che non torneremo.
I due si chinarono, raccolsero i carnieri: nel mucchio spiccavano un ghiro, una lepre e due scoiattoli, ma era possibile che avessero ucciso anche qualche animale pi grande (daino, capriolo, stambecco o cervo), che lo avessero lasciato da qualche parte nel bosco e che, intanto, fossero venuti a festeggiare il ricco bottino. Fecero un passo verso l'uscio.
Pius non si spost per farli passare. La cacciagione resta qui, ordin, a risarcimento del fastidio che avete arrecato in questa casa.
Lasciarono cadere i carnieri, rumore di ossa sul povero pavimento di terra battuta.
Possiamo andare, adesso?
Dove avete messo la cacciagione pi grossa?
Nel bosco, vicino al ruscello, dove c' il vecchio mulino.
Maria?.
La giovane sollev la testa e orient verso Pius una faccia sconvolta, accecata dalle lacrime. Ordinate, messere.
Portatemi due pezze pulite.
Subito. La pulzella and a frugare in un cumulo dietro il telaio, raccolse due scampoli di tessuto bruno e glieli port; passando vicino ai due cacciatori il suo viso si aggrott in una smorfia di ribrezzo. Tenete, messere, mormor.
Nel venire avanti si espose a un raggio di sole. Un viso piccolo, ovale e liscio come una mandorla fresca. Pius sapeva che pi di un giovane spasimava per lei, ma che solo uno era considerato degno di ricevere i suoi sorrisi. Si chiamava Mateo, era uno dei dieci figli dell'armaiolo. Da qualche tempo, il ragazzo veniva di frequente a trovarla col favore del buio e le parlava attraverso la tela cerata della finestra, ma lei non lo aveva mai messo al corrente dei soprusi da parte degli sgherri di de Flor, per paura che gli facessero del male.
Ho un messaggio per il vostro signore.
I due sogghignarono: significava che non aveva intenzione di ucciderli.
Dite a messer de Flor che sono addolorato per la morte di suo nipote.
Riferiremo, messere.
S, riferiremo.
Grazie, messere.
Dio vi benedica.
I loro corpi erano ancora l, rigidi e annichiliti, ma le loro anime si erano gi scaraventate fuori dalla casa.
Non avevano neppure capito di cosa Pius gli stesse parlando, non erano consapevoli di avere di fronte l'uomo che aveva ucciso il giovane nipote di de Flor, e forse non sapevano neppure che il loro signore avesse un nipote.
Ditegli che rinunci al duello e tenga la sua persona e i suoi uomini lontani dalle terre di madama Iselda, perch non risparmier i prossimi che verranno qui a portare guai.
Faremo ci che chiedete, messere, tutto ci che volete.
Prendete questi. Pius gli lanci i due pezzi di tessuto, uno al grosso e uno al magro.
E cosa dovremmo farci?, domandarono a turno.
Teneteli con la mano sinistra, altrimenti cadranno per terra insieme alla mano destra e si sporcheranno.
Lo fecero senza capire e senza staccare i loro occhi smarriti da quelli immobili di Pius.
Sollevate il braccio destro.
 lui!, eruppe il grosso indicandolo e facendo un passo indietro, terrorizzato.  lui, l'eretico che ha tagliato la mano a Rinaldo.

16. Arles, Provenza,
casa capoluogo della commenda templare,
giorno ventinovesimo di luglio.

Il gran maestro Philippe du Plaissis vide fratel Cercamon che passeggiava nel giardino e pens a quanto fosse forte e in salute; la grazia di Dio si manifestava nel suo aspetto e nella sua calma nonostante, ci che gli era accaduto soltanto qualche giorno prima. Non lo biasimava per aver perso la reliquia consegnatagli da Ademaro il Nero. Adesso contava solo che Cercamon fosse vivo e ancora disposto a fare qualcosa di importante per lui. Ora doveva preoccuparsi di una cosa: portare al sicuro il Libro Segreto del Graal.
Cercamon alz la testa e sventol una mano ossuta. Buongiorno, maestro!.
Buongiorno. Come vi sentite?
Affranto per aver fallito, maestro.
Non dovete pensarci. Tra poco avr di nuovo bisogno di voi.
Sono qui per questo.
Ah, s, avete ragione. Siete sicuro di stare bene?
Ho solo un po' di mal di testa. Chiunque abbia rubato il mio elmo dovr portarlo a un fabbro perch lo fonda e ne faccia uno nuovo.
Nessun altro danno rimarchevole?
No, maestro.
Ringraziamo Dio, fratello.
Du Plaissis si sedette su una panca di marmo. Stese un foglio di pergamena sul coperchio di una scatola di legno, lo appian meditando sulle parole da usare, poi impugn la piuma e ne intinse la punta nell'inchiostro pi nero che avesse mai visto, accingendosi a scrivere la lettera pi disperata della sua vita.
La verg con cura, meditando su ogni parola e immaginando la reazione che avrebbe suscitato nell'illustre destinatario: papa Innocenzo III. Alla fine rilesse quello che aveva scritto: non era che un estremo rimedio, un tentativo forse suggerito dalla stanchezza, dalla frustrazione.
Firm: Philippe du Plaissis.
Chiuse il foglio e appose alla missiva tutti i sigilli prestabiliti, compreso il timbro dell'anello su una piccola colata rossa di gommalacca e trementina.
Avrebbe preferito consultarsi con il pontefice prima di inviargli il Libro Segreto, ma questo avrebbe richiesto tempo. E adesso il tempo era il suo peggior nemico. Un messaggero, che per miracolo avesse trovato un vascello pronto a salpare da Marsiglia per Ostia, sarebbe riuscito a consegnare la missiva a Roma non prima di due o tre settimane. In tutto, tra la sua domanda e la risposta del papa si frapponeva un tempo minimo (e praticamente impossibile) di sei settimane.
No, tenere il Libro ad Arles, adesso che la crociata era iniziata, ora che lui e Cercamon erano stati scoperti, sarebbe stato troppo rischioso.
Doveva agire subito, e inviare il prezioso documento a Roma, e comunque il pi possibile lontano dalla Provenza. Forse, si disse ancora una volta, la stanchezza e le troppe delusioni gli stavano facendo vedere le cose sotto una luce eccessivamente tetra. Le labbra indurite in una smorfia di fierezza, pens: Non hai nulla da temere.
Decise che era del tutto inutile lambiccarsi il cervello con certe preoccupazioni e ripet a se stesso che sarebbe andato tutto bene: Cercamon sarebbe riuscito ad arrivare nella contea di Moriana con le reliquie e le avrebbe consegnate al vescovo, il quale avrebbe poi portato tutto a Roma senza difficolt; il papa ne sarebbe stato lieto, e nessuno avrebbe mai scoperto il segreto del Graal. Se il Signore avesse voluto, lui, Philippe du Plaissis, avrebbe continuato a guidare l'ordine dei cavalieri templari ancora a lungo.
Si riemp i polmoni d'aria fresca, prepar un bel sorriso e si volt verso Cercamon. Lo chiam: Venite, devo parlarvi.
Cercamon arriv e chin umilmente il capo. Lieto di servirvi.
Ho un incarico per voi, cominci il gran maestro. Si tratta di una faccenda molto delicata, una missione da compiersi nel pi assoluto riserbo.
Contate su di me.
So che posso fidarmi ciecamente.
La vostra fiducia mi onora. Cercamon si lasci afferrare le mani e non si sottrasse allo sguardo da folle che lo scrutava.
Giuratemi che farete ci che vi chiedo e che non ne parlerete con nessuno.
Cercamon non reag. Lo fiss senza dire niente.
Cosa vi prende?.
Ho una cosa da domandarvi.
Vi  concesso.
Ademaro il Nero, il nobile che doveva consegnarmi la reliquia, aveva una figlia con s. Lo sapevate?
Io?. Il gran maestro non riusc a fingere, ma ci prov: Non lo sapevo.
La donna era in avanzato stato di gravidanza.
Spero che siano sfuggiti al massacro, disse du Plaissis, visibilmente a disagio. Sapete, Cercamon, avrei preferito non assistere, impotente, a questo triste spettacolo. Mi addolora vedere una crociata contro altri cristiani.
Perch gli avete promesso protezione e poi li avete lasciati al loro destino?
Non c' pi niente che possiamo fare per aiutarli, niente. Du Plaissis sospir, poi ruot lentamente la testa e gli piant uno sguardo ardente negli occhi. Non mi avete mai chiesto il perch della nostra venuta qui, il perch della mia fuga da Acri. Da quando abbiamo lasciato Chteau Plerin, quella notte, non mi avete fatto una sola domanda al riguardo. E adesso, all'improvviso, diventate sospettoso nei miei confronti.
Perdonatemi, ma....
Siete perdonato, lo ferm il gran maestro. Non  il momento di discutere.
Cercamon annu.
 giunto il momento che ve lo dica.
Cosa, maestro?
All'interno del nostro Ordine esisteva, fin dalle origini, un gruppo segreto di cavalieri; costoro erano stati incaricati dalla Chiesa di custodire degli oggetti molto preziosi. Oggetti sacri, potenti e pericolosi, qualora fossero finiti, o finissero, nelle mani sbagliate.
Non  importante, non disturbatevi a darmi spiegazioni di alcun genere. A me  sufficiente ricevere i vostri ordini.
Du Plaissis si guard le dita sporche di inchiostro, poi strizz gli occhi contro il sole. Io non sapevo niente, prima di essere informato dal pontefice in persona. Abbass le spalle e si rabbui. Purtroppo, strane idee si sono insinuate nell'Ordine. La peggiore delle eresie. Gli premette una mano sulla spalla e lo invit a passeggiare all'interno del convento. Si incamminarono fra le tombe del cimitero, seguirono il profumo di pane e raggiunsero i forni, passarono davanti all'edificio conventuale e agli alloggi dei fratelli, e si diressero verso il mulino, dove il recinto del convento urbano di Arles costeggiava il Rodano.
Il mulino cigolava, pescando nel fiume spumoso.
In questi anni, riprese du Plaissis, mi siete stato di grande aiuto. Grazie a voi ho recuperato una parte delle reliquie che quei nostri fratelli traditori cedettero ai catari. Ahim, una ben misera parte, solo un libro con poche pagine, ma molto, molto importante. Gli fece vedere una chiave. Si trova nel mio forziere. Voglio che lo portiate via da qui oggi stesso. Deve essere consegnato al papa.
Cercamon gett sulla chiave uno sguardo diffidente e non la tocc. A Roma?
Non sar necessario fare un viaggio cos lungo. Dovete portarlo al vescovo di Moriana. Sapete dov' la contea di Moriana?
Oltre il ducato di Borgogna, sulle Alpi occidentali.
Passate per le montagne, evitate nel modo pi assoluto la via dei pellegrini e dei ladri, non parlate con nessuno.
Perch non portarlo direttamente a Roma, via mare?
No,  escluso. Non possiamo permetterci di aspettare la partenza di un vascello, sarebbe troppo rischioso.
Cercamon non obiett.
Non ho notizie recenti del vescovo Galfridus. Spero che sia ancora in salute. Se cos non fosse, allora vi rivolgerete al conte Tommaso di Moriana. So che  molto fedele e devoto a questo papa e che il vescovo Galfridus intrattiene ottime relazioni con lui.
Far quel che mi ordinate, maestro.
Du Plaissis gli porse nuovamente la chiave. Prendete le reliquie e partite. Ho dato ordine di prepararvi una cavalcatura. Andrete senza scorta. Potr sembrarvi paradossale, ma credo che sia pi prudente. Nessuno attaccher un templare che viaggia da solo.
Se un templare fosse morto con del denaro o altre ricchezze addosso, non avrebbe ricevuto una sepoltura cristiana, e questo, per fortuna, lo sapevano tutti.
Gli diede anche la missiva che aveva appena scritto. Consegnatela insieme al libro.
Va bene, disse Cercamon, facendola sparire nella manica bianca.
Quindi, recitarono una preghiera insieme.
I brutti pensieri si diluivano beatamente fra le sante parole dell'Ave Maria, e per un po' il sangue torn a scorrere nelle vene gelate di Cercamon. Poi un urlo ruppe l'incantesimo.
Allontanatevi da l!.
Cercamon apr gli occhi e alz la testa di scatto. Che succede?.
Si avvicinarono un fratello cavaliere e tre sergenti a piedi, con le armi in pugno. Erano visibilmente turbati. Il vapore dei loro respiri si perdeva nella nebbia lattiginosa. Abbiamo visto uno strano movimento di persone al di l del fiume, non  prudente restare qui.
Era accaduto qualcosa di simile anche nei giorni precedenti. Per questo erano tutti all'erta.
I sergenti si inerpicarono sulla pendenza alberata che sovrastava il corso d'acqua, e dopo un po' tornarono facendo di no con la testa.
Cercamon sguain la spada. Si guard attorno cercando il motivo di quella confusione. Forse  meglio che rientriamo, disse. Non si pu mai prevedere cosa siano capaci di fare gli eretici. Lo sapete, in queste zone ci sono bande di indiavolati che....
In quell'istante si ud un sibilo provenire dal fiume. Il ronzio sordo crebbe d'intensit e termin con uno schiocco di tela, proprio l, vicino a loro. Il gran maestro guard in basso e avvert una fitta di dolore alla gamba destra, poco sopra il ginocchio. Dalla tonaca candida spuntava la parte terminale di una freccia: un pezzo del fusto, l'impennaggio e la cocca. Philippe du Plaissis vacill, ma riusc a restare in piedi, sorretto da Cercamon.
Cosa  stato, maestro?. Cercamon segu il suo sguardo e vide il dardo conficcato nella gamba. Il gran maestro  stato colpito!, url. Ma i fratelli sergenti erano intenti a cercare chiss cosa nel posto sbagliato. Poi, un altro soffio sibilante tagli l'aria e contemporaneamente qualcosa colp il gran maestro con un tonfo.
La cuspide aveva attraversato la spalla sinistra e aveva sbattuto contro la scapola con uno scricchiolio strozzato.
Philippe du Plaissis cadde con le mani protese in avanti, come se stesse cercando di aggrapparsi a un bordo invisibile della vita, da cui sentiva di stare scivolando via all'improvviso.
Prov a chiedere aiuto, a Dio, forse, e dalla bocca gli usc solo un fiotto d'aria.
Cercamon prov a sorreggerlo, ma rovin a terra insieme a lui.
Un sottile filo di voce: Vai, presto.
Resistete. Gli strinse la faccia fra le mani e lo guard dritto negli occhi sfuggenti. Non siete ferito in modo grave.
Fate ci che vi ho chiesto, sussurr Philippe du Plaissis aggrappandosi alla sua veste. Andate, io me la caver.
Cercamon lo benedisse e, dopo avergli baciato le mani, lo lasci l, steso per terra, e corse dritto al forziere, mentre qualcuno dall'altra parte del fiume gridava: A morte il papa di Roma, a morte il Diavolo!.

Seconda parte.

17. Saint Jean de Maurienne,
giorno quattordicesimo di agosto.

Il vescovo Galfridus, in sella a un corsiero cos bianco da sembrare una statua di neve intatta sotto il sole estivo, guard in lontananza gli uomini che discendevano lungo la via.
Una decina di cavalieri alla testa di un centinaio di straccioni vestiti di sacco.
In coda alla colonna, tre carri colmi di merci, che dovevano essersi riempiti ulteriormente strada facendo. Il momento ideale per transitare, perch in quei giorni chi attraversava i valichi e i passi controllati dal conte Tommaso di Moriana per andare a unirsi alla crociata non era tenuto a pagare alcun dazio.
Secondo le informazioni in possesso di Galfridus, i cavalieri stavano arrivando dalla Siria ed erano sbarcati a Genova insieme a dei mercenari e a un carico di spezie, stoffe damascate e altri beni d'Oriente. Avevano percorso la via francigena, anche detta via dei pellegrini e via dei ladri: dopo Genova, Asti, Chieri, Torino, Rivoli, e poi su, attraverso la val di Susa, seguendo le sponde sinuose della Dora Riparia, fino a Novalesa, dove avevano smontato i carri per potersi inerpicare a piedi, con muli e cavalli, sul valico del Moncenisio.
La vista dei pellegrini armati gli fece riassaporare l'emozione della crociata, e riprov un sentimento che aveva dimenticato, qualcosa di simile alla contentezza.
Punt un dito e disse: Fate venire qui il loro capo.
Il cavaliere guard lontano con la mano tesa sulla fronte, poi spron il cavallo.
Galfridus lo vide rimpicciolire, fermarsi a parlamentare e dopo poco tornare indietro insieme a uno dei cavalieri crociati. Quindi indoss l'elmo per non farsi vedere in volto.
Il crociato, malvestito e lurido, si ferm tenendosi a distanza. Onorato di servirvi, messere.
Galfridus gli piant addosso uno sguardo sprezzante. Poi scocc un'occhiata ai pezzenti che si erano fermati pi in l. Chi sono?
Quelli.... Il cavaliere si volt. Sono tafur siriani.
Galfridus annu lentamente, aveva sentito parlare di cristiani che erano rimasti Oltremare, riuniti in bande di selvaggi. Sono in vendita?
Dipende.
Vi ascolto.
Il cavaliere si lisci i capelli unti e si volt di nuovo a guardare i compagni. Be', disse, ci siamo sobbarcati il costo del loro trasporto.
Vi risarcirei.
Cosa avete intenzione di farne?
Mi servono tra un paio di giorni. Dopo possono riunirsi a voi. Siete diretti in Provenza?
Per la crociata contro gli eretici catari, messere.
Molto bene. Sar sufficiente che proseguiate il viaggio. Dar ordine ai vostri mercenari di ricongiungersi con voi.
Quelli sono poco pi di bestie, messere. Non si pu mai sapere cosa decidono di fare.
Due giorni.
Il cavaliere ci pens. Posso sapere con chi ho l'onore di parlare?
Non  importante.
Potrebbe esserlo, invece.
Vi pagher bene.
Bene quanto, messere, e per fare che cosa?
Ho bisogno di uomini come quelli. Gli mostr un sacchetto gonfio e lo stritol per far sentire il rumore delle monete.  oro, disse.
La vostra richiesta, messere..., scosse la testa. Non so.
Sanno combattere?
Sono pochi, male armati, ma molto feroci. Quanto basta per generare scompiglio. Inoltre, non chiedono denaro, e per il vitto e l'alloggio non hanno pi pretese di una mandria di buoi. L'unica cosa che hanno chiesto  stato il passaggio per venire in Occidente. Sono pi luridi dei loro stessi escrementi. Sperano di poter tornare nelle loro terre d'origine e vivere o morire in pace fra veri cristiani. Odiano gli eretici, sebbene essi stessi lo siano oltre ogni immaginazione. La verit  che meriterebbero il rogo pi di chiunque altro. Per questo siamo contenti di portarli a morire in questa guerra. La crociata si annuncia lunga e dolorosa; voi siete dello stesso parere?
Credo di s, rispose Galfridus continuando a valutare i selvaggi in lontananza. Che lingua parlano?
E chi lo sa, uno strano miscuglio. Il cavaliere si strofin la punta del naso, poi con una torsione del busto si volt a guardarli. Per ce n' qualcuno che parla bene il francese. Quello sulla lettiga  il loro capo.
Galfridus non riusciva a individuarlo adesso, perch era stato posato a terra, ma lo aveva visto prima, galleggiare sulle teste del corteo. Mi saranno utili, disse.
Il cavaliere era scettico. Sono impazienti di menare le mani, ma del tutto inaffidabili.
La crociata  iniziata, fece sapere Galfridus. Besirs  stata annientata, e la prossima sar Carcassonne, sempre che non sia gi stata presa. Gli lanci le monete. Avrete tempo di fare la vostra parte laggi.
L'uomo apr il sacchetto. Sul suo viso si spanse la luce ammaliante dell'oro. Segu con la punta del dito il profilo rotondo delle monete. Ma era titubante. Dobbiamo dividerle per undici....
Ve ne dar altrettante a lavoro finito. E altrettante se voi e i vostri compagni cavalieri e scudieri foste disposti a unirvi ai selvaggi, fare ci che chiedo e poi sparire e tenere la bocca chiusa per sempre.
Altrettante e poi altrettante ancora?. Soppes il sacchetto facendolo tintinnare. S, penso che si possa fare, disse. Di quale lavoro si tratta?
Espugnare e saccheggiare un castello, a Nord della Valle dell'Arco.
Quando?
Fra tre giorni.

18. Campo della sorgente, Contea di Moriana
giorno diciassettesimo di agosto, ora sesta.

Il duello stava per iniziare.
Tommaso, conte di Moriana, di Aosta e di Savoia, sedeva al centro della tribuna, fiero nel velluto nero e lucente del suo abito, le spalle coperte da una leggera armatura argentea. La sua consorte Beatrice di Ginevra e i figli - Amedeo di dodici anni, Tommaso di dieci, Pietro di sette - gli sedevano accanto. Il piccolo Filippo, che non aveva ancora compiuto il secondo anno di et, era rimasto al castello con le balie, insieme alle sorelle Beatrice, Agata e Alasia.
La contessa, in quel giorno di sole, appariva pi bella del solito. Indossava un mantello di seta blu e aveva la testa coperta da un velo nero, tenuto fermo da un cordone di perle, e il conte si voltava continuamente a guardarla.
I loro figli portavano tutti e tre una veste verde foderata di seta rossa, stretta in vita da una cintura d'argento dorato.
A chi si trovava l, era sufficiente un colpo d'occhio per capire che si trattava delle persone pi importanti della contea.
Dietro di loro, Bosone di Challant, visconte di Aosta, venuto per assistere al duello e prendere parte al banchetto che sarebbe seguito.
E tutt'intorno un formicolare di guardie armate, di preti, e di spettatori.
La notizia di un duello all'ultimo sangue tra due cavalieri era corsa da una bocca all'altra, di villaggio in villaggio, rapida come la peste. La maggior parte dei curiosi che adesso sgomitavano per conquistarsi un posto da cui poter vedere il sangue schizzare, le lance e le ossa andare in frantumi, prima di quel giorno non conosceva neppure i nomi dei duellanti, n i motivi che li avevano portati a scontrarsi, ma si era arrampicata fin lass per assistere allo spettacolo, annunciato come imperdibile.
Entrambi i cavalieri avevano fama di uomini valorosi, esperti cavallerizzi e abili con le armi. Questo era pi che sufficiente per chiunque.
Non motivi.
Non ragioni.
Non nomi.
Sangue e morte violenta voleva la folla. E stava per averli.
Il conte fissava assorto lo spiazzo ricoperto di sabbia, cercava di non sentire il trambusto che gli vorticava attorno.
Amedeo gli pos una mano sul braccio.
S?
Chi sono i duellanti?.
Gli rispose con calma paterna: Alla nostra destra c' Pius di Rossocuore, il comandante della mia guardia scelta; alla nostra sinistra c' il barone Ervand de Flor.
Il primo l'ho visto spesso a corte, disse Amedeo, l'altro mai.
Pius non vive nel proprio castello e preferisce la corte.
Preferisce?
Non  solo il suo ruolo di guardia personale del sottoscritto a imporgli una presenza assidua a corte. Si volt verso il figlio e gli accarezz i capelli. Vedi, il castello di Rossocuore  scomodo e isolato. Mantenerlo  molto costoso. Pius  giovane, ma  solo. Preferisce spendere il denaro in altri modi, visto che pu. E poi un cavaliere raffinato come lui ha bisogno della frequentazione di una corte importante come la nostra, dove le donne pi belle, come la tua cara madre, vengono venerate, e si rivolgono loro delle canzoni d'amore. Lui ama tutto questo. De Flor, invece  un bruto e vuole solo.... Si ferm per pudore. Sei ancora troppo giovane, per capire certe cose.
Avete mai visto combattere questi due cavalieri?
Pi volte.
Qual  il vostro pronostico?
Questo non  un torneo, figliolo, lo rimbrott Tommaso, all'improvviso severo,  un duello giudiziario. Bisogna portare rispetto a chi  pronto a pagare con il sangue i propri errori, a dare la vita per compiere il proprio dovere.
Lo so, padre.
Il conte sospir. Perdonami, so che lo sai.
Qualcosa vi turba, padre?
Sto per perdere uno dei miei vassalli. Come potrei essere tranquillo?
Potreste perderli anche entrambi, lo corresse Amedeo.
Il conte sgonfi il petto con un lungo sibilo, lo sguardo assorto davanti a s, fisso sul campo cintato. De Flor  vedovo, disse. Non si  ancora risposato. E Pius di Rossocuore si  innamorato perdutamente di una dama vedova.
Cosa significa?
Non lo so, pensavo semplicemente ai bizzarri casi della vita.
Perch de Flor non si  risposato?
Non  considerato un buon partito.
Per quale motivo?
Lo stesso che lo ha portato qui, oggi, ad affrontare in duello un uomo virtuoso come Pius.
Voi parteggiate per messer Rossocuore, mi sembra di capire.
Spetta a Dio decidere.
Amedeo chin il capo. Avete ragione, padre. Rialz la testa e lo guard. Per  vero che desiderate la sua vittoria.
L'unica cosa che posso dirti, Amedeo, e che non amo gli uomini incapaci di amare.
E messer Pius sa amare?
Tanto quanto sa uccidere.
E cosa ama?
Una dama, le armi, i cavalli, e i libri. Non so se proprio in quest'ordine.
Un cavaliere che ama i libri?, borbott scettico Amedeo. Spiegatemi, ve ne prego.
Pius, attacc il conte, ha messo il proprio cuore nelle mani di una donna che  costretta in cattivit da una malattia e che perci legge molto.
Allora andranno d'accordo.
Credo che sia stato proprio questo ad ammaliarlo da principio. Lei  bella, ma... nessuno pu mai vedere il suo viso illuminato dal sole.
Come si chiama questa dama?
Iselda di Occitania. Il suo sposo era un cavaliere di queste terre, un mio vassallo.  morto durante una battuta di caccia. E lei si  ammalata poco dopo.
Un cavaliere e una dama che amano i libri, una donna costretta a rifuggire il sole. Ancora Amedeo non riusciva a capacitarsene. Non mi state facendo una burla, vero, padre?
No, madonna Iselda  davvero giovane e seducente. Suo marito  morto prima di poter concepire dei figli, cos lei  rimasta sola.  malata. Il sole la minaccia di morte.
Amedeo rivolse lo sguardo al campo di battaglia. E messere de Flor, invece?
Combatte bene.
Dal tono della vostra voce capisco che non nutrite una grande simpatia nei suoi confronti.
De Flor  riottoso, non rispetta altro che la sua lascivia. Agisce di testa sua, ignorando le buone regole.
Tempo fa vi ho sentito lamentarvi di lui.
E cosa dicevo?
Che purtroppo avevate le mani legate.
Legate?
Perch, annu Amedeo, il vescovo si era raccomandato con voi, padre, di avere un occhio di riguardo per messer de Flor.
De Flor ha edificato un castello senza il mio permesso e si rifiuta di soddisfare le mie richieste per risarcirmi.
Sembra, allora, che ci sia capitata una fortuna.
Cosa vuoi dire, figliolo?
Pius di Rossocuore  uno dei pochi cavalieri in grado di batterlo. E de Flor  l'appellante del duello: vi ha servito la propria morte su un piatto d'argento.
Il conte non lo ammise e non lo neg. Si volt verso la sua consorte e le sorrise. Come stai, regina della mia vita?
Bene, rispose lei.
L'aria era fresca. A quel pensiero la contessa Beatrice prov un grande sollievo: i due poveri cavalieri non avrebbero patito troppo il caldo dentro le loro armature asfissianti. Si scherm gli occhi e guard il sole splendente, ringrazi il Signore per non avere la malattia di Iselda di Occitania e lo preg perch la facesse guarire, perch consentisse anche a lei di scaldarsi sotto il sole estivo; e gli rivolse anche un'altra preghiera: che il duello si svolgesse nel minor tempo possibile e che non fosse troppo cruento.
Ma cosa avrebbe potuto risponderle il Dio degli eserciti, Lui che il sole lo aveva fermato per consentire la distruzione di Gerico?

19.

Anche Pius in quel momento avrebbe voluto udire la voce di Dio.
Prendi la mia spada, spezza la mia lancia, paralizza le mie mani, impediscimi di uccidere.
Cosa devo fare?
In quale luogo devo cercarti?
Silenzio.
Pius aveva vegliato per una parte della notte accanto all'altare, nella cappella del castello di Charbonnires, ma non aveva domandato a Dio di concedergli la vittoria. Era rimasto a pensare alla dama che amava, ai suoi baci, alle sue parole, all'amore che provava per lei. Poi era andato a letto e aveva dormito, stanco, anche a causa delle lunghe giornate di allenamento con la lancia e con la spada.
Il giorno precedente aveva fatto recitare delle preghiere in molte chiese, com'era in uso fra i cavalieri prima di un duello; ma non aveva commissionato delle suppliche per se stesso: non gli piaceva l'idea di mercanteggiare con Dio, tantomeno per interposta persona. Aveva chiesto e ottenuto dai chierici che Dio fosse implorato, s, ma affinch i sudditi di de Flor non avessero a subire troppo male dalla morte del loro signore.
Ervand de Flor, una civetta sulla cotta d'arme come emblema di famiglia, aveva rubato.
Lo aveva fatto pi volte, sulle terre indifese di Iselda.
Si vociferava che avesse dilapidato le proprie ricchezze e si fosse condannato alla rovina acquistando e collezionando reliquie. Stando alla diceria del popolo, era andato in malora per ingenuit, essendosi fatto rifilare un gran numero di falsi che, quindi, non aveva potuto rivendere. Si mormorava che nel suo castello avesse una grande camera piena soltanto di oggetti fasulli, ma c'era anche chi sosteneva che non mancassero quelli autentici e sacri.
Qualche anno addietro, poi, de Flor aveva sostenuto spese ingenti per edificare un nuovo castello, e ancor di pi gli stava costando mantenerlo. Chi vi aveva soggiornato, tra i cavalieri degni anche di migliori compagnie, riferiva che fosse sporco, umido e buio; si viveva nel frastuono e nel disordine e si gettava tutto per terra, e la paglia che ricopriva il pavimento era sempre ingombra di resti di cibo lasciati dai cani.
E ad aggravare la situazione erano sopraggiunti i doveri di vassallo: de Flor era stato chiamato a sostenere il suo signore in diverse battaglie e aveva dovuto affrontare la spesa necessaria al mantenimento di quindici cavalieri, cinquanta sergenti a cavallo e cento fanti, per due anni consecutivi.
Pius di Rossocuore aveva combattuto al fianco di quegli uomini, dalle armature vecchie e consumate, perch lo scopo della sua vita era lo stesso del barone de Flor: servire Tommaso I, conte di Moriana.
Le incursioni dei ribaldi mandati da de Flor sulle terre di Iselda di Occitania si erano ripetute con una frequenza maggiore e preoccupante negli ultimi due anni.
Ma non era per questo che Pius e de Flor stavano per battersi in duello.
Pius non aveva mai informato il conte Tommaso delle razzie subite dalla sua amata, non aveva mai riferito al suo signore dei cacciatori di frodo, dei predoni che saccheggiavano le case dei villici, molestavano le donne e le fanciulle e rubavano il bestiame; si era sempre occupato personalmente di quei fatti incresciosi, risarcendo a proprie spese i sudditi di madonna Iselda e quando possibile offrendo loro protezione.
Aveva preferito discuterne direttamente con Ervand de Flor.
Lo aveva fatto una domenica, in citt, dopo la messa.
Come osate?, aveva reagito de Flor spalancando le braccia e gesticolando come un predicatore sul pulpito. Pensate piuttosto a voi! Che l'eresia immonda a cui avete venduto l'anima non vi condanni presto alle fiamme dell'inferno. Costui difende un'eretica!, aveva strillato additandolo. Costui  un eretico a sua volta, perch crede nel Demonio. Conosco persone che lo hanno udito esporre la sua abominevole dottrina!.
Pius lo aveva scaraventato a terra.
De Flor aveva chiesto aiuto, gemendo e annaspando, e uno degli uomini che lo accompagnavano aveva scelto di estrarre la spada corta e di lanciarsi contro Pius, compiendo l'ultimo gesto della sua breve esistenza.
Un solo pugno in pieno volto lo aveva spento, come un getto d'acqua sulla fiammella di una candela.
Non avrebbe voluto che accadesse, ma non poteva immaginare che sarebbe bastato un pugno per uccidere quel giovane cresciuto nella mollezza della citt; e non poteva neppure immaginare che fosse il nipote di de Flor.
Questo aveva reso il duello inevitabile.
Pochi giorni dopo l'accaduto, il conte Tommaso aveva ricevuto de Flor nel proprio castello e aveva ascoltato le sue rimostranze; l'incontro si era concluso con la richiesta di un duello risolutore all'ultimo sangue.
Tommaso si era visto costretto a dare la sua approvazione.
A Dio la facolt di stabilire una volta per tutte chi dei due cavalieri fosse nel giusto.

20.

Quella mattina Pius si era alzato dal suo letto, aveva ascoltato la messa, rotto il digiuno del giorno precedente e si era lasciato vestire dai servitori. Una leggera tunica sulla pelle, un indumento di lino pi pesante e imbottito in corrispondenza di zone vulnerabili, come l'inguine e le costole, poi l'armatura, partendo dai piedi: calzari di pellame rinforzati con piastre di acciaio, calze di maglia metallica, piastre d'acciaio su stinchi, cosce e ginocchia, gambesone a protezione del torace, usbergo in maglia d'acciaio a protezione del busto e della parte superiore delle gambe, piastre sulle spalle, sulle braccia, sui gomiti e sugli avambracci, guanti di maglia di ferro foderati in pelle, rivestiti di lamine articolate ma scoperti nella parte interna delle mani per agevolare la presa, un copricapo di pelle imbottito, l'elmo a forma di secchia rovesciata con il nasale e, infine, la cotta d'arme nera con il suo stemma araldico: il drago trafitto di Rossocuore.
Di solito, Pius preferiva l'agilit alla protezione, ma in un duello giudiziario bisognava rispettare le regole.
Quando era arrivato nel luogo prefissato, aveva trovato un campo cintato con due cancelli, padiglioni per gli sfidanti ai capi opposti, e una tribuna per giudici e spettatori.
E aveva visto sopraggiungere il conte Tommaso con la sua famiglia, annunciato dal clangore delle trombe.
De Flor era l'appellante.
Pius, il difensore.
Erano stati convocati l perch facessero il proprio dovere dinnanzi a Dio, con l'obbligo di presentarsi all'ora sesta. Avevano portato con s il denaro per pagare l'affitto del terreno, una fiasca di vino e del pane avvolto nella tela, in caso il combattimento si fosse protratto fino a sera e fosse dovuto riprendere il giorno dopo.
Era tutto pronto.
I cavalieri entrarono nel recinto - prima l'appellante, poi il difensore - seguiti dagli scudieri che portavano le lance e gli scudi. Dichiararono a gran voce il motivo per il quale si erano presentati, innalzarono rotoli di pergamena contenenti le loro reciproche accuse, smontarono da cavallo e presero possesso dei rispettivi campi.
Si sedettero su una scranna, l'uno di fronte all'altro, all'estremit opposta dello spiazzo; de Flor pi robusto, Pius pi leggero e longilineo. Secondo il registro dei battesimi, il primo aveva trentatr anni e il secondo ventotto. E se de Flor poteva vantare pi esperienza sui campi di battaglia, Pius ne aveva molta di pi nei tornei.
Furono esaminate le armi di entrambi, per appurare che non ci fosse niente di illegale e che le spade e le lance fossero della stessa lunghezza.
Lo erano.
Pius inspir l'aria fresca che soffiava dalla montagna e cerc di sgomberare la mente, di non pensare che, se avesse perso, la sua amata sarebbe caduta nella pi cupa delle disgrazie. Non potendo fuggire per sottrarsi all'odio della gente e del vescovo Galfridus, Iselda si sarebbe trovata sola, chiusa fra la luce del sole e quella del rogo.
L'accusa era ingiusta, ma fondata. Di questo era consapevole anche il conte Tommaso: Iselda era una catara convinta, contraria alla famiglia, al matrimonio, alla propriet privata, alla Chiesa e al Dio di Roma, che lei considerava malvagio. E la sua non era una semplice opinione acquisita di recente, a opera di qualche predicatore eretico itinerante: no, era vera fede, ricevuta fin da bambina.
Iselda, infatti, era nata nella viscontea di Trencavel, non lontano da Besirs e Carcassonne, dove quasi tutti erano catari e agivano alla luce del sole.
Ma a mantenere ancora cos viva in Iselda la fede catara era la sua malattia: l'avversione alla luce la rendeva emblema di un Uomo schiavo del regno delle tenebre, come insegnavano i catari. Temeva per la salvezza della propria anima. Si sentiva dannata.
Non era mai tornata in Provenza a rivedere i volti dei suoi familiari, e non aveva notizie recenti sul loro conto. Le sue condizioni di salute rendevano proibitivo il viaggio, qualunque viaggio, anche il pi breve.
Nei giorni precedenti il duello, aveva preso a parlare in continuazione dei catari, rispolverando l'entusiasmo giovanile, e Pius l'aveva ammonita. Certe cose  pi prudente tenerle per s, le aveva sussurrato dolcemente.
Ma non la condannava.
Cercava solo di proteggerla.
S, era vero, pensava Pius con lo sguardo fisso sul suo avversario dalla parte opposta del campo: l'oggetto del suo amore era un'eretica, e lo era da sempre. Iselda recitava il Pater noster cinque volte al giorno, non mangiava carne, non giurava mai, aveva fede nel Dio di luce e riveriva i Perfetti quando li incontrava. Le piaceva parlare con loro e soprattutto ascoltarli, colma di ammirazione. Ma chiunque sostenesse che Iselda odiasse la croce diceva il falso: lei si limitava a ignorarla. Non avversava davvero la Chiesa di Roma: semplicemente non l'amava; e non aveva mai pensato di diventare una Perfetta catara, lo dimostrava il suo essere stata sposata. Iselda era una semplice credente e non predicava l'eresia.
Pius amava tutto di lei, perfino la sua tristezza. Era la donna pi nobile, intelligente e bella che si potesse desiderare. Ogni giornata con lei era come una ghirlanda composta di attimi felici.
Adesso, per la prima volta da quando l'aveva incontrata, avrebbe desiderato saperla lontana.
Chiuse gli occhi.
Apparve il suo volto, una perla chiusa fra le sue palpebre, indurite e corrugate come valve d'ostrica.
Intanto il tempo scorreva rallentato dalla tensione.
Cal una quiete irreale.
Pius respir, tranquillo, un piccolo mantice nell'immensit del Creato. Il vento sibilava.
Udite, udite, grid l'araldo d'armi, distogliendolo dai suoi pensieri. Signori, cavalieri, scudieri e tutti gli altri: per ordine del nostro signore il conte di Moriana  proibito, pena la morte e la confisca delle propriet, che chiunque tra coloro che sono qui presenti sia armato o porti una spada o un pugnale o qualsivoglia altra arma di qualsiasi genere, a eccezione dei guardiani ufficiali del campo e di chi ha il permesso del nostro signore il conte.  severamente proibito, inoltre, per qualsiasi persona di qualsiasi rango restare in sella durante il duello, eccettuati i duellanti stessi; il nobile che lo far perder la cavalcatura, il servitore che lo far perder un orecchio.  severamente proibito per qualsiasi persona di qualsiasi rango entrare nel campo di battaglia o essere presente all'interno della recinzione: chi lo far perder la propriet e la vita.  severamente proibito a chiunque di ostacolare la visuale di qualsiasi altra persona, pena la perdita della mano.  proibito parlare, gesticolare, sputare, tossire, gridare e fare qualunque altra cosa del genere mentre  in corso la battaglia, pena la perdita della propriet e della vita.
Il brusio cess, persino il vento smise di far schioccare gli stendardi e gli arazzi. Si ud riecheggiare il grido solitario di un'aquila, poi un profondo, immobile silenzio.

21.

I duellanti giurarono sul crocifisso, alla presenza del sacerdote e del maresciallo, di non usare armi di ideazione maligna e forgiate con incantesimi, di non portare con s amuleti magici per proteggere la propria persona o il proprio cavallo.
Nel pomo della sua spada, sbott de Flor, indicando Pius con il mento. Sono sicuro che vi tenga una pietra magica. Ci pens, con aria nervosa, e aggiunse: Che non abbia una formula magica scritta sulla lama?.
Il maresciallo controll e scosse la testa. La spada di messer Pius  regolare.
Chi mi pu assicurare che lui, con l'aiuto di quella donna, la fata maligna che di certo lo ha stregato con un qualche filtro d'amore, non si sia armato di una spada temprata da un fabbro mago e alchimista, in grado di tagliare le armature pi spesse e infliggere ferite incurabili?.
Pius acconsent alla richiesta con un semplice cenno del capo.
Che siano cambiate tutte le sue lame, precis de Flor, alzando il mento in una posa altezzosa.
Assent di nuovo.
Il maresciallo prese in consegna tutte le sue armi e torn con una lancia, una spada lunga e una corta, un pugnale, un'ascia e li consegn al suo scudiero. Pius non domand da dove provenissero n obiett che stavolta poteva essere lui ad avere dei sospetti sulla bont di quelle armi.
Potete ritenervi soddisfatto, messere?
No, dichiar de Flor. Controllate sotto l'armatura.
Non vi basta il mio giuramento?, chiese Pius.
Avete la parola di un cavaliere, prov a rabbonirlo il sacerdote.
Ma de Flor fu irremovibile. Lo scudiero procedette alla rimozione dell'armatura e dopo qualche minuto Pius mostr a tutti gli astanti il petto nudo e vigoroso: non vi cadevano pendagli con pietre preziose capaci di rendere invincibili i guerrieri. Siete soddisfatto?
Lo sono, rispose de Flor, per era ancora sospettoso.
Pezzo dopo pezzo, l'armatura torn a ricoprire i muscoli tesi del cavaliere di Rossocuore.
Le pretese dell'avversario avevano forse lo scopo di ritardare il momento dello scontro e di far perdere la calma, ed era saggio non lasciarsi coinvolgere; Pius aveva ottenuto qualche minuto di libert dalla pesante armatura e aveva asciugato il sudore prima di indossarla di nuovo. Adesso si sentiva meglio. Pensava a questo e a nient'altro. Era in pace con se stesso e con Dio e non gli importava di sapere se de Flor avesse fatto ricorso alla magia: avrebbe affrontato lui e tutti i demoni che erano dalla sua parte.
Giurate, recit il maresciallo, di ripresentarvi qui domani, se l'incontro non sar terminato prima del tramonto?
Lo giuro, disse de Flor, sguardo ostile e penetrante, come se stesse cercando di incantarlo con il suo potere.
Lo giuro, disse Pius.
Poi, procedendo nel rituale, si presero per la mano sinistra, a simboleggiare l'ostilit fra loro, e con la destra sul cuore presero l'ultimo solenne impegno.
L'appellante disse: Oh voi, Pius di Rossocuore, che tengo per mano, giuro sui santi Vangeli e per la fede e il battesimo concessimi da Dio che i fatti e le parole che vi ho attribuito sono veritieri e che ho una valida causa che mi spinge a chiamarvi in giudizio, mentre la vostra  maligna.
Il difensore rispose: Oh voi, Ervand de Flor, che tengo per mano, giuro sui santi Vangeli e per la fede e il battesimo che ricevo da Dio che avete una causa malvagia che vi spinge a convocarmi. E io ne ho una valida e leale che mi spinge a difendermi.
Prima l'uno, poi l'altro baciarono il crocefisso. Da questo momento in poi erano nelle mani di Dio, l'Onnipotente sarebbe stato l'unico giudice all'interno del campo cintato, diventato luogo di scontro non tra due cavalieri, ma fra due angeli, tra le forze del bene e quelle del male.
Il combattimento avrebbe deciso la morte e dannazione eterna, nel corpo e nell'anima, di colui che sarebbe risultato nel torto.
Pius e de Flor si ritirarono nei loro padiglioni.

22.

Nella memoria di Pius scorsero interi anni di esperienze vissute alla corte di Moriana. Rivide il suo arrivo al castello di Charbonnires, quando aveva sette anni, e risent il sapore dolce di un tempo in cui tutto era nuovo e sorprendente. Si era recato dal conte di Moriana per offrire i suoi servigi e in cambio essere educato come cavaliere: sotto la sua guida aveva imparato a cavalcare, a stare in societ, a usare le armi e le cortesie; con lui era andato a caccia con il falcone, aveva preso parte a finti duelli e a finti attacchi in finte azioni militari, aveva imparato osservando gli altri cavalieri del castello, finch un giorno era stato elevato alla carica di scudiero. Aveva quattordici anni.
Suo padre e sua madre lo avevano preso per mano e lo avevano condotto davanti all'altare, il sacerdote gli aveva cinto la testa con una corona di quercia e gli aveva legato speroni d'argento ai talloni, poi Pius si era scelto un cavaliere e lo aveva seguito, in battaglia, nei tornei e nella vita quotidiana, prendendosi cura del suo cavallo e della sua armatura, aiutandolo in ogni incombenza, anche la pi umile, senza mai un lamento. Si chiamava Ugone di Douns, originario della Valle d'Aosta, ed era morto prima di poter assistere alla sua investitura a cavaliere, avvenuta sette anni dopo. Ugone sarebbe stato orgoglioso di vederlo condotto nel salone della cerimonia, dopo la veglia d'armi, vestito di bianco in segno di purezza, e di scarlatto in segno di disponibilit al martirio; si sarebbe commosso nel vedere il signore che gli consegnava la spada e gli speroni e, dandogli un colpetto sul collo con la lama della propria spada, gli diceva: Sii cavaliere; avrebbe forse trattenuto le lacrime, ma con difficolt, quando lo avesse udito rispondere: La mia anima a Dio, la mia spada al Re, il mio cuore alla Dama, l'onore a me. Di certo avrebbe dovuto asciugarsi le lacrime durante la cerimonia della benedizione della spada. Pius ricordava ancora molto bene le parole esatte della preghiera:
Ascolta, Ti imploriamo, o Signore, degnati di benedire con la giusta mano della Tua maest questa spada di cui il tuo schiavo desidera cingersi; che essa si levi a difesa delle chiese, delle vedove, degli orfani e di tutti i suoi servi, contro il flagello dei pagani; e sia terrore e castigo dei reprobi, strumento di giustizia nell'attacco e nella difesa.

23.

Pius e de Flor uscirono dai rispettivi padiglioni, le armature vibranti di metallo, gli elmi ben calati sulla testa e assicurati sotto il mento con una cinghietta di cuoio, spada corta pendente sul fianco e pugnale infilato nella cintura. Raggiunsero i cavalli, che attendevano appena fuori dai cancelli, ai capi opposti del campo. Salirono sui montatoi e, aiutati dai servitori, presero posizione sulle selle. Afferrarono lo scudo con la mano sinistra, strinsero la lancia sotto il braccio destro ed entrarono nel campo, pronti allo scontro.
I cancelli della staccionata furono chiusi a chiave alle loro spalle.
Come in ogni duello giudiziario, tutto avrebbe avuto inizio con la giostra: i due avversari si sarebbero scontrati frontalmente, lanciandosi al galoppo l'uno contro l'altro con le lance in resta.
Pius montava uno stallone bianco proveniente dagli allevamenti della Normandia, i pi rinomati al mondo. Drago era un destriero capace di uccidere a comando, scalciando con gli zoccoli ferrati; un maestoso cavallo albino dagli occhi fiammeggianti, fiero e rilucente fra i raggi del sole.
De Flor si ferm, fronteggiandolo da lontano. I suoi gesti lenti e maestosi volevano comunicare calma e sicurezza. Ma il suo destriero, grigio, con una macchia nera sulla fronte, era irrequieto.
Pius avanz tenendo la lancia in verticale.
De Flor fece lo stesso.
Si studiarono dalle strette fessure degli elmi. All'interno delle armature i respiri ribollivano e i corpi sudavano e fremevano come fossero febbricitanti.
De Flor pieg il busto in avanti e spron il destriero al galoppo; caric con un grido feroce, attutito e reso cupo dall'elmo, la lancia in resta, che restava orizzontale e immobile, i piedi saldi nelle staffe.
Part anche Pius, sollevando uno sbuffo di polvere, l'impugnatura della lancia bloccata contro l'arcione, una lama affilata fissata alla punta, che fendeva l'aria davanti a lui. Non url per intimorire l'avversario: respir tranquillamente l'aria fresca che saliva dal collo o filtrava dalle fessure. Anche la sua lancia era ferma e stabile.
Per prassi, nei duelli giudiziari non c'era un divisorio sul campo, per impedire ai cavalli di scontrarsi, ci nonostante i due cavalieri seguirono linee dritte come corde tese.
Pius mir allo scudo, al cuore della civetta. La tradizione voleva che la prima carica fosse un assaggio, per calibrare la mira, sperando di causare un impatto cos violento da sbalzare l'altro dalla sella. Quindi era esattamente il colpo che de Flor si aspettava. Ma un attimo prima del contatto Pius alz la lancia all'improvviso e mir all'elmo. La lama scintill sull'acciaio con un breve urlo metallico. Nello stesso istante la lancia avversaria si abbatt con tutto il peso del destriero in corsa contro il suo scudo, spezzandosi in una nube di schegge. Pius pieg il busto all'indietro per assorbire l'urto e si tenne in sella con la forza delle gambe, mentre Drago faceva vibrare le labbra e soffiava dalle froge.
Ma fuori dal campo non si udiva un respiro.
Pius diede una rapida occhiata al proprio scudo: met del drago era stata divelta; poteva vedere de Flor e l'intero cavallo attraverso lo squarcio aperto dalla lancia.
Lo gett via.
Dall'altra parte del campo, de Flor si liber del moncherino che restava della sua lancia e afferr l'ascia pendente da un anello della sella.
Pius gli fece vedere la propria lancia, ancora integra e, con grande sorpresa di tutti, la gett a terra.
Dalla folla di spettatori stava quasi per scoppiare un grido di ammirazione. Poi, sembr che stesse per giungere un verso corale di disappunto quando de Flor non gett via il proprio scudo per restare alla pari con l'avversario, che aveva dimostrato una tale cortesia e un tale coraggio. Ma tutto taceva: su ogni cosa si era steso uno spesso manto di silenzio. E contro quell'assenza di suoni si stagliavano nitidi gli ansimi dei duellanti e dei cavalli, il calpestio degli zoccoli, il tintinnio delle finiture e delle armature.
Pius afferr l'ascia e attese che l'avversario muovesse per primo.
Dopo aver ripreso fiato, de Flor cominci a girargli attorno. Un cerchio dopo l'altro, sempre pi vicino. I fiati ansiosi degli animali e il vapore del loro sudore si mescolavano in un vortice di calore. Le asce alzate sembravano guardarsi minacciose, quasi avessero invisibili occhi di acciaio.
Ervand attacc per primo, con forza, tenendo il busto al riparo dietro lo scudo; cal l'arma su Pius, che par il colpo con il manico della propria; un suono secco, legno contro legno, la lama si ferm a un palmo dalla fronte.
Era difficile immaginare quanto odio si potesse vedere da una fessura cos angusta.
Pius scorgeva quello che gonfiava gli occhi di de Flor; sentiva il suo alito maleodorante sibilare attraverso l'elmo. Con un gesto improvviso, gli strapp l'ascia dalla mano, facendola volare lontano, e lo colp alla testa con la parte terminale del manico. L'altro conficc gli sproni nei fianchi del destriero e si allontan ondeggiando sulla sella.
Con un gesto plateale, Pius gett via anche la propria ascia.
Ancora la fugace impressione di un grido in procinto di erompere dalla folla attonita, ma le voci e perfino i respiri restarono chiusi nelle gole.
Ora tutti attendevano di vedere cosa avrebbe fatto il cavaliere con lo scudo. Lo avrebbe gettato via stavolta?
La risposta fu negativa. De Flor stacc la spada lunga dall'anello della sella e affond gli sproni nei fianchi del cavallo. Finse un fendente, costringendo Pius ad alzare la spada per parare il colpo, ma infil la lama nel collo di Drago.
L'urlo di Pius risuon fra le montagne: Noooo!.
Il cavallo abbass la testa su un fiotto di sangue, pieg le zampe, vacill. De Flor approfitt di quell'attimo di distrazione per calare la spada; manc il cavaliere, ma la lama triangolare precipit sul dorso dell'animale ferito, aprendo un'altra fenditura vermiglia nel manto candido.
Pius inarc la schiena e lanci urla strazianti contro il cielo, ma non distolse l'attenzione dallo scontro, mentre Drago si accasciava sulla gualdrappa grondante di sangue.
De Flor era ancora in sella, una figura mortifera contro il cielo assolato, brandiva una spada lucente con la mano destra e aveva uno scudo ancora integro appeso all'avambraccio sinistro.
Rideva.
Pius lo vedeva sussultare nell'armatura e udiva il suo ghigno metallico riverberare nell'elmo.
Il tempo delle gentilezze, pens, era finito.
Si port sotto di lui. Con un passo laterale, schiv il fendente che calava dall'alto e gli conficc la spada nella parte esterna della coscia. Ve la tenne affondata, mentre quello gridava e cercava le forze per rialzare la lama. Poi lo afferr per la cintura e lo disarcion scaraventandolo per terra. Con un calcio allontan la spada che gli era scivolata via dalla mano e gli mont sul petto, le ginocchia ai lati del torace, e prese a percuotere l'elmo con l'elsa della propria arma. Il metallo cedeva colpo dopo colpo, de Flor si dimenava senza riuscire a liberarsi.
Ormai Pius era furia cieca.
Afferr l'elmo, senza pensare, e mise tutta la forza che aveva nel tentativo di strapparglielo di dosso, insensibile ai pugni che riceveva sulle placche dell'armatura.
L'elmo cedette e venne via. Apparve il volto sudato e rosso di de Flor, gli occhi strabuzzati dalla paura.
Confessate!, grid Pius. Confessate di aver rubato sulle terre di madama Iselda di Occitania, e di aver fatto molestare i suoi villani, di avere ucciso una fanciulla di nome Costanza!.
Io non ho mai rubato sulle sue terre n su quelle di qualcun altro, rispose de Flor, pi forte che pot. Non ho mai molestato n ucciso alcuna fanciulla!.
Non ci furono altre parole.
Pius rivolse uno sguardo pietoso al suo cavallo, che esalava gli ultimi respiri con flebili sussulti, agonizzando in una fanghiglia di sabbia e sangue, e piant il pugnale nella gola di de Flor.
Gli spettatori restarono muti.
Si poteva udire il loro respiro, lo scalpiccio dei loro piedi, mentre Pius andava a inginocchiarsi accanto alla testa del suo destriero. Drago, esclam, in tono supplichevole.
Controll le ferite: mortali.
Ascolt il suo cuore: debole, un suono lontano.
Era ancora vivo, ma era scosso dagli ultimi fremiti. Grazie, gli disse accarezzandolo. Grazie. E lo guard morire.
La gente assistette senza fiatare.
Poi Pius si alz, si tolse l'elmo e allarg le braccia, ad accogliere l'urlo che finalmente poteva sprigionarsi possente dalla folla e dalla tribuna.
Ho fatto il mio dovere?, grid contro il cielo, ho fatto il mio dovere?.

24. Castello di Charbonnires,
ora nona.

Pochi raggi di sole, che filtravano a stento fra grumi di nubi, illuminavano la via del ritorno del conte Tommaso; con lui, la contessa Beatrice, tre dei loro figli, il visconte di Challant, il siniscalco messere Evervino e Aldrico Biancamano, capo della guarnigione di Charbonnires.
Gisone sal di corsa sulla cortina per assistere all'arrivo dei signori e del loro seguito.
Calate!, grid l'armigero da dentro la garitta di vedetta, una sorta di casetta circolare con il tetto a cono situata sul camminamento di ronda, in cima alle mura. Arriva il nostro signore, calate!.
Il primo ponte levatoio scese con il solito rumore sferragliante di catene e tonf toccando l'altra sponda del fossato. Cos fece il secondo ponte, distante dal primo e pi in alto, in cima a una serie di rampe che si arrotolavano su se stesse.
Tutte le guardie sugli spalti si sporsero fra i merli per salutare il signore che arrivava. Tommaso, da lontano, rispose alle urla di gioia alzando un braccio.
Il corteo sal le basse scalinate di pietra liscia, su cui scoppiettavano e scintillavano i ferri dei cavalli, pass maestoso sotto il primo portale, poi sotto gli archi della lunga scalinata e, infine, oltrepassato il secondo portale, accedette al cortile.
Dall'alto un armigero domand se dovessero lasciare aperto in attesa dell'arrivo di qualcun altro.
Richiudete, ordin Aldrico Biancamano, dando voce all'ordine del conte.
Gli armigeri ubbidirono all'istante, lo si poteva capire dal rumore sferragliante di catene, ma tutti si stavano chiedendo dove fosse messer Pius di Rossocuore e se fosse rimasto ucciso nel duello.
Quando Tommaso, Evervino e Aldrico scesero alla stalla in sella ai palafreni, come da loro abitudine, Gisone era gi l, pronto a prendere in consegna le redini e aiutarli a smontare da cavallo. Bentornato, vostra grazia, disse a capo chino. Felice di servirvi, nobili messeri.
C'erano gi pronte tre corbe piene di spelta e orzo per i loro cavalli.
Bravo stalliere, disse il conte, facendo vibrare la sua voce altera e sempre un po' arrochita.
Vostra grazia eccellentissima, fremo dal desiderio di sapere qual  stato l'esito del duello.
Uno dei due cavalieri  morto, rispose il conte, l'altro sta bene.
Evervino - alto e secco e, come diceva sempre lui, testa calva per prematuro volere di Dio - e Aldrico - robusto e dallo sguardo scaltro - si lasciarono andare a una risata.
Ogni loro verso urticava l'anima di Gisone, gli faceva avvampare il sangue; come potevano essere tanto vili e irrispettosi nei confronti di un loro compagno d'armi? Insistette: Messer Pius ha vinto, non  vero?
Cos Dio ha voluto.
Il viso di Gisone si riemp di luce. Ne sono davvero molto, molto lieto.
Qui  successo qualcosa di rimarchevole durante la mia assenza?.
Si sentiva rivolgere spesso quel genere di domande, perch il conte e i suoi cavalieri lo consideravano un ficcanaso e una buona fonte di informazioni. Rispose che non era accaduto nulla; poi si corresse e rifer di avere assistito al passaggio di pellegrini armati, diretti in Provenza per unirsi alla crociata contro gli eretici. Promettevano, cantando, di sterminarli tutti, disse.
E, come se quelle parole avessero avuto il potere di far rabbuiare ulteriormente il cielo, cominci a piovere.

25.

Una pioggia fitta, grigia. Agli armigeri di ronda, nelle parti pi alte del castello, sembrava di guardare il mondo circostante attraverso le maglie metalliche di un usbergo.
Il vento si sollev come uno spirito in collera.
Gli scrosci divennero cos impetuosi che i camminamenti e le scalinate lungo tutta la cinta muraria si trasformarono in fiumiciattoli e cascatelle, e la piazza d'armi divenne un piccolo lago nero, nel quale si specchiavano i fulmini e le nubi, brutte come bubboni di peste. Ma c'era comunque di che rallegrarsi: la pioggia, brillando su ogni pietra, si stava incanalando nelle grondaie, un gorgoglio benedetto che riempiva rapidamente le tre cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, ormai quasi vuote; e Gisone pot fermarsi con le mani e il mento poggiati sul manico del rastrello ad ammirare il possente flusso d'acqua che lavorava al posto suo, spazzando lo sterco dei cavalli lungo il canale centrale della stalla.
Si perse nelle solite fantasticherie. Si vedeva in sella a un possente ed elegante destriero, in armatura, sobbalzare contro il vento al fianco di cavalieri come messer Pius, in cerca di avventura. Le dame lo divoravano con gli occhi. Gli uomini lo salutavano con gesti di rispetto.
Ma il sorriso sulle sue labbra e il sogno nella sua mente sparirono all'istante quando riport l'attenzione sul luogo in cui si trovava: c'era una massa compatta di stallatico che stava occludendo lo scolo, e l'acqua stava cominciando a salire nelle rampe inclinate e a lambire gli zoccoli degli animali. Corse a prendere una vanga e si adoper per liberare lo scarico.
I cavalli nitrivano, spaventati dai tuoni e da quelle spruzzate improvvise di luce nelle tenebre che l'uomo chiama fulmini, bench non sappia da dove vengano.
Acqua, in grande quantit, gli rinfrescava la pelle e faceva traboccare le cisterne. E con meno fatica del previsto, riprese a scorrere fuori in uno scuro gorgo di escrementi, e Gisone si sedette ad ammirare i mulinelli in quel piccolo fiume limpido che stava di nuovo attraversando la stalla.
Una gran bella stalla.
Sapeva dai racconti dei cavalieri di passaggio che era difficile trovarne di pi belle. Era un ampio camerone, ben arieggiato, mai troppo freddo o troppo caldo, mai troppo umido o troppo secco, e facile da tenere pulito, anche se era lungo trenta passi e poteva ospitare pi di venti animali per lato. Nicchie ad arco davanti ai cavalli, per evitare che si facessero male alle ginocchia urtandole contro il muro. Due vasche quadrate all'entrata della stalla, per quando nascevano dei puledrini.
Sei davvero bello, disse accarezzando il muso di uno dei destrieri del conte; un nuovo arrivo, nero e possente. Quando sar di ritorno, potrai fare la conoscenza di Drago, il destriero di messer Pius.
Il cavallo scosse la criniera e fece vibrare le froge.
Era un magnifico esemplare, addestrato per il combattimento: sapeva calciare con le zampe anteriori; sollevarsi su quelle posteriori e ricadere al momento di assestare un colpo di spada, rendendolo violento e letale; sapeva muoversi di lato e scalciare con le zampe posteriori.
Gisone accarezz il suo collo poderoso e caldo, sognando di cavalcarlo, poi usc dalla stalla chiudendo i battenti con un passante di legno.
Percorse una breve salita e raggiunse il laghetto increspato in cui si era tramutata la corte del castello.
L'acqua, ormai, gli arrivava alle caviglie.
Guard in alto. Gli occhi gli si riempirono di pioggia. Apr la bocca e bevve, si lav strofinandosi addosso i vestiti e contempl con soddisfazione l'acqua sporca che defluiva dalle trame del tessuto.
Guard ancora in alto: le guardie, ritte, immobili, che scrutavano l'orizzonte. Si tolse il copricapo, lo strizz, lo sciacqu strofinandolo energicamente, lo strizz ancora e se lo infil nella cordicella che gli stringeva la tunica in vita, quindi si lav i capelli lisciandoseli con le mani ruvide.
Pass sotto il torrione, nella speranza di vedere Alasia affacciarsi alla bifora del terzo piano. Ma lei non apparve e tutto rest privo di vita. Di fronte a lui c'era solo il torrione, nudo e freddo come una lapide.
Il conte aveva un gran bel castello, pens guardandosi attorno, e quello era proprio un bel torrione: alto, robusto, addossato alla cortina sul lato pi inaccessibile, e ispirava fiducia. Era diviso in cinque piani da solidi tavolati di castagno. La porta di accesso al torrione si trovava a un'altezza di trenta palmi dal suolo, al livello del primo piano, ed era raggiungibile tramite un'impalcatura di legno, che si poteva rimuovere facilmente in caso di attacco al castello. L si trovava la grande sala col soffitto a volta, in cui qualunque signore pranza, si diverte, riceve i suoi vassalli e gli ospiti pi importanti, e amministra la giustizia durante l'inverno. Al piano terreno, senza aperture sull'esterno, c'era un grande magazzino; salendo una stretta scala di pietra scavata nella parete, invece, si aveva accesso al secondo piano del torrione, proprio sopra la sala principale; l si trovava la stanza da letto dei signori. Il conte dormiva ogni notte insieme alla sua signora, in un letto cos ampio che i servitori dovevano usare lunghi bastoni per rimettere a posto le lenzuola di seta e di lino, i caldi piumini e le trapunte, e i guanciali soffici come le nuvole. Il terzo piano del torrione era il piccolo regno di Alasia - ogni lettera di quel nome profumava - e delle sue sorelle Agata e Beatrice, e vi alloggiavano anche alcuni domestici e gli ospiti pi fidati. Il quarto piano, invece, era adibito esclusivamente alla servit e ai visitatori.
Anche il suo duro giaciglio si trovava lass.

26.

Madamigella Alasia si copr la bocca con la mano e rise. Com' bello, disse.
L'ancella, in piedi dietro di lei, smise per un attimo di intrecciarle i capelli con nastri dorati e lanci un'occhiata oltre la vetrata della finestra. Vi piace lo stalliere?, chiese stupita, e riprese a pettinare la sua giovane signora.
La sorpresa implicita nella domanda non era dovuta all'aspetto di Gisone, che adesso si era denudato il torace muscoloso e stava danzando a braccia aperte nel cortile, sotto la pioggia, ma all'abisso che lo separava da Alasia.
Gisone piaceva a quasi tutte le donne di Charbonnires, per non dire a tutte, e questo era considerato normale persino dagli uomini pi gelosi. Pochi di loro potevano competere con la bellezza e con la giovinezza del garzone di stalla ed erano ancor meno coloro che sapevano riuscire simpatici a tutti con la sua naturalezza.
Perch vi piace?, chiese l'ancella.
Non trovi che sia un bel giovane?
Ma  uno stalliere.
Lui dice di essere figlio di un cavaliere.
E voi gli credete?, fece l'ancella, sbirciando Gisone fra le gocce sul vetro.
Non lo so, rispose Alasia, dubbiosa. Per, di certo, ne ha l'aspetto. Solo i cavalieri sono cos ben formati.
Voi dite?. L'ancella guard di nuovo fuori e trov che Gisone si era tolto le braghe e si stava lavando le gambe, lunghe, ben tornite. S, forse, disse fingendo indifferenza.
Non sei d'accordo?.
Un bel ragazzo, ammise con sufficienza, ma pur sempre un garzone di stalla.
Alasia sospir, contenta di potersi illudere che Gisone piacesse solo a lei.
Sua sorella maggiore, Agata, che era stata pettinata per prima, stava ricamando, e ascoltava senza commentare. Di tanto in tanto interrompeva il lavoro per dare una carezza a un cucciolo di cane pastore, bianco e peloso, che le sonnecchiava davanti ai piedi.
Mia cara sorella?, la chiam Alasia.
S?
A te piace Gisone?
Chi?
Lo stalliere.
Se ti sentisse nostro padre, ti farebbe passare la voglia di dire certe stupidaggini.
Perch?
Perch non sei in grado di capirlo da sola, ecco perch.
Cosa dovrei capire?
Che tu sei la figlia del conte.
E dunque? Non posso dire che mi piace qualcuno?
Puoi pensarlo, ma non dirlo.
Io ho finito, comunic l'ancella. I vostri capelli sono bellissimi, madamigella Alasia. Vostro padre dovr scegliere tra chiss quanti pretendenti per voi!.
Alasia stava guardando fuori e non la sent neppure.
Grazie, puoi andare, le disse Agata.
L'ancella si conged rivolgendo un inchino a entrambe le damigelle.
Rimaste sole, Agata gett via il ricamo e corse subito alla finestra.
Guarda, le disse Alasia.
S, lo vedo.
Gisone stava ancora danzando sotto la pioggia, a torso nudo; adesso si era rinfilato le braghe, che gli aderivano alle gambe. Ogni tanto spariva dalla visuale, ma poi tornava cantando e saltando, felice.
Non dovresti interessarti tanto a uno come lui, le disse Agata con un finto tono di rimprovero. Spostati, lascia guardare anche me.
Salirono sui due sedili di pietra, nello strombo della finestra.
Gisone spar un'altra volta e poi riapparve con una spada di legno in mano. Prese a combattere contro le gocce di pioggia.
Le damigelle risero divertite.
Io so perch  cos allegro, disse Alasia.
E perch?
Gli deve essere giunta la notizia della vittoria di messer Pius.
S, credo anch'io. Mi sarebbe piaciuto tanto poter assistere al duello. Nostro padre non ha voluto. Ma non appena ci sar un torneo abbastanza vicino, far di tutto per andarci.
Piacerebbe anche a me.
Vedrai cavalieri molto pi belli di lui.
Io non credo.
Sciocca le disse, e le infil un dito fra le costole.
Alasia si ritrasse e rise. Tu hai mai visto un cavaliere pi bello?. Indic Gisone con il mento.
Be', messer Pius....
Qualcuno si schiar la voce alle loro spalle. Posso sapere cosa state facendo voi due?.
Le damigelle trasalirono e si voltarono con le mani premute sul cuore.
Madre?.
Saltarono gi dai sedili.
Noi, stavamo soltanto....
Cosa c' di tanto divertente da guardare?. La contessa Beatrice non aveva bisogno di andare alla finestra per scoprirlo: lo sapeva gi. Si affacci e, come immaginato, vi trov Gisone. Non c' niente, ment. Distolse lo sguardo e sospinse le figlie lontano dalla vetrata. Questa sera si terr un banchetto in onore di messer Pius. Sono sicura che troverete qualcosa di meglio da fare che starvene qui a guardare la pioggia, e che saprete rendervi utili.
Certo, disse Agata, con il cuore che le batteva forte nella gola: se la fortuna non avesse fatto sparire Gisone proprio nel momento in cui sua madre si era affacciata, pensava, ora avrebbe avuto di che vergognarsi, perch lei, a differenza di Alasia, era gi stata promessa in sposa. Addobberemo la sala del banchetto, esclam.
Alasia la prese per mano e fece un inchino. S, madre: abbiamo raccolto tanti giunchi, fiori e menta selvatica.
La sala sembrer profumata di balsami, cara madre, vedrete.
La contessa Beatrice approv con un sorriso affettuoso. Bene. Allora andate.

27.

Ehil!, chiamarono dall'alto delle mura. Era Raimondo, una delle guardie. Era uscito dalla garitta di vedetta, si era tolto l'elmo, ne aveva sciacquato l'interno e adesso lo stava usando come coppa per bere.
Gisone lo salut mostrandogli il palmo di una mano. Che il Signore ti conceda una buona giornata.
A volte mi chiedo se sa che esisto.
Chi?.
Raimondo alz gli occhi al cielo ferroso. Lui.
Dovrebbe, disse Gisone.
Spero che sia una buona giornata anche per te, ragazzo.
Sta arrivando qualcuno?
Messere di Rossocuore.
Pius?. Gisone inizi a saltellare sul posto per la felicit. Lo vedi?
S. Raimondo allung il braccio verso l'esterno del castello. Si sta avvicinando al galoppo. Va', preparati ad accoglierlo.
Vado, disse con entusiasmo, e lo ringrazi precipitandosi verso la stalla.
Allora era vero: Pius era vivo, aveva vinto, Dio gli aveva dato ragione.
L'armigero di vedetta si rimise l'elmo in testa, rientr nella garitta e cominci a suonare la campanella, una lunga serie di rintocchi, per avvisare tutti che qualcuno si stava dirigendo verso il castello.
Gisone corse a preparare la biada nella mangiatoia. Senza riflettere, appront anche lo sgabello che serviva ai cavalieri per smontare da cavallo pi facilmente, poi, per, pensando a chi stava per arrivare, lo rimise a posto.
Ansioso, torn sulla piazza d'arme e vide che le guardie stavano tirando le catene per azionare gli argani che sollevavano la saracinesca e abbassavano il primo dei due ponti levatoi, quello della cinta muraria pi esterna.
Cal anche il secondo ponte e si alz la seconda grata, nella cinta interna.
Un valletto si affacci al torrione con un mantello asciutto da posare sulle spalle di Pius, e sulla piazza d'armi arriv di corsa anche un sergente che aveva il compito di disarmare i nuovi arrivati, ma vedendo di chi si trattava, non intervenne. Per il resto, non c'era alcuna agitazione, solo facce sorridenti, felici di vedere la guardia personale del conte tornare sana e salva al castello.
Gisone si domand a chi appartenesse il cavallo che montava e dove fosse Drago.
Torn alla stalla con il cuore che gli batteva forte. Si rimbocc le maniche zuppe d'acqua e ricominci a spazzare.

28. Feudo di Iselda di Occitania.

Una voce sottile s'insinu nel buio: Mia signora?.
Iselda stacc la penna dalla pergamena e alz il viso pallido, gli occhi affaticati dalla luce fioca della candela. S?
 giunto un uomo al castello, disse la damigella, la cui figura affiorava appena dall'ombra corposa. Chiede con insistenza di potervi incontrare.
Ha detto il proprio nome?.
La damigella, quasi invisibile nell'oscurit, scosse la testa. Gli  stato domandato, ma...  un cavaliere templare.
Da dove viene?
Non ha voluto dirlo. Per era certo che avreste capito chi . La damigella fece due passi avanti e le consegn un tozzo di pane secco.
Iselda lo prese e nel vederlo le manc il respiro.
Le era stato dato da due Perfetti catari al termine del suo primo incontro con loro, benedicendola, come erano soliti fare lasciando le case che visitavano. Lei lo aveva custodito per molto tempo e aveva sempre creduto che fosse stato lui a sottrarglielo, per distruggerlo. Invece si sbagliava: lui lo aveva conservato.
Ripose la penna nel calamo, appoggi sullo scrittoio il foglio che stava vergando, vi mise sopra il tozzo di pane secco e si alz.
And allo specchio portando una candela che pian piano cominciava a tremarle fra le dita; ne accese altre due e osserv con cipiglio la propria immagine riflessa. Cerc il colore delle sue iridi, ma era scomparso da tempo. Senza la luce del sole, non lo si poteva vedere. I suoi occhi erano scuri, adesso, due mandorle nere in un ovale di pelle bianca.
Il volto del Diavolo, pens.
Soffi con rabbia sulle fiammelle e si gir, attorniata da filamenti di fumo. Fatelo entrare, disse. Lo ricever nel salone.
La damigella si conged con un inchino e and a riferire l'ordine della signora ai sergenti, gi all'ingresso.
Cercamon?
Era mai possibile che fosse lui?
Iselda non sapeva se doversi sentire felice oppure triste per quella visita, inaspettata al punto da sembrarle impossibile.
Quanto tempo era trascorso dall'ultima volta che si erano visti, che si erano parlati, abbracciati?
Cerc di ricordare la sua fisionomia e le apparve la figura di un bel giovane con i capelli corti e la barba lunga, l'abito bianco da monaco templare, la faccia contratta in un'espressione di disappunto, il dito indice minacciosamente puntato contro di lei. Questo  male!, urlava. Chi sei tu per mettere in discussione gli insegnamenti della Chiesa? Salvati finch sei in tempo!.
Quello era il giorno in cui avevano smesso di amarsi.
Perch adesso era venuto a cercarla? Per ammonirla ancora una volta? Cosa avrebbe pensato vedendola ridotta a una larva spettrale, condannata a una notte perenne?
Che se l'era meritato, che era il giusto castigo di Dio, ecco cosa avrebbe pensato.

29.

Iselda percorse i corridoi e attravers le stanze del castello. Prima del suo passaggio, i servi calavano spessi drappi neri per soffocare la luce che filtrava dalle aperture nelle pareti, cos lei scivolava silenziosa in un budello oscuro e quasi dava l'impressione di portare il buio con s ovunque andasse, come un odore mortale, un'ombra che tutto avvolge.
A volte, le era capitato di paragonarsi a una seppia, che si nasconde nella sua nuvola d'inchiostro.
Non poteva farsi vedere cos.
Si ferm davanti al salone. Niente candele, ordin.
Il servo corse dentro e spense una per una le fiammelle del candelabro usando un lembo della camicia, poi usc con in pugno lo scheletro fumante. Fatto, madama, disse.
Lasciateci soli.
Entr. Lui era l, da qualche parte. Lo sentiva respirare.
Iselda?.
Riconobbe la sua voce, non era cambiata. Sei Cercamon?.
Prima ancora di vedersi si toccarono, si presero per mano e dopo aver tastato i reciproci volti si abbracciarono.
Iselda pianse.
Lui la baci sulle guance e sugli occhi bagnati. Perdonami, le disse. Ti sono stato lontano per cos tanto tempo.
Sono felice di rincontrarti, disse lei, stringendolo forte.
Potrai mai perdonarmi? Sono stato ingiusto con te.
Mi sembra di sognare.
Cosa significa tutto questo?. Cercamon si guard inutilmente attorno, la voce gli tremava. Perch vivi cos?
Sono malata, rispose lei. Sono costretta a vivere al buio.
Gli occhi di Cercamon riuscivano a percepire solo i contorni dell'ambiente circostante: un ampio salone disadorno, con panche e cassepanche accostate alle pareti di pietra nuda. Dov' tuo marito?
Enrico  morto. Un incidente di caccia.  accaduto due o tre anni fa, ormai il tempo scorre senza un perch, non conto pi i giorni.
Un sospiro nel buio. Mi dispiace. Si scost da lei e in quel nulla oscuro si ud il suono sordo del suo piede che batteva per terra. Il vescovo, sbott, quel maledetto!.
Come sai di lui?
Ne ho sentito parlare. So che....
Mi odia, lo anticip, fin da quando sono arrivata in Moriana. Odiava anche Enrico per avermi sposata. E adesso minaccia di scomunicarmi.
Dio lo guarda!.
Tu credi?
Non so pi in cosa credere. Dio... dov'? Non lo so pi, poi, come se gli fosse venuto in mente un punto a favore del Creatore: Ho sentito dire che c' un cavaliere che si prende cura di te e che ti protegge.
Iselda si intimid e abbass lo sguardo. Ti hanno bene informato.
Oh, non si parla d'altro da queste parti. Nelle taverne in cui mi sono fermato, durante il viaggio, ho udito gli avventori discutere e fare pronostici su un duello imminente. Cos sono venuto a sapere che un certo Pius di Rossocuore avrebbe di l a poco rischiato la propria vita per difendere il tuo onore. Si  tenuto oggi, non  vero?
Non so ancora come sia andata, ma.... Gli afferr la veste. Pius ha vinto, ne sono sicura.
Sediamoci, la port verso la panca, di cui scorgeva solo la forma. Devi avere fiducia in me. Mi far venire in mente qualcosa per aiutarti.
Da dove arrivi?
Vengo da Arles.
 vero che la crociata...?
A Besirs c' stato un massacro immane, conferm Cercamon. Si suppone che i morti superino le ventimila persone. Carcassonne si  arresa. Ma sar una lunga guerra.
 terribile. Davvero terribile.
 cos, disse Cercamon sedendosi accanto a lei, al suo profilo indefinito. Dopo ci che ho visto a Besirs, ho iniziato a pensare che, forse, voi catari non avete tutti i torti a dire che il Creatore  malvagio. Le prese le mani e ne accarezz il dorso tiepido. Sono tanto felice di rivederti.
Anch'io, disse Iselda, con un sospiro ansioso che sembrava contraddirla. Mi dispiace che tu mi abbia trovata in queste tristi condizioni.
Da quanto tempo non esci all'aria aperta?
Tutto  cominciato subito dopo la morte di Enrico, il mio sposo. Il sole mi uccide,  come un bagno nel veleno.
Cercamon le cinse le spalle con un braccio. Mi dispiace. Sono sicuro che guarirai.
I medici che ho consultato non sono stati dello stesso parere.
Sai, in questi anni ho vissuto con il rimorso di averti maltrattata ingiustamente. Ma mi confortavo dicendomi che lo avevo fatto perch mi preoccupavo per te.
Lo so.
Non mi odi, dunque?
Ti voglio un gran bene, e sono davvero felice che tu sia qui. Quasi mi sembra di sognare. Curv la schiena e ricominci a piangere.
Cosa c'?
Mi dispiace, singhiozz.
Cosa ti dispiace?
Non poterti vedere alla luce del sole.
Cercamon le accarezz il viso, sentendone il profilo delicato. Tu sei bellissima, non serve il sole per capirlo.
Oh, fece lei allontanando quelle parole inopportune con un gesto vago della mano, non  vero.
Ti nuoce anche la luce delle candele?
No, ma non voglio che tu mi veda cos.
Tacquero e ascoltarono per un po' i reciproci respiri. Il tempo fluttuava come un triste essere alla deriva in quel limbo immobile e silenzioso. Mani nelle mani, parlarono degli ultimi anni della loro vita. Lei gli raccont del suo breve matrimonio con Enrico d'Aiguebelle, della sua morte improvvisa, dei suoi sospetti sull'incidente di caccia; della difficile convivenza con lo strano male che l'aveva colpita, e che tutti ritenevano essere il giusto castigo divino per la sua eresia. E lui le parl della sua vita di cavaliere templare, in Terrasanta; degli ultimi anni trascorsi ad Arles in segreto, al servizio del gran maestro. Non gli era stato possibile venire a trovarla prima, e questo gli aveva procurato un grande dolore.
Iselda lo abbracci ancora, lo bagn di lacrime. Cosa lo ha reso possibile, adesso?
Sono qui perch ho una missione da compiere.
Sei solo di passaggio?
Lo siamo tutti.
Resterai qui, per un po', prima di ripartire?.
Nessuna risposta.
Resterai?.
Cercamon le mise un dito sotto il mento e le sollev il viso. Evita di parlare di questioni religiose con chicchessia: il vento della crociata spira malefico ovunque. Si presta molta attenzione alle eresie e basta poco per mettersi nei guai. Non avere paura, d'ora in poi veglier su di te. Trover il modo per aiutarti. Si chin e le deposit un bacio sulla fronte, poi si alz. Adesso devo andare.
Iselda non lo trattenne, non osava farlo mai con nessuno, tanto meno con le persone che le erano pi care. Stette a guardare la sua ombra scura che girava su se stessa, facendosi vorticare attorno il mantello bianco, e poi si incamminava verso il tenue spettro rettangolare della porta.
Prima di uscire, Cercamon si ferm e senza voltarsi le disse che sarebbe andato tutto per il meglio. Sii forte e non avere paura.
Abbi cura di te, e che Dio benedica ogni tuo giorno.
I passi di Cercamon si allontanarono rapidi e decisi, fino a dissolversi nel silenzio.
Attorno a Iselda tutto rest tale e quale a prima, un buio identico, ma il respiro di Cercamon non era pi l.
Mia signora?
Chi ?. Cerc la fonte di quella voce.
Sono Roberto il carpentiere, mia signora. Torno adesso da Charbonnires.
Si rizz di scatto. Quelle parole avevano richiamato il sangue sotto la sua pelle.  vivo?.
Il carpentiere si fece avanti e si ferm nel mezzo del buio. Messer Pius  uscito vincitore dal duello, mia signora,  stato valoroso e magnanimo.
Lei non riusc a dire neppure un grazie, si lasci scivolare sul piano della panca e pianse fino a che il mondo non perse di consistenza e scomparve.

30.

Logran di Albadora si addentr nel bosco, incedendo sotto i neri arabeschi delle fronde. Da l il castello che era venuto a spiare non era visibile, ma neppure lui lo era per gli armigeri di vedetta. Si ferm, si stacc una borsa dalla cintura e vi guard dentro. Vieni qui, bestiaccia. Infil la mano e ne estrasse un ratto, tenendolo stretto per il collo. La piccola bestia si dimenava e strepitava, occhi come lenticchie lucide, piene di sgomento. Con l'altra mano, Logran stapp una boccetta di vetro e bevve un sorso del liquido che conteneva, ma non lo deglut: lo tenne in bocca e lo sput con uno spruzzo sul ratto che gli si scuoteva furibondo fra le dita. Lo innalz, offrendolo al cielo.
Potenze aeree e prncipi infernali, disse, spiriti maligni, demoni, ascoltate. Io vi chiamo, o diavoli che cadeste dal cielo. Chiamo voi, che all'inferno adorate Belzeb. Diabolo diaboliczo, Satana sathaniczo, vieni a me, voglio parlarti, prendi il dono che ti offro. Spruzz ancora del liquido sul ratto, che dopo poco smise di agitarsi, quindi si inginocchi tenendo la testa abbassata, e in alto la mano con l'offerta al diavolo. Figlio della notte, alimento del fuoco eterno, ascolta la mia preghiera. Vieni. Vieni. Continu a bisbigliare nel silenzio, fino a cadere in uno stato di leggera estasi; un vago tremito gli scuoteva il corpo, un sudore gelatinoso si spandeva sulla sua pelle. Adesso parlava come nel sonno: Diabolo diaboliczo, Satana sathaniczo, vieni a me, voglio parlarti, prendi il dono che ti offro.
Aspett a lungo con la mano alzata, finch il sangue deflu lasciandogli il braccio intorpidito e formicolante. E l'allocco arriv, all'improvviso, felpato. Lo ud solo un istante prima che artigliasse il ratto dalla sua mano ormai insensibile e poi lo vide volare via nelle tenebre con la preda fra gli artigli, un lieve battito d'ali e di nuovo invisibile.
Logran richiuse gli occhi e sorrise, volse la testa in tutte le direzioni e tast l'aria davanti a s come se fosse diventato cieco.
Ma cos non era.
Anzi, tutt'altro.
Passarono alcuni minuti e cominci a vedere quel che stava vedendo l'allocco: prima un brandello di carne sanguinolenta che pendeva dal becco, poi, quando l'animale abbass la testa per strappare un altro brandello di carne dal ratto, vide il parapetto di pietra su cui ticchettavano gli artigli. E quando il rapace rialz la testa scorse oltre l'arco di una finestra, l'interno di una sala desolata: una dama distesa su una panca. Era sola e piangeva.
Diabolo diaboliczo, Satana sathaniczo, entra, fammi vedere.
L'allocco lasci cadere il ratto sventrato sulla balaustra e con un colpo d'ali si spinse all'interno; sorvol in circolo la sala, rimandando a Logran immagini che raccontavano di una donna solitaria e triste; poi il rapace si inoltr nel castello, evitando gli ambienti troppo angusti per la sua apertura alare. Era il castello pi umile e mesto che Logran avesse mai visto. La stanza da letto della castellana era vuota e non c'era niente che facesse pensare alla presenza di un uomo nella sua vita. Di nuovo nella sala principale della torre maestra: la dama era ancora l, ma adesso era sveglia e si guardava attorno alla ricerca di qualcosa, come se avesse udito un rumore, la presenza di un intruso.
Chi c'?, chiedeva.
Il rapace notturno le guizz davanti puntando dritto verso la bifora, usc e sorvol il bosco da cui era venuto, un oceano di foglie senza colore, la radura e la linea incerta della via dei pellegrini. E a un certo punto i suoi occhi, e quelli di Logran, furono attratti da una sagoma bianca, che cavalcava veloce: il mantello aperto e svolazzante di un cavaliere templare.
Silenzioso, il rapace vol sulla sua testa. Lo segu per un lungo tratto, mentre il sole si abbassava, come attratto dalle cime delle montagne.
Eccoti, sussurr Logran.
Il templare si ferm, prese qualcosa dalla sella e lo espose alla luce del sole, che ancora infiammava le montagne. L'allocco vol pi vicino per vedere cosa fosse. Logran riconobbe l'oggetto: una mappa per pellegrini. Il templare stava indicando con il dito sulla pagina il castello di Charbonnires, alzava la testa e guardava in lontananza il cielo nero e piovoso verso cui doveva dirigersi. Mise via la mappa e riprese a cavalcare, e a quel punto Logran riapr gli occhi, sciogliendo l'allocco e Satana sathaniczo dall'incantesimo.
L'eretica aveva ricevuto la visita di un templare?
Costui era diretto a Charbonnires?
Doveva riferirlo subito al vescovo Galfridus.

31. Castello di Charbonnires
vespri.

Aprite!.
Un uomo chiamava da fuori le mura, oltre il portale d'ingresso del castello.
Chi siete?, domand l'armigero di ronda, sporgendosi fra due merli, sotto la pioggia battente.
Il mio nome  Cercamon, povero compagno d'armi di Cristo e del tempio di Salomone; vengo da Arles per ordine del gran maestro, con la supplica di ricevere udienza dal conte Tommaso di Moriana.
Gli armigeri si ritrassero dal parapetto e confabularono. Uno scese dalla cortina per andare a vedere il forestiero da vicino, e quando torn dicendo che si trattava davvero di un templare, l'armigero addetto al ponte levatoio diede ordine di alzare la saracinesca, il ponte interno scese sferragliando e contemporaneamente si alz la seconda saracinesca. Poi si ud il rumore sordo degli zoccoli che calpestavano il ponte, lo schioccare della bardatura, il respiro irrequieto dell'animale.
Gisone and a vedere chi era il nuovo arrivato. Un cavaliere di rara eleganza, in sella a uno splendido corsiero bianco.
Un templare, un sicario di Dio.
Gisone corse a guardarlo dalla caditoia, lo vide passare sotto di s, la figura fiera e longilinea, le spalle larghe, da cui, cosa inaudita per un templare, spuntava una balestra.
Conosceva l'ospitalit del conte Tommaso, inoltre ormai stava per finire il giorno, quindi and subito a preparare un posto nella stalla.

32.

Nel vederlo apparire, la barba lunga, i capelli corti e madidi di pioggia, la croce rossa sul mantello e sulla spalla, Gisone fu attraversato da un brivido. Un monaco guerriero del Sovrano e Militare Ordine dei Cavalieri del Tempio, pens, un difensore dei pellegrini e della Citt celeste.
Ragazzo!.
Trasal nel sentirsi chiamare. Siate il benvenuto, disse, e tuff le ginocchia nell'acqua piovana, inchinandosi al cavaliere in sella, con le redini in pugno, che si stagliava contro un arco grigio, screziato dalle righe oblique di pioggia. Le gocce tamburellavano sullo scudo appeso al fianco della cavalcatura, la sola arma che gli fosse stato permesso di tenere; le altre gli sarebbero state restituite al momento di lasciare il castello. Permettete che vi aiuti a smontare, disse rizzandosi di scatto, la scopa in mano come fosse una spada appena sguainata.
Dio ti benedica, disse Cercamon. Offri ristoro a questa povera bestia.
Subito, fratello eccellentissimo.
Non pot fare a meno di ammirarlo. Il templare aveva un aspetto immacolato e selvaggio allo stesso tempo, lo sguardo colmo di fuoco e acqua, il sorriso dolce e roccioso insieme, le braccia accoglienti che dovevano aver brandito un'arma diversa per ogni demonio che avevano sconfitto; ma allo stesso tempo era snello come si conviene a un vero cavaliere, aveva sul volto un'espressione schizzinosa, e scrutava con furbizia.
Con la mano destra Gisone impugn una redine e tir il cavallo verso di s. Sistem lo sgabello e lo aiut a smontare. Ho sentito parlare di voi, disse con la voce strozzata dall'emozione.
Cercamon si pass la manica sulla fronte bagnata e smont di sella: Di me?
Del vostro Ordine, messere. Venite dalla Terrasanta?
Un tempo.
Quindi ci siete stato
S, per diversi anni.
La Terrasanta, mormor, trasognato. E Gerusalemme  bella come dicono?
 il centro del mondo, ragazzo.
Ed  vero che l si trova il sepolcro di Nostro Signore?
Certo.
E anche che Ges nacque in quella regione?
 cos.
Avete visto le sue tracce con i vostri occhi?
Le ho viste.
Dunque  esistito davvero, non  un'invenzione dei preti?.
A quella domanda, Cercamon ebbe un sussulto.
Ora che era smontato, Gisone si inginocchi di nuovo nell'acqua per riverirlo.
La pioggia sfrigolava e a tratti soffiava un vento bagnato fin dentro la stalla.
Perch fai tante domande, ragazzo?
 nella mia natura, fratello eccellentissimo. Vogliate perdonare la mia insolenza.
Va bene, va bene.
Da dove venite, se non da Gerusalemme?
Gerusalemme  in mano ai saraceni, non lo sai questo? Adesso l'Ordine ha la sua base ad Acri. Cercamon si strizz la barba intrisa di pioggia e scopr un sorriso appena accennato. Io vengo dalla Provenza.
Chiss quanta strada avete fatto.
Tanta, disse Cercamon accarezzando il collo muscoloso del suo palafreno, bianco come la cotta d'arme e il mantello indossati dal suo cavaliere.
Gisone tolse il morso e la sella al cavallo e and ad appenderli alla trave.
Come ti chiami, ragazzo?
Si inginocchi ancora, lo sguardo fisso per terra, sull'acqua che gli scorreva tra le braghe. Gisone d'Oltremare.
Uno stalliere con un nome cos altisonante?
In verit, gli altri mi chiamano soltanto Gisone. Ma a me piace chiamarmi cos, perch sono nato in Terrasanta. Mio padre era un combattente. Sono stato raccolto sul campo di battaglia e portato fin qui da un cavaliere. Io, poco pi che neonato, ho viaggiato insieme a un carro che trasportava un baule pieno di cuori imbalsamati: avevano battuto nei petti di cavalieri che erano morti in combattimento, come mio padre, e che avevano spedito il loro organo pi prezioso, simbolo di amore eterno, alle loro amate in patria. Questo mi  stato raccontato dal precedente cappellano di Charbonnires, ma il conte dice di non saperne niente, e che mi sono inventato tutto.
Conosci il nome di colui che ti ha salvato?
No.
E di tuo padre e di tua madre?
Neppure.
E il tuo Paese d'origine?
Pare che mio padre fosse di qui. Mia madre, invece, era forse di un luogo cos a Nord da restare perennemente coperto da un manto di ghiaccio; ho sentito dire che un luogo simile esiste e che i lupi che osano spingersi fin l vi restano accecati dal potente bagliore. Voi ne avete mai sentito parlare?
Non conosco un luogo simile. Ora alzati.
Nel risollevare la testa, gli occhi gli caddero sulle mani di Cercamon. Parevano due morse da maniscalco ed erano percorse da striature callose per il tanto maneggiare la spada. Non erano certo mani istruite, macchiate d'inchiostro come quelle di un frate scrivano. Permettete, disse offrendosi di aiutarlo a togliersi l'armatura, come fosse uno scudiero. Assicur che si sarebbe occupato lui di asciugare l'usbergo e lucidarlo come si deve.
Cercamon allarg le braccia e si lasci svestire. In quella posizione, controluce, con la barba lunga e bagnata, sembrava un crocifisso. E cos qui abbiamo uno stalliere molto curioso, dalla biografia misteriosa!.
Chiedo scusa, disse Gisone. Pecco di supponenza e vanagloria.
Cercamon rise.
Ti sarebbe piaciuto andare in Terrasanta per combattere gli infedeli?
Non so.
Che cosa non sai, ragazzo?
Non so molte cose, fratello eccellentissimo.
A me pare che tu ne sappia pi di quante ci si aspetti da uno stalliere.
Gisone abbass il capo e mostr la nuca. Perdonate la mia superbia.
La superbia  di chi non si meraviglia. Allora, ti piacerebbe o no andare in Terrasanta, dove dici di essere nato?
Andarci s, messere, ma non per combattere.
E perch mai?
I saraceni... io non li ho mai neppure incontrati. Come posso nutrire dell'odio nei loro confronti?
Non  necessario l'odio per uccidere. Noi templari lo facciamo per amore.
Com' possibile?
Combattiamo contro il male e, se moriamo in battaglia, andiamo in Paradiso.
Gisone ci pens, poi non riusc a trattenersi e disse: S ma Cristo avrebbe ucciso?. Il templare lo guard, perplesso. Io vorrei fare quello che avrebbe approvato Nostro Signore, continu Gisone, quello che Dio ha fatto quando era su questa terra. Ma, a dire il vero, sono confuso.
Lo siamo tutti. Cercamon controll le zampe del suo cavallo per accertarsi che non ci fossero ferite. Stai buono, buono.
I saraceni non esistevano ancora al tempo di Ges.  vero?.
Io credo che tu lo sappia chi c'era in Terrasanta prima di Cristo.
Gisone lo ammise.
Perch lo chiedi, allora?
Per avere una conferma da chi ha visto quei luoghi con i propri occhi. So che a Gerusalemme c'erano gli ebrei e anche tante altre genti, e che erano i Romani a comandare, al tempo di Ges.
Ci che sai  corretto.
Ci che so lo devo ai cavalieri cortesi come voi, messere, che mi fanno dono della loro clemenza e della loro sapienza.
Va bene, va bene, tagli corto Cercamon, passandosi una mano sui capelli. Ora desidero solo rinfrancare le mie stanche ossa.
Questa sera si terr un banchetto qui al castello.  in onore di messer Pius, il pi valoroso cavaliere del mondo.
Ne sono lieto.
Siete qui per questo, siete stato invitato?
No. Cercamon prese una grande sacca di cuoio rettangolare dalla sella, chiusa con fasce di pelle e fibbie, e se la strinse al petto. Io non partecipo mai ai banchetti. E si incammin verso la cappella sotto la pioggia.

33.

Quando smise di piovere, il conte Tommaso usc dal torrione e sal sulle mura per ammirare dall'alto quel che restava del tramonto.
Molto poco.
Il temporale si era allontanato scoprendo un barlume rossastro all'orizzonte, tra le cime.
Sent sulla pelle il primo respiro della notte. Pos le mani sulla pietra bagnata, tese le braccia assumendo una posa fiera, e lasci spaziare lo sguardo: il bosco brumoso, la vasta brughiera. E oltre, gole fredde e profonde, e poi le montagne aguzze, sconfinato spazio di nessuno.
Le guardie di ronda, immobili tra le fiamme schioccanti delle torce appena accese, occhi bianchi che spiccavano nella penombra nascente, erano pronte ad accorrere a un suo cenno.
Sarebbe stato un grande banchetto, pens, si sarebbe protratto fino a notte inoltrata, con cibi prelibati, musica e danze. Una festa in onore della vittoria di Pius. Questo era ci che aveva detto agli altri, nascondendo la verit: sarebbe stato un saluto di commiato, prima di metterlo al bando dalla contea. Vi era costretto dalle circostanze, lo voleva il vescovo. Come avrebbe potuto tenere a corte un cavaliere scomunicato? Era solo questione di giorni, dopodich Galfridus sarebbe passato dalle minacce ai fatti. Ma anche senza la scomunica effettiva, con pergamene e sigilli, il clima che si era creato attorno a Pius e a Iselda era divenuto ormai insostenibile, inaccettabile; proprio come l'idea che uno dei castelli della Moriana fosse tenuto da una donna sola e malata, nonch eretica invisa al vescovo e a tutti, fuorch ai rustici che abitavano le sue terre, i quali, a quanto si diceva, avevano piet di lei e le volevano un gran bene. Ad ogni modo, era giunto per lei il momento di cedere il castello, di pentirsi, abiurare e ritirarsi in un convento.
E poi c'era il castello di de Flor.
Tommaso vi aveva gi spedito una guarnigione con l'ordine di prenderne possesso; lui sarebbe sopraggiunto l'indomani per constatare il fatto compiuto. Ecco, quella sera si sarebbe festeggiata anche la fine del problema Ervand de Flor. Pens alla sua collezione di reliquie, al Sacro Sudario di Cristo, e un brivido gli tagli la schiena.
Mio signore?.
Era Raimondo, l'armigero di vedetta.
S?
Un cavaliere  giunto al castello, vostra grazia. Chiede che gli diate udienza.
Domani, domani, disse Tommaso, fingendosi ammaliato dal paesaggio che imbruniva, ma continuando ad ascoltare il ribollire gorgogliante dei suoi pensieri. Un calderone di parole in cui riaffiorava continuamente il nome Pius.
Gli era sempre stato fedele.
Il migliore dei suoi cavalieri. Mai un lamento. Mai una pretesa ingiustificata. Pronto in qualunque istante a dimostrare lealt e coraggio senza tentennamenti. Non meritava di essere scacciato in quel modo, allontanato come un verme, questo era certo. Pius era come un raggio di sole: poteva entrare nella melma di una latrina senza sporcarsi. Tuttavia doveva bandirlo. Tommaso sentiva che non c'erano alternative, per il bene e per la pace della contea. Era una sensazione non sempre netta e cristallina, che si mescolava al rimorso; lo avvertiva sotto lo sterno, bruciare come un grumo di veleno.
L'armigero era ancora l. Vostra grazia, si tratta di un cavaliere....
Fosse anche il papa in persona, reag, brusco, Tommaso. Niente udienze a quest'ora. Non oggi. Offritegli ospitalit. E se vuole pu unirsi a noialtri per il banchetto. Oggi  un giorno di festa.
Mai quella parola fu pronunciata con tanta tristezza.

34.

Braccia cariche di ceppi e di stipa si stavano dirigendo verso le cucine, dove il fuoco divampava e il grasso colava.
Altri servi stavano portando le tavole nella sala del banchetto. Le sistemarono sui cavalletti e sopra vi misero tovaglie candide e una nave di ceramica, contenente sale e spezie in abbondanza, e poi coppe e calici fatti di gemme, di corallo, di corna e denti di animali, e bacini d'oro, mestoli d'argento, e quadre di pane scuro, una per ogni commensale.
Per esplicita richiesta di Pius, il giullare chiamato a rallegrare la corte del conte e i suoi ospiti durante il banchetto era Stabelo, il figlio del taverniere, che aveva portato con s anche altri musici. Avevano tamburi, flauti, un salterio, un'arpa, una bombarda, una cornamusa; accordavano gli strumenti e scaldavano le voci, mentre un servo cominciava a tagliare il pane battendo il piede a ritmo della loro musica.
Vicino alle tavole, i servi sistemarono due acquamanili d'argento a forma di unicorno e colmi d'acqua profumata alle rose per i commensali, che si sarebbero lavati le mani prima di sedersi a mangiare.
Nelle cucine c'era concitazione fra i cuochi; avevano iniziato a lavorare gi da molte ore. Era tutto uno sfarfallare di coltelli che sfilettavano e spolpavano, e di mannaie che si abbattevano sonoramente sui taglieri spaccando ossa. Sul pavimento, due uomini stavano macellando un cervo e altri stavano per sgozzare un maiale; la bestia strillava e quelli che cercavano di tenerla ferma non erano da meno. Il sangue scorreva a fiumi verso gli scoli.
In fondo, vi erano quattro archi sorretti da tozzi pilastri quadrati, tre dei quali davano su ambienti ampi come stanze, sovrastati da una cappa a imbuto con canna fumaria. I fuochi erano tutti e tre accesi, ma solo due sfrigolavano gi e divampavano ogni volta che vi cadevano sopra le gocce di grasso fuso.
Alcuni strani animali che talvolta passavano per le cucine di Charbonnires, Gisone non li aveva mai visti da vivi, ma non aveva neppure avuto il privilegio di vederli spesso del tutto cotti. Indic un uccello morto e ne domand il nome.
Quello  un airone, gli rispose uno dei cuochi, una sagoma indefinita fra i vapori biancastri.
Adesso lo squartate?
L'airone non si squarta, lo corresse il pingue e bonario Divinangelo, il capo dei cuochi, che in quel momento stava lavorando su un grosso pesce di lago, stendendogli sopra un velo giallo luccicante. Per ogni animale si deve usare il termine giusto: l'airone si smembra, l'anatra si spolpa, l'aragosta si spunta, lo storione si trancia....
Gisone annu facendo vagare gli occhi in quel mondo di fiamme e fumo, di grida e sangue, che ogni volta gli faceva pensare all'inferno. Solo le innumerevoli padelle e casseruole di rame appese alle pareti e i broccali sulle mensole e gli otri mitigavano quell'impressione. Cosa state facendo?
Non lo vedi? Sto dorando un pesce.
Per l'occasione speciale, non lo stava facendo con lo zafferano, ma nel modo migliore: con foglie d'oro vero, cos sottili che gli volavano fra le mani al minimo movimento dell'aria causato dal suo respiro.
E quello?. Gisone indic un vassoio ovale su un ripiano.
Quello  un pesce cotto in tre modi e in tre colori: la coda  bollita, il centro  arrostito, la testa  fritta. E quello... Lo vedi quello?  un luccio che prepareremo al forno cuocendolo dentro una crosta di pane.
Buono!, esclam Gisone. Lui, a differenza dei cavalieri, mangiava di rado il pesce e la carne. I suoi pasti erano quasi sempre a base di ortaggi, di cipolle, di aglio, di formaggi e, soprattutto, di pane di segale o avena, che inzuppava nel latte. Tutte cose che, lo sapeva, i nobili disprezzavano, considerandole alimenti per villici.
Un medico che aveva fatto sosta presso il conte, una volta, gli aveva detto che i cibi prelibati sono dannosi alla salute dei contadini e dei servi. Ma lui non gli aveva creduto. Anche Divinangelo gli aveva detto, in segreto, che quelle erano tutte storie per evitare che le persone umili cominciassero a pretendere troppo.
Tieni. Il capocuoco gli porse una cialda dolce e un bicchierino di vino speziato, controllando che nessuno lo vedesse. Ora va', togliti dai piedi.

35.

Nella grande sala del torrione squillarono due trombe per annunciare l'inizio del banchetto. Sulle lunghe tavole imbandite cominci a cadere una pioggia di vassoi colmi di carne fumante e dorata, rilucente di grasso caldo e di salse colorate.
Al centro della sala erano state montate tre tavole, ognuna sorretta da cavalletti e ricoperta da una tovaglia immacolata. La tavola principale, quella alla quale sedevano il conte Tommaso, la contessa Beatrice, il visconte di Challant, Pius e altri maggiorenti del castello con le loro dame era rialzata da una pedana e svettava sulle altre due, che erano posizionate pi in basso, ai lati, l'una di fronte all'altra. I commensali sedevano sul lato esterno della U formata dalle tre tavole, cos che servi e coppieri potessero muoversi liberamente all'interno e tutti potessero guardarsi in faccia e, allo stesso tempo, vedere gli spettacoli dei giullari e del buffone di corte. C'erano poi altre tavole, pi discoste dalle tre principali, alle quali sedevano i cavalieri della guardia personale di Tommaso e diversi uomini d'arme.
Il camino, grande come la casetta di un villano, ardeva generosamente quella sera, insieme a tante fiamme sparse per la sala, proiettando una confusione di ombre sul pavimento e riscaldando l'atmosfera.
Stabelo cominci a suonare il liuto e a recitare versi d'amore scritti da Pius per Iselda, prima del duello con de Flor.
La contessa Beatrice di Ginevra, con un abito blu di sciamito dalle maniche cos lunghe che quasi toccavano terra, e il velo bianco sul capo, ascoltava estasiata.
Sono contento che ti stia divertendo, le sussurr il conte nell'orecchio.
Una canzone molto bella.
Anche le altre dame e le damigelle ascoltavano la musica in silenzio, incantate.
Lucente Stella, che mi devasti il cuore con i tuoi sguardi d'amore, abbi piet di chi per te muore.
Tutte sospiravano.
E i begli occhi tuoi, ladri, che mi rubano la vita... Io per te combatto, per te sogno, per te vivo. Abbi piet di chi per te muore.
Beatrice era la sola a sapere chi fossero l'autore e la destinataria di quelle parole, ed era commossa.
Poi, appena la canzone fin, il buffone di corte inizi a saltare per tutta la sala, rievocando in modo allegro e grottesco le fasi del duello a cui molti dei presenti avevano assistito poche ore prima.
Udite, udite, udite!, grid con gesti vistosi.  severamente vietato bere e mangiar come maiali, e affondar nel grasso il viso, pena la perdita delle ali con cui andare in Paradiso!.
Da una delle tavole arriv un osso che colp il buffone sul muso: Ecco, gli disse il cavaliere che lo aveva lanciato, ora hai affondato il viso nel grasso anche tu.
I cavalieri sbottarono in una grande risata corale, ma il buffone non si scompose: raccolse l'osso da terra, annus la polpa profumata e succulenta che vi era ancora attaccata e lo addent. Buono, disse, il messere pi generoso  colui che dona quando non gli  richiesto. Si mise l'osso sotto l'ascella e fece un inchino.
I signori risero a squarciagola e si scambiarono occhiate di disgusto all'idea di stringere un cosciotto bisunto sotto il braccio. Poi i cavalieri presero a magnificare l'impresa di messer Pius di Rossocuore, a discutere con animo di ogni colpo e di ogni parata che avevano visto durante il duello, proponendo interpretazioni ora uguali, ora opposte, di ogni sbuffo di polvere e di ogni goccia di sangue, mimando i colpi di spada con gli ossi. Come punteggiatura della loro conversazione, si scambiavano manate unte sulle spalle e vuotavano i bicchieri. Ridevano di gusto e altrettanto bevevano e mangiavano: ognuno di loro, per divertirsi e alleviare il peso della vita, non poteva chiedere di meglio che un duello all'ultimo sangue seguito da un banchetto festoso, in compagnia di belle dame e nobili cavalieri. Per la maggior parte di loro solo la caccia, in particolare quella con il falcone, era pi divertente.
Il conte stava affondando i denti in un cosciotto sugoso, con un orecchio teso a ci che gli stava dicendo il suo ospite di riguardo, il visconte Bosone di Challant, seduto alla sua destra.
Besirs! Io non volevo crederci. Lo consideravo impossibile. Besirs  nella viscontea di Trencavel, che  feudo della corona di Aragona. Eppure re Pietro d'Aragona non ha opposto resistenza. Non ha fatto nulla. Ha lasciato il giovanissimo e ingenuo visconte di Trencavel alla merc dei crociati e del sovrano di Francia.
Il visconte Trencavel  giovane, ma  un eretico impenitente, avversa la Chiesa di Roma. Le sue citt sono uno scandaloso vivaio dell'eresia.
S, ma, cos facendo, il re Pietro ha ceduto senza battere ciglio un suo feudo alla corona francese.
Pius ascoltava senza darlo a vedere.
Sono i piani di Roma, disse Tommaso, alzando le spalle. Il papa ha autorizzato la confisca di tutti i beni dei signori che appoggiano gli eretici. La crociata sar anche e soprattutto una guerra di bottino e di conquista e re Pietro non poteva fare niente per evitarlo. Il Re di Francia vuole annettersi la contea di Tolosa e fare man bassa dei siniscalcati dell'Occitania. Il visconte Trencavel ha solo quindici anni e il suo signore, il re d'Aragona,  fedelissimo al papa.  stato facile prendere possesso di Besirs e di Carcassonne; i crociati adesso possono concretamente minacciare il conte Raimondo di Tolosa.
Re Filippo di Francia vuole annettere quelle ricche terre alla sua corona ed  intenzionato ad approfittare della santa crociata, voluta giustamente dal papa, concluse Bosone.
Pius sent una stretta al cuore e non riusc a trattenere la lingua. La Provenza  un faro di civilt. Voglia Dio che sopravviva qualcosa al passaggio di questi invasati.
Invasati?, reag il visconte di Challant, sono crociati e meritano rispetto. Se i catari della Provenza e chi li protegge si arrenderanno, non ci saranno altri massacri.
Il conte Tommaso borbott con la bocca piena qualcosa di incomprensibile, poi deglut e disse che anche lui, come Pius, pensava che attaccare la Provenza fosse un grave errore. Sar un'onta indelebile per la Chiesa. E riprese ad addentare la carne e a sorbire rumorosamente la saliva untuosa che gli colava dai lati della bocca.
Siamo tutti nelle mani di Dio, disse Pius.

36.

Non mangiate?, gli domand Bosone di Challant. Non vi piace la carne?
Non ho appetito.
Deve essere a causa della stanchezza.
Lo credo anch'io.
Non  che quella dama vi ha messo strane idee in testa, vero? I catari non mangiano carne, non giurano....
Mio nobile signore, quella dama non mi ha messo nessuna strana idea in testa.
Giuratelo!. Bosone ridacchi e gli diede una pacca sulla spalla, ma sotto il velo di allegria si intravedeva l'ombra cupa del disprezzo.
Lo giuro, disse Pius senza unirsi all'ilarit del visconte.
Oh, non vale, incalz il visconte di Challant, ho sentito dire che i catari, specialmente da queste parti, talvolta si nascondono dietro manifestazioni esteriori di adesione al culto cattolico, e giurano senza farsi troppi problemi.
Non  il mio caso, messere. Tuttavia mi permetto di ricordarvi che nel Vangelo di Matteo  scritto: Io vi dico di non giurare affatto, e nella Lettera di Giacomo si legge: Soprattutto, fratelli miei, non giurate.
Volete forse affermare che i catari sono nel giusto?
No, solo che noi cattolici abbiamo dimenticato una parte importante del messaggio di Cristo.
Ah, fareste bene a scegliere con pi attenzione le vostre parole messer Pius.
Ho solo citato il Nuovo Testamento, messere.
E perch i catari non mangiano la carne? C' forse scritto anche questo divieto nel Vangelo?
No, signore, che io sappia. Ma Ges moltiplic i pesci, non bestie macellate o cacciagione.
Per questo i catari mangiano il pesce e non la carne?. La domanda era insidiosa. Pius riflett, con cautela, la voce interiore dei pensieri sovrastata dalla musica e dalle voci dei commensali. Allora?, lo richiam Bosone, masticando un boccone di polpa che gli si sfilacciava fuori dalle labbra lucide di grasso. Perch il pesce s e la carne no?
Forse, disse Pius, attento a non apparire troppo informato sulle dottrine degli eretici, mi pare di ricordare che i catari evitino tutto ci che deriva dall'atto carnale fra gli animali: le uova, la carne, il latte... Il pesce, forse, si riproduce come le piante. Ma se volete dei ragguagli pi affidabili sar bene che chiediate a qualcuno pi istruito di me in materia.
Be', voi siete istruito. Leggete molto, se non sbaglio.
S, leggere mi piace. E ho la fortuna di saperlo fare.
Il visconte di Challant valut se fosse il caso di offendersi per una simile allusione alla sua ignoranza, ma scelse di sorvolare. Riprese invece a masticare. Dunque  per un motivo cos sciocco che non mangiano la carne?
Mio eccellentissimo signore, fece Pius avvicinandogli la bocca all'orecchio, come per rivelargli un segreto, essenzialmente, la ragione per la quale i catari non mangiano carne  che nei corpi di bestie e di uccelli potrebbero dimorare gli spiriti destinati alla salvezza, anime, altri esseri umani... capite?.
Bosone incurv la bocca in una smorfia di disgusto e sput via la carne che stava mangiando. Che schifo!. Si chin sul boccone masticato e lo tocc con la punta del dito. C' qualcuno qui?. E scoppi a ridere. Ma s, ma s, sbott dando un'altra pacca alla spalla di Pius. Queste sono questioni da preti, non da cavalieri come noi! Noi abbiamo ben altro a cui pensare. Oggi siete stato valoroso e mi complimento con voi. Pieg la testa dalla parte di Pius e a bassa voce disse: Chi avrebbe mai immaginato che il barone Ervand de Flor fosse un tale fellone? Voi avete gettato le armi quando vi siete trovato in vantaggio, lui invece no. Confesso di aver gioito nel vedere quel miserabile trascinato via per i piedi dal boia.
Mmm, fece Pius, che a giudicare dal suo volto non stava gioendo affatto.
 triste per il suo cavallo, spieg il conte Tommaso. Non  vero, Pius?
S, mio signore.
Ma dite, continu Bosone di Challant,  vero che la vostra amica  una catara?
Dio ha fatto vincere il duello a Pius e con ci ha detto che queste accuse sono false, lo ferm Tommaso, parlando da dietro una poltiglia di carne. Chiunque conosca bene messer di Rossocuore esprimerebbe il Suo stesso verdetto.
Vi ringrazio, mio signore, disse Pius, abbassando lo sguardo.  un immenso onore.
Ah, lasciamo stare.
Il banchetto and avanti fra canzoni e storie che divenivano sempre pi licenziose. Ma tutti, compresa la contessa Beatrice, mostravano di divertirsi.
Se me lo concedi, mia signora, ho una cosa da dire a messer Pius, disse a un certo punto Tommaso alla sua consorte. Ricevuto il suo assenso, si rivolse al visconte di Challant: Avete voglia di camminare un po' all'aperto?
La gotta mi rode l'anca, lament Bosone, ormai impossibilitato a nascondere l'effetto dei tanti boccali che aveva bevuto. Domani all'alba mi rimetto in viaggio per tornare a casa. Dunque, tra poco andr a dormire. Chiam il coppiere, poi si volt verso Pius e lo guard con ammirazione. Sapere che a guardia del conte c' un cavaliere come voi mi rasserena, messere.
Dio vi benedica, signore.
Venite, Pius. Prendiamo una boccata d'aria fresca.

37.

Prima di uscire dalla torre si fermarono vicino a un candelabro d'argento, oltre uno degli arazzi che fungevano da divisori.
All'improvviso, il conte divenne malinconico. Lo sguardo spento che attraversava Pius, cominci a parlare di cose che avrebbero dovuto riscaldargli l'animo, e che invece non gli increspavano neppure la voce: Voi sapete come sono riuscito a sposare la mia signora Beatrice di Ginevra?
Come, mio signore?, chiese Pius, sorpreso da quella strana domanda.
Ci sono riuscito con la forza dell'amore.
Tanti anni prima, raccont, si era recato a Ginevra, dove era stato accolto con tutti gli onori dal conte Guglielmo, e si era innamorato della sua bellissima figlia; l'aveva chiesta in moglie, ma gli era stata negata, perch gi promessa al re di Francia, Filippo II. Ma lui era corrisposto da Beatrice. Cos, insieme, avevano tramato un piano: presso Rossiglione, nel Bugey, proprio mentre lei veniva condotta dal padre a Parigi per la celebrazione del matrimonio, Tommaso l'aveva rapita e portata con s a Charbonnires, dove subito erano state celebrate le nozze.
Un amore da cui sono nati molti figli, voi li conoscete, Pius, e posso assicurarvi che altri ne nasceranno.
Certo, mio signore. Non capiva dove volesse andare a parare.
Il re di Francia. Rendo l'idea?
Avete avuto un rivale di alto rango in amore.
E ho vinto: l'ho presa e me la sono portata via.
Pius lo guard con ammirazione. La vostra  una storia magnifica, mio signore.
Lo so.
Andrebbe messa per iscritto. Avete mai pensato di raccontarla a uno scrivano?
Non lo far. In fondo, non c' molto da raccontare: sono andato e me la sono presa, ecco tutto. Si assent dalla conversazione per qualche istante. Forse ascoltava l'eco di quella prodezza memorabile. Poi sospir, come per fare sapere che era tornato alla realt. Io vi capisco, Pius. So fino a che punto pu spingersi un uomo per l'amore di una bella dama. Voi avete fatto come me: avete sfoderato il coraggio e vi siete preso ci che vi spettava: il diritto di camminare a testa alta davanti a chiunque. Dio vi ha dato ragione. Chi potr negare adesso che siete nel giusto?. Incroci le braccia e lo guard con aria paterna. Sposate madama Iselda. Mettete al mondo qualche piccolo cavaliere. Vigilate sui nostri passi di montagna, riscuotete i pedaggi, i tributi, e vivete felice.
A Pius sfugg un sospiro. Questo non  possibile.
E perch?
La Chiesa non permette a una vedova eretica, in procinto di essere scomunicata dal vescovo, di convolare a seconde nozze.
Be', un modo ci sarebbe. Il vescovo Galfridus sostiene da sempre che il marito di Iselda abbia nascosto delle reliquie nel castello, prima di morire. Se voi le trovaste e me le consegnaste, lui smetterebbe di cercarle e di desiderarle. Sono sicuro che a quel punto lascerebbe in pace madama Iselda. A proposito, a voi risulta che nasconda delle reliquie nel suo castello?
Non me ne ha mai parlato. Credo proprio di no.
E ritenete possibile che ve ne siano a sua insaputa?
Conosco bene il castello, l'ho visitato pi volte, tutto. Non c' niente l.
Tommaso non ne era convinto e si vedeva. Se voi la sposaste, io non sarei pi costretto a toglierle il castello.
Iselda amministra bene le terre, mio signore.
Ma io ho bisogno di uomini valorosi nelle fortezze della mia contea. Non posso lasciare quel castello ancora a lungo in mano a una donna sola e malata. Siete un cavaliere di grande esperienza, sono sicuro che capite perfettamente quello che vi sto dicendo. Se la amate, sposatela. Altrimenti, potreste almeno portarla nel vostro castello o, meglio ancora, convincerla ad abiurare la sua eresia e a ritirarsi in un convento.
Iselda  molto malata, non si pu spostare.
Questo non sfugge a nessuno, mio nobile amico. Ma rifletteteci ugualmente: durante il giorno Iselda potrebbe viaggiare con un carro completamente chiuso.
Anche ammettendo che questo sia possibile, mio signore, Iselda non vuole trascinarmi nel gorgo di tenebra con lei. Dovrei vivere di notte per starle accanto, e non potrei pi essere un cavaliere.
Un amore proibito. Tommaso scroll le spalle. Be', anche il mio amore lo era, come vi ho raccontato. Ma io sono andato e me la sono presa.
Ci penser.
Che Dio vi aiuti, Pius. Gli pos la mano sulla spalla e gli diede una stretta. Seguitemi, adesso. Ho una cosa da farvi vedere. Chiam un valletto. Tu, vieni qui, facci strada con una torcia.

38.

Pius si accorse che il conte lo stava portando verso la stalla e non ne domand il motivo. Credeva di saperlo: Tommaso era solito trarre un piacere vanitoso dal fare ammirare agli altri le sue conquiste, e tutti conoscevano la sua passione per i cavalli. Si predispose a essere complimentoso e cerc di immaginare quale fosse stavolta la mirabolante caratteristica che faceva di questo esemplare il migliore mai visto da essere umano.
Ma quando si trov di fronte al portone aperto della stalla cap subito che stavolta l'orgoglio del conte sarebbe stato pi che giustificato.
Dentro la stalla non si accendevano mai le torce, a causa della paglia, per cui l'animale era stato portato all'esterno. Gisone lo teneva per le redini con la testa alta, e intorno c'erano paggi in livrea che reggevano fiaccole per illuminarlo in tutta la sua bellezza.
Il destriero era calmo, ma aveva lo sguardo acceso.
Scuro come la notte di novilunio, poderoso, di rara eleganza, con ciuffi di pelo sporgenti nella parte posteriore delle zampe, al di sopra degli zoccoli, la criniera folta, la coda come una fiamma nera.
All'improvviso il conte cominci a battere le mani e a gridare pestando i piedi per terra. Visto?, disse, ammirato e felice come un bambino. Il cavallo non aveva reagito al rumore, non si era neppure mosso. Potete anche tirargli una tinozza di sangue umano sul muso, ma lui non si spaventa. Lo accarezz sul collo guardandolo negli occhi. Perfettamente addestrato a non farsi distrarre dal clamore della battaglia. Gran bel destriero. Cosa ne dite?
Il pi bello che abbia mai visto, mio signore. Degno di un sovrano esemplare e potente come voi.
Oh, lasciate stare. Da oggi, siete esentato dall'adularmi.
Vi ringrazio.
Accarezzatelo. Venite, avvicinatevi.
Ma il cavallo non gli lasci neppure il tempo di muoversi e fece un passo verso di lui.
 una cosa mai vista!, esclam il conte, stupito da quell'insolito comportamento. Gli piacete parecchio.
Pius accenn un sorriso e non disse niente. Accarezz il cavallo, lo controll con molta attenzione, valutandone i pregi e andando alla ricerca di possibili difetti, come fosse un compratore, infine sentenzi che era un esemplare perfetto, magnifico.
Perch non lo chiamate Drago?, disse il conte. In onore del vostro caro compagno di avventure.
Vostra grazia, il vostro.... Pius fu interrotto dal muso del destriero che torn a esplorare la sua faccia. Bravo, bello, stai buono. Il vostro  un pensiero molto nobile.
Cosa dite, questo  all'altezza di quell'altro?
S. Pius si allontan di qualche passo per guardarlo tutto intero. Se non fosse per l'affetto che mi legava al povero Drago, per l'affiatamento che avevamo stabilito negli anni, direi che questo  un cavallo senza uguali.
Per non parlare del fatto che  anche pi giovane.
Non se la sentiva di svalutare un fido servitore solo per la sua et, tanto pi che Drago era ancora nel fiore dei suoi anni, per cui non disse nulla. Per contemplava con ammirazione la fierezza oscura di quell'animale. Sent una lacrima bussare alla porta degli occhi, un calore triste salirgli dal cuore alla gola.
Lascialo, ordin Tommaso, e Gisone apr la mano destra, con la quale stringeva le redini.
Lasciato a se stesso, il nuovo Drago - il Drago nero - si iss sulle zampe posteriori e protese quelle anteriori verso il cielo, stagliandole contro il disco bianco della luna, con un nitrito sottile e melodioso che fece rabbrividire tutti. Quando pos gli zoccoli anteriori a terra, il cavallo si volt verso Pius e sembr che lo stesse fissando.
Eh, s, disse Tommaso, soddisfatto. Gli piacete.
La cosa  reciproca.
Allora, disse il conte Tommaso di Moriana con il petto gonfio e un tono di voce solenne, permettetemi di farvene dono. Il migliore dei miei cavalli, per il migliore dei miei cavalieri.
Pius mise un ginocchio a terra, con un braccio posato sull'altra gamba, e chin il capo. Mio signore, sono indegno di un qualunque dono da parte vostra. Un cavallo come questo varr quanto un appezzamento di terreno.
Voglio che lo prendiate.
Sono gi in debito con voi. Non mi serve altro per esservi fedele.
Datemi la possibilit di fare qualcosa per lenire il vostro dolore.
Vi sono grato.
E non crediate che la mia sia pura e semplice magnanimit. Questo animale mi inquieta. Da quando  qui, non faccio altro che venire nella stalla a guardarlo. Vero, stalliere?
S, vostra grazia, conferm con prontezza Gisone, anche se non era vero. Il cavallo era arrivato da pochi giorni e il conte non era mai sceso a vederlo.
Su, stalliere, riportalo dentro.
Gisone lo mise nel posto migliore, perfettamente pulito, senza altri animali a fianco, e vers erba fresca e orzo nella mangiatoia. Adesso, quello era diventato il destriero di Pius, il pi importante di tutta la contea.

39. Saint Jean de Maurienne.

Poche gocce per volta, con il volto dell'estasi, cos Galfridus suggeva il suo elisir di lacrime. Pozione preziosa. Stille salate di vergine, il frutto del dolore per tenere lontano il dolore, donare vigore fisico e mentale, conservare un aspetto giovane e fresco. Bevve, mentre il fumo d'incenso vagava nell'aria come uno spirito, incipriando il viso della Madre di Dio accanto all'altare. Poi tapp con cura la boccetta e se la fece scivolare in una tasca interna alla veste.
Siamo pronti, eccellenza. C'era un entusiasmo sconosciuto nella voce di padre Folco.
Galfridus and alla sua scranna. Si sedette, quasi lasciandosi cadere. Vediamo.
Venite avanti!, disse padre Folco. In quel genere di situazioni prendeva sempre in mano il comando, data la sua competenza in materia di reliquie che, a detta del vescovo, lo faceva annoverare fra i massimi esperti di tutta la cristianit. Prego, entrate.
Due cavalieri si fermarono sulla porta e si fecero il segno della croce, poi vennero avanti portando una grossa sacca di cuoio. La depositarono ai piedi del vescovo, sotto un candelabro d'argento le cui fiamme parevano dita impegnate a graffiare l'oscurit.
Sono felice di rivedervi, disse Galfridus.
I cavalieri si inchinarono. Tracce sparse di gioia sui loro volti, occhi che scintillavano nelle orbite come gemme sul fondo di pozze nere. Aprirono la sacca e ne estrassero una teca di bronzo rettangolare, con quattro piedi, due davanti e due dietro.
Non abbiamo trovato monete o gioielli, ma la collezione di de Flor era ricca di reliquie, come ci aspettavamo. Il cavaliere pos la teca sull'altare, vicino al candelabro.
Galfridus la prese in mano e cominci a divorarla con gli occhi. Straordinario, disse, incantato. Questa deve essere la reliquia di cui ci ha parlato il conte Tommaso. Aveva ragione. Mi sembra davvero un pezzo eccezionale. Mostr la teca a padre Folco. Tu cosa ne dici?.
L'esperto la esamin attentamente.
Dietro un vetro sottile, c'era un'icona, su un telo di lino. Sembrava una testa barbuta, ma non era pienamente visibile da qualunque angolazione la si guardasse, e Folco non riusc subito a cogliere la meraviglia che, evidentemente, stava riuscendo a vedere il vescovo. A seconda della distanza e dell'angolazione da cui la si guardava, sembrava una figura disegnata male, appena accennata, oppure l'immagine realistica di un volto umano.
Poi la voce di padre Folco riverber fra le mura di pietra nuda:  un miracolo.
Uno dei cavalieri si chin sulla sacca di cuoio e ne estrasse un'altra custodia, di legno, e tenendola con entrambe le mani la pos delicatamente sull'altare. La collezione di de Flor era ricca, ma solo pochi oggetti sembrano autentici e di un certo valore. Allung le braccia e fece vedere la teca. Era ricoperta dalla patina scura dei secoli. La apr e lasci a Galfridus e a Folco il tempo di vederla da vicino.
Sono reliquie molto preziose, disse Folco. Prima di cadere nelle mani di de Flor facevano parte della collezione imperiale di Costantinopoli.
Galfridus sogghign e assest un colpetto affettuoso sul contenitore. Meglio tardi che mai.
Folco spieg che la teca recava il sigillo di papa Onorio, come se fosse stato lui stesso a raccogliere i sacri oggetti che conteneva. Onorio era stato un pontefice eretico, perch non credeva nella natura umana del Cristo. Ed era possibile che quelle reliquie fossero state occultate da lui stesso, per impedire ai fedeli di venerare degli oggetti materiali, che in quanto tali lui considerava immondi.
I capelli della Vergine, disse Folco, leggendo le etichette apposte sulle reliquie nella custodia, la barba di Ges adulto, i capelli di Ges bambino, la veste del Salvatore, con le frange che sono menzionate nel Vangelo.... Si ferm a rifiatare, per la tanta emozione. Poi, per, torn a osservare l'immagine impressa sulla tela.
Era il volto del Salvatore?
Avete fatto un ottimo lavoro, disse Galfridus rivolgendosi ai due cavalieri e piegandosi leggermente in avanti con la mano sul cuore. Potete andare.
I due si voltarono e marciarono rumorosi fino alla porta. I loro passi risuonarono per un po' all'interno del castello.
Allora cosa ne pensi?, chiese Galfridus.
Non  da escludere che sia stata trafugata da Pharos come tutto il resto. Padre Folco continu a studiare la testa barbuta. Non aveva mai visto niente di simile in tutta la sua vita: la figura sembrava impressa sul panno di lino da una forza misteriosa, appariva e scompariva, ora pareva una semplice macchia, ora un'impronta ricca di dettagli.
Adesso, per, la vedevano meglio, come se le loro menti fossero riuscite nel frattempo a decifrare quei pochi tratti e avessero definito con maggiore accuratezza il volto raffigurato. Era il ritratto, strano e dai contorni imprecisi, di un uomo morto, o dormiente, con barba e capelli lunghi, e sembrava grondare sangue da pi punti della fronte.
 il volto di Ges?, chiese Galfridus.
Credo di s, rispose Folco contemplandolo con avidit e commozione insieme.
Era il mandylion, il fazzoletto su cui, secondo la tradizione, era impresso il ritratto del Cristo, non fatto da mano umana?, si chiedeva Galfridus. No, quello non era un fazzoletto. Era un oggetto molto pi grande. Serr il pugno dentro la manica e colp il vetro mandandolo in frantumi, tolse l'oggetto prendendolo con delicatezza. Era ripiegato pi volte su se stesso in modo da esporre alla vista solo una piccola porzione. Aiutami a svolgerlo, disse.
Lo deposero a terra e lo aprirono lentamente. Sotto i loro sguardi sbigottiti si scopr l'intera impronta di un corpo umano, sdoppiata in parte posteriore e frontale.
Il sacro corpo sanguinante!, esclam Galfridus, mentre padre Folco scuoteva la testa, incredulo.
Il lenzuolo era impregnato del sangue di un uomo torturato e crocifisso, l'impronta di Cristo martoriato dalla Passione.
La parte anteriore del corpo era alla loro sinistra e la parte posteriore a destra, ed erano unite alla sommit della testa: sull'una si vedeva il volto, la fronte trafitta dalla corona di spine; sull'altra, la schiena flagellata dalle frustate.
Folco cerc gli occhi del vescovo. Erano attoniti quanto i suoi. Deve essere il lenzuolo che Giuseppe di Arimatea offr per la sepoltura del Salvatore, disse. E recit con tono solenne il passo corrispondente del Vangelo: Egli and da Pilato e gli chiese il corpo di Ges. Allora Pilato ordin che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Ges, lo avvolse in un candido lenzuolo.
Un brivido sal lungo le ossa di Galfridus. Il lenzuolo funebre, mormor, il telo che avvolse il corpo di Cristo, il bozzolo della sua resurrezione.
Si scambiarono occhiate spiritate e tornarono ad ammirare la figura del Nazareno martoriato.
Magnifico, esclam Folco, esterrefatto. Cadde in ginocchio e cominci a baciare il sudario, recitando un guazzabuglio di preghiere e piangendo.
Abbacinato dalla commozione del cistercense, anche Galfridus si un a lui nella preghiera e baci la reliquia.
Recitarono quindici Pater noster, infine si misero in piedi e ripresero a scrutare il telo dall'alto con aria valutativa.
Poi, tornando in s, Galfridus si ricord della reliquia che il Santo Padre voleva sottrarre a de Flor, quella che lo avrebbe fatto ascendere alle pi alte sfere della Chiesa, se solo gliel'avesse consegnata: il dito di Dio. Tuff le mani nella sacca di pelle e pesc un astuccio di legno, lungo e basso; lo porse a Folco tenendolo con cautela. Deve essere questo. Sembra un astuccio adatto a contenere una spada.
Vediamo. Folco apr l'astuccio. Conteneva un bastone sottile, dritto, candido, forse di osso, o forse di una qualche pietra rara e preziosa, leggermente appuntito a un'estremit e lungo come un braccio. L'oggetto emetteva una tenue aura verde, che mutava in forti bagliori se veniva esposto alla luce dei ceri.
Che cosa sei?, sussurr Galfridus alla verga bianca, prendendola con delicatezza sulle palme delle mani e guardandola come fosse un neonato appena venuto al mondo. Da dove arrivi?. La deposit dolcemente sull'altare e trasse un lungo respiro. Sei ci che io credo?. Strizz le palpebre. Qui c' un'iscrizione.
 ebraico.
Sai leggerlo?
C' scritto Yehoshua figlio di Giuseppe.
Non c'erano dubbi: era la verga magica di Ges, il cosiddetto dito di Dio, che papa Innocenzo voleva a tutti i costi. E l, ai loro piedi, c'era il misterioso Sudario, la reliquia bramata dal conte Tommaso di Moriana. Galfridus si sentiva il petto gonfio di gioia.
Gennaio dell'anno dell'incarnazione 630, declam Folco, raggiante. Maometto, che la pace sia con lui, irrompe con i suoi uomini nella citt santa: La Mecca.
Perch dici: che la pace sia con lui quando nomini quel demonio?
Non  un demonio, eccellenza,  il Profeta, che la pace sia con lui.
Il vescovo liquid quel vaniloquio con un gesto della mano.
Dicevo che nell'anno dell'incarnazione di Nostro Signore 630, il Profeta Maometto, che la pace sia con lui, entr a La Mecca.
E allora?
I Meccani furono colti di sorpresa e non opposero alcuna resistenza, il loro capo si convert all'islam. Allora Maometto, che la pace sia con lui....
Finiscila!.
...gira intorno alla Kaba e tocca la pietra nera con un bastone, poi entra nel tempio dove distrugge i trecentossessanta idoli, semplicemente puntando il suo bastone miracoloso. Ma risparmia due icone: Ges e Maria. Quello che voi chiamate demonio, eccellenza, ha avuto rispetto per il Salvatore e la Sua Vergine Madre.
Galfridus lo ignor e si concentr sull'oggetto. Cos l'ho trovato, finalmente.
Il dito di Dio, annu padre Folco. Per quanto se ne sa, l'impero cristiano di Bisanzio lo sottrasse ai Saraceni alcuni secoli orsono. Anche questo  uno degli oggetti rinvenuti a Costantinopoli, durante il saccheggio. Finalmente pu tornare nell'oblio. Il Santopadre ne sar felice.
Lo credo bene, disse Galfridus, che gi si vedeva proiettato in cima alla montagna del potere e della ricchezza. Devo informarlo al pi presto. Se lo vorr, mi recher a Roma per consegnargli questi oggetti personalmente. Ma chieder di esserne il custode. Pensa, Folco, potrei tornare qui vestito da cardinale.
Potreste anche restare a Roma vestito da pontefice, eccellenza.

40. Castello di Charbonnires.

In una camera le cui pareti erano costituite da arazzi appesi a corde tese, illuminata da lampade a olio pendenti dal soffitto, la contessa Beatrice di Ginevra si stava guardando nello specchio mentre un'ancella le pettinava dolcemente i lunghi capelli biondi con una spazzola. Quello racchiuso nella cornice di bronzo dello specchio era il ritratto di una donna dalla pelle chiara, gli occhi grandi e i lineamenti gentili, la cui bellezza non era ancora sfiorita o, si potrebbe dire, resisteva al trascorrere degli anni.
Beatrice era assorta in pensieri indefiniti e quasi si assopiva sotto il dolce massaggio dell'ancella quando sent il conte arrivare. Basta cos, disse sollevando una mano. Puoi andare. Guard la pulzella riflessa nello specchio, che arretrava a capo chino e lasciava la camera, e poi vide entrare Tommaso.
Perdonami, gli disse senza voltarsi, non ce la facevo pi a restare nella sala dei banchetti. Sono molto stanca.
La tua assenza ha messo fine alla festa.
Ne sono dispiaciuta.
Ma no, ero stanco anch'io. Il conte si tolse le brache, appoggiandosi alle liste di legno del baldacchino per tenersi in equilibrio. Una cortina finissima di damasco con ricami e frange d'oro e decorazioni d'argento e seta bianca, preziosamente decorata, isolava il letto; la scost, si sedette e chiam: Bertoldo!.
Il giovane domestico arriv all'istante con un bacile d'acqua tiepida. Si inginocchi e prese a lavargli i piedi con un pezzo di sapone.
Il conte si godette il massaggio a occhi chiusi e storse il naso quando il ragazzo pass all'asciugatura con uno strofinaccio. Non lo ringrazi. E Bertoldo non alz mai lo sguardo, e quando ebbe finito usc, muto.
Allora Tommaso si coric sul largo giaciglio, che era rialzato da una pedana e aveva la testiera contro la parete e la pediera di fronte al camino. Avresti dovuto vedere la faccia di Pius quando gli ho fatto dono di un nuovo destriero, disse mentre si sfilava la camicia, la arrotolava e la metteva sotto il guanciale.
Gli  piaciuto?, domand Beatrice. Seduta alla sua toletta, lo vedeva nello specchio.
Si sono piaciuti a vicenda. Il conte si infil sotto la trapunta di sciamito giallo ricamata con stelle d'oro e foderata con pelliccia di zibellino, sent la pelle nuda scivolare sul lenzuolo di seta e tir un lungo sospiro di beatitudine.
Ne sono lieta. Beatrice fece rimbalzare un sorriso tumido sulla superficie riflettente. Pius  un prode cavaliere, se lo  meritato.
Ha combattuto in modo impeccabile, con grande spirito di cavalleria. Ma sono costretto ad allontanarlo dalla contea.
Perch?
Lo sai perch.
Beatrice esal un sospiro impotente. Per il suo bene, disse con tono rassegnato e consapevole. Non fai che ripeterlo.
Per il suo e anche per il nostro. Il vescovo mi accusa di non essere cos tanto diverso da quei signori della Provenza che proteggono i catari.
A volte mi domando se sto parlando con mio marito, il conte, o con il vescovo.
Tommaso reag a quelle parole insolenti con un grugnito. Cosa intendi?
Che dovresti essere tu a decidere, non lui.
Insinui che io mi faccia menare per il naso?
No, tu non glielo permetteresti mai.
Mmm, sbuff Tommaso, soddisfatto di quella risposta. Allora spiegati meglio.
Io temo i suoi incantesimi.
Incantesimi? Su di me? Non dire sciocchezze, ti prego.
Perfino un cavaliere prode e potente come te  indifeso contro gli spiriti che, si dice, Galfridus  in grado di comandare. Non dovresti permettergli di essere tuo amico.
Galfridus  il nostro vescovo, perdio!. Beatrice non replic e continu a pettinarsi. Galfridus scomunicher Pius, se non lo mando via.
Hai aspettato l'esito del duello per bandirlo dalla contea?
S.
Non vuoi ripensarci?
Non posso.
Beatrice appann lo specchio con un sospiro. Attese che la sua immagine riapparisse, poi ricominci a districarsi i capelli con la spazzola. Cosa farai con Iselda?
Le ho fatto pervenire la richiesta di pentirsi solennemente e andare in un convento. Ha rifiutato.
Quella poverina se ne sarebbe gi andata da tempo, se avesse potuto affrontare un viaggio. Sono passata a trovarla, sai. Non mi  sembrata affatto una cattiva persona. Nonostante non esca mai di giorno e bench la sua dimora sia sempre al buio, mantiene una grande dignit. Ha molta grazia, modi gentili, e non cerca mai di indirizzare la conversazione verso argomenti inappropriati. Mai ha cercato, neppure per un attimo, di convertirmi al suo credo. Non ne ha neppure parlato. Tanto che mi  venuto da pensare che le accuse contro di lei siano ingiuste.
Non saresti dovuta andare.
Passavo da quelle parti.
E perch passavi da quelle parti?
I soliti litigi fra l'abbate di Tami e i priori di Clerieu e di Gilly.
Quei monaci testardi e avidi!. Tommaso si gir a guardarla. E cos sei entrata a ficcare il naso....
Ho trovato una scusa: ho detto che avevo sete e ho ordinato ai paggi di domandare nel castello pi vicino. Iselda ci ha accolto nel migliore dei modi.  quasi sempre sola.
Si dice ospiti troppa gente che parla di cose strane.
Credo, invece, che non riceva pi visite da tanto tempo.
Se si escludono le tue, borbott contrariato.
Dopo un po', Beatrice pos la spazzola, si alz e lo raggiunse nel letto. Lo abbracci e sent il suo respiro, che andava placandosi sotto l'influsso della stanchezza. Ti supplico, amore mio, di riflettere bene sulla fiducia che riponi nel vescovo Galfridus. Non posso pi vederti cos... Sei strano. Quasi non ti riconosco.
Non capisco cosa dici.
Oggi  giunto un cavaliere templare qui al castello.
Lo so. Il conte aveva gli occhi chiusi, la sua voce arrochita sembrava giungere dal mondo dei sogni.
Il valletto che lo ha accolto, continu Beatrice, mi ha riferito che viene da lontano, col desiderio di incontrarti.
Ora sono troppo stanco.
Spero che gli sia stata offerta ospitalit.
Non dubitarne.
Immagino che questa visita ti rallegri.
Chiunque abbia notizie dal mondo  il benvenuto nella mia casa, biascic il conte, sprofondando lentamente nel sonno.
Beatrice fece un cenno di assenso che lui non vide, perch aveva gli occhi sepolti sotto palpebre pesanti.
Lei sapeva quanto il suo consorte apprezzasse i racconti dei viaggiatori, fossero commercianti o pellegrini, chierici o cavalieri, che attraversavano le sue terre. Era sempre felice di ospitarli e di ascoltare i resoconti fedeli e puntuali di tutto ci che avevano visto e scoperto nei loro viaggi. Non c'era individuo troppo umile per essere ricevuto con tutti gli onori, se aveva qualcosa di interessante da raccontare. Beatrice ricordava con quale voracit il suo sposo aveva sempre ascoltato i racconti dei tanti pellegrinaggi compiuti da Pius, il quale era stato a Santiago di Compostela, a Glastonbury, a Roma, a Gerusalemme. A ogni suo ritorno, Tommaso era stato sempre l ad attenderlo e, quando il resto della corte si era ritirato ed era andato a dormire, era rimasto sveglio con lui, fino alle laudi, davanti al camino ardente, ad ascoltare e commentare le cose lontane.
Pius sapeva esporre i fatti e descrivere i luoghi con una maestria degna di un grande poeta, diceva Tommaso. E diceva anche che un buon sovrano deve sempre essere bene informato su tutto, e attribuiva grande importanza anche a fatti che a lei parevano irrilevanti, al fine di governare territori arroccati sulle montagne: la costruzione di una nuova chiesa o il trasferimento di una reliquia, la morte di sovrani dei quali non aveva mai sentito parlare e le vicende di regni di cui fino a quel momento ignorava l'esistenza.
Ma da qualche tempo era cambiato.
C'erano dei momenti in cui quasi non lo riconosceva.
Preg per lui, che adesso stava facendo schioccare la lingua contro il palato, assaporando gi la dolcezza del sonno.

41. Saint Jean de Maurienne,
giorno diciottesimo di agosto, ora terza.

Il vescovo Galfridus pescava nel laghetto vicino al suo castello.
Logran sedeva a prua della piccola imbarcazione, armato soltanto di pugnale. Non indossava neppure l'usbergo, perch se fosse caduto in acqua sarebbe colato a picco prima di riuscire a sfilarselo di dosso, come era accaduto all'imperatore Barbarossa... anche se c'era da immaginare che Logran sarebbe annegato lo stesso, a causa dei tanti anelli e dei pesanti crocifissi d'oro che gli pendevano dai lobi delle orecchie; non pescava, non lo faceva mai, bench trascorresse molto tempo sul gozzo in compagnia del vescovo, tuttavia poteva stare delle ore perso in fantasticherie, a fissare la superficie del lago, come incantato dal fuoco del camino.
Non che Galfridus, invece, amasse pescare. Voleva solo essere visto mentre lo faceva. Amava dare di s l'immagine santa del Re Pescatore, che piaceva tanto ai nobili lettori dei romanzi del Graal.
Un cavaliere templare, hai detto?
S, eccellenza.
Dopo essere stato dall'eretica si  diretto verso Charbonnires?
 cos, eccellenza. Vi  giunto ieri prima del tramonto. Mi  sembrato che portasse qualcosa.
Pensi che sia importante?
S, eccellenza.
Allora spiegati.
Ecco, vostra eccellenza, come voi sapete Philippe du Plaissis  nascosto da qualche anno nella commenda templare di Arles, dalla quale non esce mai. So che  riuscito a conquistarsi la fiducia del visconte Trencavel e del conte di Tolosa usando come intermediario uno dei suoi templari e facendo credere a tutti che fosse ancora in Terrasanta. In questo modo si  inserito tra i catari per farsi consegnare delle reliquie offrendo in cambio protezione e denaro.
Du Plaissis  un uomo astuto, mormor Galfridus.
Logran inarc le labbra in un sorriso maligno. Il giovane templare giunto a Charbonnires potrebbe venire proprio da Arles.
La mano di Galfridus era percorsa da un tremito; pesc l'amo dall'acqua e lo fece oscillare come una scintilla nell'aria tersa, prima di infilzarlo con un nuovo verme e lanciarlo lontano. Come fai a dirlo?
Non lo so, lo suppongo.
Pu darsi che lo abbia mandato qui du Plaissis. Ma perch non  venuto da me? Mi recher oggi stesso a Charbonnires per cercare di capire cosa sta succedendo. Ti sei meritato una coppa piena di gioielli.
Ve ne sono grato, disse Logran con indifferenza. Sapeva che in realt non avrebbe mai ricevuto quella ricompensa: il vescovo si divertiva a regalare parole, ed era molto generoso in questo. Torn a contemplare il baluginio dell'acqua, il viso esangue che vi era riflesso, dallo sguardo brusco, e con gli occhi nascosti in due fosse profonde.
Sai, Logran, a volte ho il sospetto che tu preferiresti servire un signore a capo di una corte raffinata, frequentata da molti cavalieri.
Direi di no, eccellenza.
Allora, forse, ti piacerebbe vivere in una citt.
No, perch me lo chiedete?
Ultimamente ti vedo abbattuto e schivo. Non ti piace qui?
Mi piace, eccellenza.
Un nido d'aquila, disse Galfridus guardando il suo castello che svettava fra le montagne boscose, un laghetto generoso, aggiunse abbassando gli occhi sull'acqua brillante. Ma tu, forse, saresti pi a tuo agio in un centro di cultura cavalleresca, dove i cantori rivolgono le loro canzoni d'amore alla maest della donna. O hai dei rimpianti per l'Ordine? Vorresti non aver mai abbandonato i templari?
No, eccellenza, io sto bene qui.
Presto sar cardinale. Il vescovo guardava il miraggio dei suoi desideri, in lontananza. Verrai a Roma con me?
Il vostro  un animo inappagabile, eccellenza.
Posso ancora contare sul tuo impagabile servigio?
Contate su di me.
Non te ne pentirai.
I pesci scorrevano silenziosi come spettri di un altro mondo sotto la barca. Non abboccavano, messi in allerta dal riverbero della conversazione.
Il vescovo alz le spalle e fece scattare il labbro inferiore. De Flor era un inetto, un incompetente ubriacone. Sei d'accordo?
S, eccellenza.
Non era neppure lontanamente consapevole di quale tesoro possedeva. Ma pi lo si supplicava di cedere quelle reliquie, pi ne diventava geloso. Ruot il busto e si sofferm sugli occhi baluginanti di Logran. Il problema  stato risolto. Ho assoldato dei mercenari diretti verso la crociata, ho detto loro che de Flor era un eretico. Sai come sono riusciti a prendere il castello?  stata una mia idea, Logran. A te lo posso confessare, tu non puoi tradirmi, perch ti ho legato la lingua. Rise. Al seguito dei mercenari c'era una grossa banda di pezzenti. Pezzenti, ma noti per essere dei combattenti feroci. Ho chiesto loro di presentarsi al castello di de Flor, mentre lui era impegnato nel duello, e di chiedere ospitalit, e di scatenare un massacro una volta entrati. Le reliquie sono mie. Rise ancora, la testa rovesciata all'indietro.
Logran non fece una piega di fronte all'astuzia di Galfridus. Non volle conoscere altri dettagli del suo perfido piano. Semplicemente si rimise a studiare i giochi di luce sull'acqua e rimir sotto di s il proprio viso riflesso: sorrideva.
Voglio sapere dove va quel templare, cosa porta, cosa cerca, chi . Lo seguirai, a costo di raggiungere i confini della Terra, e tornerai qui a riferirmi quel che hai scoperto.
Tutto quel che desiderate, eccellenza.
Ora, sar il caso che mi rechi immediatamente a Charbonnires per indagare su questa visita. Se il templare che hai visto ha portato qualcosa a Tommaso, lo scoprir.

Terza parte.

42. Castello di Charbonnires.

Il gran maestro dei templari, Philippe du Plaissis?. Logran ci aveva visto giusto, pens Galfridus.
Tommaso, la faccia inespressiva, parl lentamente, come nel sogno: Lo hanno colpito con due dardi di balestra mentre si trovava all'interno del convento templare, ad Arles.
L'ho conosciuto. Un uomo potente, acuto...  difficile da credere: il gran maestro dei templari assassinato all'interno di una commenda. Ne siete sicuro?
Me lo ha riferito il templare, rispose Tommaso con gli occhi fissi e assenti, il tono di voce monocorde.
Perch non si  recato dal sottoscritto?
Ha detto di essere molto legato a madama Iselda di Occitania, alla sua famiglia. Avendo appreso che voi volete scomunicarla, che la issereste volentieri su un rogo, ha deciso di consegnare il libro e la lettera a me, certo che avrei fatto pervenire tutto al Santo Padre. Il gran maestro gli aveva confessato di non avere da tempo notizie su di voi e che, in caso non vi avesse trovato, avrebbe potuto rivolgersi a me.
Ora dov'?
Chi?
Il templare.
 ripartito questa mattina, subito dopo aver compiuto la sua missione.
Avete fatto bene a parlarmene.
Ho aspettato voi per farmeli leggere.
Molto bene, non  il caso di condividere con altri certi segreti. Posso vedere?.
Tommaso annu e si guard attorno, inquieto, come un cervo circondato da un branco di lupi, poi gli diede la missiva che accompagnava il libro.
S,  proprio per il Santo Padre, disse Galfridus osservandola. Mi prendo in carico io di consegnargliela personalmente, insieme a tutto il resto.
Tommaso non era d'accordo, tuttavia non riusc a opporsi, neppure quando vide che il vescovo rompeva i sigilli della missiva e ne leggeva il contenuto.
La pergamena tendeva, per una memoria insita nella materia, a riavvolgersi su se stessa per riassumere la forma di un tubo. Il vescovo la distese e cominci a leggere.
Cosa c' scritto?
Niente di importante, disse Galfridus riarrotolandola. L'avidit gli deformava il volto. Dovr studiarla con attenzione, vi far una relazione accurata. Posso vedere il libro?. Lo prese e lo apr con cautela, quasi potesse contenere delle vipere, e nel leggere il titolo trasal. Fece un passo indietro, con gli occhi fissi su quelle parole:
LIBER SECRETUS GRAALIS
Il libro segreto del Graal.
Non era possibile, pens: quel manoscritto recava la firma niente meno che di Constantinus Imperator. Se fosse stato autentico, dunque, sarebbe dovuto risalire, a nove secoli prima, decennio pi decennio meno. Come poteva quella parola comparire in uno scritto cos antico? I racconti del Graal erano opere contemporanee. Era confuso. Esamin il codice con attenzione, esponendolo alla luce che cadeva dalla finestra. Doveva essere stato vergato prima della morte del grande imperatore romano. Prima del trecento trentasettesimo anno dell'incarnazione di Cristo.
Come scriveva il gran maestro du Plaissis nella missiva, al libro mancavano molte pagine, al centro ne restavano solo alcune superstiti; le altre erano state tagliate via senza troppi complimenti.
In ci che di leggibile era rimasto, Costantino raccontava di sua madre, sant'Elena, la quale aveva raccolto durante un suo viaggio in Terrasanta, trecento anni dopo la crocifissione di Nostro Signore, molte reliquie, tra cui il corredo del Graal. L'imperatore aveva creato una chiesa segreta e le aveva affidato il compito di nasconderlo per sempre.
Il Graal?
La parola riecheggi nella testa di Galfridus.
Cosa c' scritto?, gli domand ancora Tommaso, additando il libro.
Parla del Graal. Ma c' scritto ben poco, la parte pi interessante del libro  stata asportata.
L'immagine del Graal abbagli anche la mente di Tommaso, come non accadeva pi da molti anni. E quell'emozione lo rianim. D'un tratto si guard attorno, come per vedere dove si trovasse. Aveva sentito bene? Il Graal, mormor, incapace di trattenere la potenza di quella parola.
Galfridus era ammutolito. Di tanto in tanto rileggeva qualche riga della missiva per accertarsi di non essersi immaginato tutto. Ma era la circostanza a impressionarlo di pi: si era recato a Charbonnires convinto di avere appena trovato la pi preziosa delle reliquie e di dover nascondere al conte un grande segreto, e invece ne stava scoprendo uno ancora pi grande.
Ditemi di cosa parla la missiva, disse Tommaso. Il suo tono di voce era deciso, adesso, per i suoi occhi giacevano ancora sotto una coltre di sogno. Voglio sapere cosa c' scritto.
Va bene. Galfridus si spian la pergamena davanti agli occhi. Secondo il gran maestro du Plaissis, il Graal sarebbe in possesso di un certo visconte di Anfortas. Dice che non si tratta di un solo oggetto, ma di un corredo. Scongiura il Santo Padre di fare quel che lui non ha saputo fare: trovare Anfortas e il Graal. Vi confesso che non ho capito granch, vostra grazia. Ma una cosa l'aveva capita: sarebbe divenuto il pi potente principe della Chiesa, se fosse riuscito a consegnare al papa non soltanto una bacchetta di pietra con sopra il nome di Ges, ma niente meno che il Graal.
D'un tratto la situazione era mutata, da straordinaria era divenuta ineffabile. Il cuore gli saltava sulle costole, aveva la bocca asciutta, la carne gli fremeva.
Il conte, adesso, era immobile, con gli occhi sbarrati, la sua testa sembrava una civetta posata su un tronco d'albero.
A Galfridus tremavano le mani all'idea di usarle per tenere il Graal.
Apr di nuovo il libro e lo sfogli con pi attenzione, rendendo partecipe anche il conte.
L'imperatore Costantino sosteneva di essere entrato in possesso di molti oggetti appartenuti a Ges, di cui faceva un elenco, ma di cui non voleva parlare perch si trattava di reliquie estremamente pericolose, se messe nelle mani sbagliate. Non voleva distruggerle, ma ordinava che fossero nascoste per sempre. E Galfridus trasal e prov un brivido quando tra gli oggetti elencati lesse: il dito di Dio. Ma l'elenco era incompleto e il resto doveva essere nelle pagine mancanti. Secondo l'imperatore - e in quel punto la calligrafia dello scrivente si faceva meno precisa, lasciando immaginare una mano tremante - l'esistenza del Graal non doveva essere mai rivelata, per nessuna ragione al mondo: doveva essere gettata nell'oblio, sotto l'eterna custodia dei sorveglianti.
Dunque, rimugin, papa Innocenzo sapeva dell'esistenza del dito di Dio; questo significava che doveva sapere anche del libro di Costantino.
Galfridus si accost la prima pagina al viso e strizz gli occhi. Sotto il titolo c'era un simbolo che non aveva mai visto: una testa di toro, frontale, con una croce che svettava al centro delle corna.
Reliquie, il Graal, salvare la Chiesa e il mondo, il visconte di Anfortas... Si accarezz le guance come faceva quando giocava agli scacchi.
All'improvviso, il conte sembr scuotersi del tutto dal torpore che lo assaliva ogni volta che era in presenza del vescovo. C' qualcosa che non mi torna, disse.
Galfridus ebbe un sussulto nel vedere che il conte si ridestava, sfuggendo alla sottomissione: ultimamente sembrava divenuto refrattario alle malie. Sar bene non parlare con nessuno di questa faccenda, gli disse. Nessun altro all'infuori di noi due deve sapere.
Il conte fece un cenno di assenso, poi si rizz e gonfi il petto. Siete sicuro di avermi letto tutta la missiva? Non avreste dovuto aprirla, non era per voi. Adesso era sveglio, come tornato da un viaggio che non sapeva di avere intrapreso.
Vostra grazia.... Galfridus era sorpreso e turbato dal vederlo cos presente e volitivo. Non vi sto nascondendo nulla. Il gran maestro parla di un visconte di Anfortas, nemico della Chiesa, in possesso di reliquie tanto preziose quanto pericolose, se messe nelle mani sbagliate.
Ecco perch dovrete tenere voi questo libro, immagino.
In tutta onest, credo che sia meglio cos. Dopotutto era a me che il templare avrebbe dovuto consegnarlo. Sono il vescovo, no? Chi altri dovrebbe prendere in custodia oggetti tanto sacri e importanti per la Chiesa?
Non lo so, disse Tommaso, ma, nel frattempo che ci penso, credo che questo libro e la missiva debbano restare qui a Charbonnires.
A stento Galfridus trattenne l'ira, che gli gonfiava le vene del collo e gli spingeva gli occhi fuori dalle orbite. Cosa stava succedendo?, si chiedeva serrando i pugni fino ad affondare le unghie nei palmi. Non era mai accaduto che il conte si sottraesse in quel modo al suo volere. Pens che fosse meglio tornare al pi presto a Saint Jean de Maurienne, prima che la notizia del saccheggio del castello di de Flor giungesse alla corte di Tommaso: era decisamente preferibile non trovarsi l, con lui, quando sarebbe accaduto. Sta bene, vostra grazia. Ma sappiate che mi vedo costretto a scrivere al pontefice per informarlo.
Concedetemi qualche giorno per decidere, mormor Tommaso grattandosi il mento.
Come desiderate, concesse il vescovo, parole che gli bruciarono nella bocca. Ma non fatemi aspettare tanto. Ricordatevi che avete preso un impegno. Il castello dell'eretica passer sotto il mio controllo.
Per un anno. Tommaso si tocc la fronte, la sent fredda e umida.
E mandate via quel cavaliere.
Se volete scusarmi... Sono molto stanco.
Non mostrate a nessuno il libro. Evitate di cedere alla tentazione di farlo esaminare e ricopiare....
Tommaso lo prese per un gomito e lo sospinse lontano.
...Nessuno deve sapere della sua esistenza.
Voglio solo tenerlo qui per qualche giorno.
Cos sia, concluse Galfridus liberandosi dalla presa. Prendiamoci un po' di tempo per riflettere. Dormiamoci sopra.
Una saggia decisione. Verr io da voi appena avr le idee pi chiare.
Aspetter. Non vi tradirei mai. Il vescovo si inchin. Dio mi  testimone.
Tommaso lo guard mentre se ne andava. A proposito di testimoni, pens, non avrebbe dovuto lasciare andare via il messo di du Plaissis. Avrebbe dovuto trattenere il giovane templare a Charbonnires sotto stretta sorveglianza, come garante dell'autenticit della richiesta del gran maestro, o per farlo squartare dal boia in caso si fosse rivelato tutto un inganno. Solo adesso si rendeva conto di aver commesso un errore. Rimise il libro e gli altri documenti nella sacca, poi chiam uno dei paggi che presidiavano gli accessi alla sala.
Quello arriv di corsa e attese a testa bassa che gli venisse impartito l'ordine.
Chiamate il capo della mia guardia personale, che venga qui, subito.

43.

Pius vide Galfridus che usciva dal torrione a passo svelto, seguito da un codazzo di paggi, e marciava a testa alta e con l'aria schizzinosa che gli era tipica. Si ferm per riverirlo e prov a rivolgergli un saluto, ma Galfridus, dopo averlo riconosciuto, volt la faccia dall'altra parte e gli pass davanti senza degnarlo di uno sguardo.
Come a un servo.
Peggio: come a un criminale.
C'era dentro Pius un demonio che ogni volta gli suggeriva di estrarre la spada e conficcargliela nella schiena, ma anche stavolta non lo ascolt. Continu a camminare e si affrett a raggiungere il conte.
Lo trov sulla soglia della sala dei ricevimenti, che lo stava aspettando. Ho una cosa molto importante da comunicarvi, gli disse.
Pius not che aveva l'aria tesa, era come sovraeccitato, una patina di sudore gli imperlava la fronte, e dalla saliva che gli si era rappresa sulle labbra in striature biancastre si capiva che aveva la bocca asciutta per l'ansia. Not anche la sacca che aveva sotto il braccio. Cosa succede, mio signore?
Mandate via tutti.
Esegu. Fece allontanare i paggi, e in breve restarono soli.
Scortatemi fino al forziere, ordin il conte. Tirava grandi respiri senza riuscire a saziarsi d'aria. Era circospetto.
Pius cominci a pensare che la causa di tanta apprensione fosse il colloquio appena avuto con Galfridus, o la sacca di pelle che teneva stretta come fosse un figlio ritrovato dopo molti anni.
Tommaso gli and dietro sapendo di poter contare su uno scudo efficace, ma era pronto a mettere mano alla spada, se fosse servito.
Cosa gli aveva detto di tanto grave il vescovo?, si chiedeva Pius. Quale contenuto poteva rendere una sacca tanto preziosa o... pericolosa, come lasciava pensare il tremito che agitava le mani di Tommaso?
Il conte camminava ansimando e dopo un po' cominci a sbuffare e a schiarirsi la voce.
Vi sentite bene?, domand Pius senza rallentare l'andatura, sguardo fisso avanti, i muscoli pronti a scattare.
S, s, sto bene, ans Tommaso.
Passarono sotto un arco che era sorvegliato da due armigeri con i giavellotti in pugno. Si ritrovarono in una piccola sala il cui ingresso era tenuto sotto controllo da altre due guardie, e si fermarono davanti a una saracinesca, a sua volta piantonata da due soldati in armatura.
Oltre la trama a quadretti formata dalle sbarre d'acciaio della saracinesca c'era la sala del tesoro, un ambiente di piccole dimensioni perennemente illuminato da torce. Al centro, un baule enorme di legno di castagno, rinforzato con fasce e borchie di ferro: il forziere di Charbonnires. Aveva l'aspetto di un bizzarro mostro marino con le zampe corte e la bocca grande quanto il corpo. E la luce arancione e sferzante delle torce lo faceva apparire vivo. Alle pareti tutt'intorno, scaffalature ingombre di scrigni, astucci e teche.
Il conte si tocc la fronte e con voce flebile ordin: Aprite!.
La saracinesca sal, rutilante nel silenzio.
Pius vide il conte vacillare, ma non os sorreggerlo, per non farlo apparire debole davanti ad altri. Ordin ai due armigeri di uscire dalla sala, e il conte gli fece un cenno di assenso apprezzando la decisione.
Aspettatemi qui e non fate avvicinare nessuno, disse Tommaso, ed entr in quello che si poteva considerare il cuore del castello, perch da quella piccola sala, in un certo senso, pulsava la vita di tutta la contea.
Tommaso di Moriana si ferm davanti al forziere. Si tocc lo stomaco, poi la fronte. Si volt indietro e incrociando lo sguardo preoccupato di Pius strizz la faccia in una smorfia di dolore. Era pallido, o almeno cos sembrava, e respirava con la parte alta del petto; respiri brevi e rapidi, intervallati da grandi boccate d'aria che non lo appagavano.
Un attimo dopo non riusciva pi a percepire con nitidezza la figura di Pius. La sala gli girava attorno, le torce disegnavano una ruota di fuoco. Aveva voglia di vomitare. Si impose di resistere, trasse respiri profondi, infil una mano sotto la veste e pesc un mazzo di chiavi.
La voce di Pius risuon con un riverbero cupo e metallico all'interno della sala: Tutto bene, mio signore?.
La risposta del conte giunse stentata, a mala pena percepibile.
Pius lo osserv con attenzione mentre cercava di infilare una chiave nella prima serratura del forziere, poi lo vide stramazzare a terra; se anche fosse stato voltato dall'altra parte, come avrebbe dovuto, lo avrebbe udito: un tonfo inequivocabile di osso su pietra.
Vostra grazia!.
Si precipit sul corpo inerte del conte e gli allung le gambe, gli sent il respiro. Era vivo, forse si era trattato solo di uno svenimento.
Pius balz in piedi e cominci a correre per chiedere aiuto e ordinare che si facesse venire subito il medico di corte, ma dopo qualche passo ci ripens e si ferm.
Torn indietro lentamente, incerto, gli occhi puntati contro il libro che giaceva a terra, aperto e a faccia in gi, con la prima e la quarta di copertina in vista. Accanto c'era un foglio di pergamena, che tendeva a riassumere la forma arrotolata e si ergeva dal pavimento inarcandosi come un gatto inferocito: dovevano essere scivolati via dalla sacca.
Apr il libro.
Il libro segreto del Graal.
Era il titolo o stava sognando?
Sotto c'era una testa di toro con una croce fra le corna. Si capiva che era un toro e non un bue, perch era frontale, mentre nei bestiari il bue era sempre rappresentato di profilo.
Si inginocchi e con delicatezza sollev da terra la testa del conte. C'era del sangue fra i capelli, segno che si era ferito cadendo. Mio signore?. Gli schiuse le palpebre e sotto vi trov due molluschi inerti. L'incarnato aveva assunto una tonalit verdastra. Il respiro era debole. Ma niente lasciava pensare a qualcosa di serio. Non era grave, solo un banale svenimento dovuto a...
Il libro, il foglio.
Facendo attenzione che nessuno potesse vederlo, li prese e cominci a leggerli. Inizi dalla pergamena: una missiva.
Parole inaudite.
Rivelazioni che era difficile prendere sul serio.
Vostra Sublimit,
il mio cuore si colma di gioia al pensiero che questa missiva colga la Vostra santissima persona in buona salute. Nella frenesia della guerra, conscio di essere in grave pericolo e di non poter pi assolvere alla mia missione, vergo queste poche righe con inchiostro e lacrime.
Se Dio lo ha voluto, il codice di Costantino  nelle vostre nobili e sante mani, adesso. Qualcuno  in possesso delle pagine mancanti e sa dove e come cercare il Graal. Voi stesso potete constatare, leggendo le poche pagine che restano, che vi  indicata l'esistenza di alcune reliquie d'importanza inaudita. Il libro segreto del Graal  scritto dalla viva mano dell'imperatore romano, colui che fond la citt di Costantinopoli, che rese grande e potente la nostra santa Chiesa. Parla del Graal, che, come giustamente starete pensando anche voi, mio sublime padre, dovrebbe essere una parola coniata di recente da un poeta di Troyes. Questo significa che chi ha scritto per primo del Graal possedeva o ha avuto modo di leggere le pagine mancanti da questo libro, che fu rinvenuto a Costantinopoli solo cinque anni fa. Dunque, le pagine mancanti di questo codice, da molto tempo non erano pi in possesso dell'Ordine dei Templari.
L'imperatore Costantino, in questo manoscritto, parla del Graal come di un insieme di reliquie, di un corredo. Solo quando tutti gli oggetti sono riuniti, quando il corredo  completo,  possibile accedere al regno di Dio. Dovete credermi, questa  solo una metafora, ma la realt  terribile per la Chiesa e per il mondo intero.
In tutti questi anni, qui in Provenza, sono riuscito a recuperare solo questo antico codice, perch i catari hanno affidato il corredo del Graal a un certo visconte di Anfortas. Nessuno sa chi sia costui. Si dice che abbia edificato un castello in un luogo inaccessibile e segreto. Io ne sono venuto a conoscenza grazie a un mio contatto fra gli eretici di Besirs, un certo Ademaro il Nero, il quale aveva accettato di consegnarmi un antichissimo e scandaloso vangelo, e una mappa con la quale trovare il castello di Anfortas. Malauguratamente, con dolore devo dirvi che questa mappa e il vangelo sono stati rubati a uno dei miei cavalieri durante la conquista di Besirs. Siamo arrivati tardi, sono stato scoperto.
Sublime Padre, Dio Vi aiuti a trovare il Graal e salvare la nostra santa Chiesa.
Mentre leggeva, con un occhio vigile sul conte, Pius si accorse di quanto poco sapesse del Graal, bench fosse tutto ci che si poteva conoscere sull'argomento. Di sicuro era una moda e tanta gente vi perdeva la testa per troppe fantasticherie: lui stesso aveva creduto di poter trovare la pi sacra delle reliquie, un tempo non troppo lontano, e l'aveva cercata ai quattro angoli della Terra. E sapeva che la Chiesa non aveva mai preso posizione nei confronti del Graal e dei racconti che ne parlavano; non li aveva condannati come eretici, n aveva ammesso la loro plausibilit. Semplicemente, forse, attendeva che giungesse il momento di decidere il da farsi o che i lettori si stancassero del Graal e gli autori si dedicassero ad altro; ma in questo caso era niente meno che il gran maestro dei templari a parlarne, e al papa.
Il Liber secretus Graalis dimostra che sant'Elena si rec in Terrasanta a cercare oggetti e testi riguardanti Ges, che sarebbero stati scomodi per la nuova Chiesa di Roma, con l'obiettivo di occultarli.  la prova che tali verit scomode e scandalose furono trovate. La Chiesa Segreta del Graal nacque per desiderio di sant'Elena e di suo figlio Costantino il Grande. Grave  la minaccia rappresentata da questo testo per la nostra Chiesa, di vitale importanza  trovare le pagine mancanti di questo libro e tutte le reliquie che i catari ci hanno sottratto grazie al tradimento dei guardiani. Prego e prego, non faccio altro. Se Dio mi conceder di vivere ancora, se me ne dar le forze e dissiper la ressa di demoni che mi circonda, cercher il visconte di Anfortas, chiunque egli sia, ovunque sia. Annienter quel demonio, per evitare che il vaso del male sia scoperchiato. Ma ho ragione di temere che i miei giorni siano prossimi a terminare. Santo e sublime padre, che il Signore ponga al vostro fianco un uomo migliore di me, in grado di trovare le reliquie del Graal, cos che possano essere nascoste per sempre, e che in futuro nessuno ne parli pi. L'ordine dell'imperatore Costantino e di sua madre sant'Elena - il vostro ordine, Santo Padre -  rimasto ineseguito a causa della pochezza di chi vi scrive. Perdonatemi. Salvate il mondo dal male. Salvate la nostra madre Chiesa. Annientate, se potete, Anfortas e tutti gli eretici. Che Dio vi benedica e vi protegga.
Era firmato: Philippe du Plaissis.
Il tutto aveva l'aria di uno scherzo, se non di pura follia: il visconte di Anfortas, i catari, chiese segrete e, come se non bastasse, il Graal.
Pius riapr il libro con cautela e, prima di guardarne il contenuto, lanci un'occhiata al conte, che si stava rianimando.
Ci che riusc a leggere confermava quanto scriveva il gran maestro dei templari nella missiva. Mentre Tommaso si risvegliava, ebbe il tempo di scorrere il libro per intero, perch quasi tutte le pagine erano state asportate.
Il conte fece schioccare la lingua gemendo e biascic qualcosa.
Pius continu a leggere con avidit, la mente sprofondata in quelle poche pagine segnate dal tempo, come se tutto il resto all'improvviso fosse scomparso.
L'imperatore Costantino il Grande ordinava che le portentose reliquie venissero nascoste in un luogo segreto, in Britannia. Dunque, riflett Pius, chiss come, dovevano essere tornate a Costantinopoli, oppure non erano mai state portate in Britannia, a dispetto degli ordini imperiali. Era possibile che l'imperatore fosse morto poco dopo aver scritto il codice e non avesse ancora dato l'ordine di trasferire e nascondere gli oggetti sacri e che questi fossero da sempre a Costantinopoli?
Il codice sembrava l'atto di fondazione della Chiesa segreta del Graal, alla quale assegnava il compito perpetuo di custodire alcune reliquie che sarebbero state pericolose per la Chiesa di Roma e quindi per l'impero.
Incredibile, inammissibile. Pius avvert un senso di oppressione al petto.
Sapeva, come tutti, che nella cappella di Pharos e nella basilica delle Blacherne a Costantinopoli erano custodite pi reliquie di quante ne possedesse la cristianit intera. Molte di pi. Si favoleggiava perfino del latte della Vergine, delle fasciature di Ges bambino, contenenti ancora il sacro frutto del suo piccolo ventre... E talvolta gli era capitato di pensare che fra queste reliquie potesse esserci anche il Graal. Quello che di primo acchito pareva strano, invece, era che il libro di Costantino fosse ancora l, nel 1204. Infatti, il romanzo di Chrtien, il primo a parlarne, era di vent'anni precedente il saccheggio di Costantinopoli da parte dei crociati.
L'unica cosa chiara era che qualcun altro stava cercando il Graal, oltre lui; a quanto pareva erano in molti, e lo facevano con pi zelo di quanto lui avesse mai potuto immaginare. Potenti signori, che non solo erano convinti della sua esistenza, ma ne avevano le prove ed erano disposti a portare l'inferno in terra pur di impossessarsene.
Un brivido gli sal lungo la schiena.
Ci che per lui era stato poco pi di un gioco dell'anima, un pellegrinaggio della fantasia, era per altri motivo sufficiente a scatenare guerre.
Pius aveva speso molti anni della sua vita alla ricerca di quella sacra reliquia, la pi misteriosa e portentosa di tutte. Col tempo, per, si era sempre pi persuaso che lo scopo della ricerca fosse la ricerca stessa. E invece adesso si ritrovava fra le mani una prova concreta della sua esistenza.
Solo che non si trattava di una santa reliquia, ma di qualcosa che la Chiesa esecrava e temeva fin dalla sua origine.
Era alquanto bizzarro fare una simile scoperta tramite il conte: non sapeva che anche lui cercasse il Graal. Non aveva mai parlato con Tommaso di romanzi cortesi e in generale di libri: aveva sempre immaginato che niente fosse tanto distante dai suoi interessi quanto quegli argomenti. A un tratto, una parte della mente di Pius, come la vetrata di una cattedrale su cui fosse dipinta l'immagine del conte di Moriana, era andata in frantumi.
Chi era veramente il suo signore?
Lo osserv. Adesso era sveglio, gemeva, aveva gli occhi aperti, e Pius vi vide dentro la luce di qualcun altro. Per la prima volta da quando lo conosceva, gli sembrava di non conoscerlo affatto.

44.

Corse fuori e url: Il medico, presto! Il signore ha avuto un malore!.
Gli armigeri sulla porta si scambiarono occhiate perplesse prima di scattare in tutte le direzioni.
Pius torn dal conte, che stava cercando di rimettersi in piedi e chiedeva cosa fosse successo.
Niente di grave, ma restate disteso. Sta arrivando il vostro medico.
Tommaso si agit. Il libro, dov' il libro?
Cercate questa?. Gli consegn la sacca, chiusa. Vi era caduta per terra.
La prese e la abbracci stretta. Li avete letti?
Che cosa?
Aiutatemi ad alzarmi.
Aspettate il medico. Avete perso conoscenza per pochi attimi, ma  meglio che non vi affatichiate.
Aiutatemi, ho detto!.
Lo tir su.
Non appena fu in piedi, Tommaso si divincol con modi bruschi e gli ordin di uscire.
Pius non replic.
Ma il titolo lo avete letto, non  vero?, disse Tommaso.
Mi stavo preoccupando della vostra salute. Avete sbattuto la testa... Perch date tanta importanza al titolo di un libro? Non credevo che amaste la lettura. E apprendo solo adesso che quella sacca contiene un libro.
Non  un poema o qualcosa del genere.  l'atto ufficiale di un grande imperatore romano.
Davvero, mio signore?.
Le serrature del forziere scattarono una alla volta. Tommaso iss il coperchio, vi gett dentro la sacca e richiuse in fretta con un colpo secco. Le serrature scattarono di nuovo.
S, davvero, disse.
Dev'essere molto prezioso.
Lo , credetemi. Si volt, cereo in viso con una leggera ombra rosa che tornava a stendersi sulle sue guance. Se avete letto anche solo il titolo di quel libro, non dovete farne parola con nessuno, mai!. Gli and vicino e rimase a lungo a fissarlo. Ma lo attraversava con lo sguardo, come se si fosse smarrito in un pensiero inconfessabile. Giuratemi che manterrete questo segreto, qualunque cosa abbiate letto mentre non ero cosciente.
Pius giur in modo solenne.
Come vi ho preannunciato, ho una cosa molto importante da dirvi.
Pius lo aveva dimenticato.
A partire da adesso.... Tommaso inspir profondamente, come per farsi coraggio. Ebbene ho deciso che.... Si tocc la testa, nel punto in cui aveva sbattuto. Vi comunico che da questo momento siete bandito dalla mia contea. Avete inteso?
Cosa dite, mio signore?
Consideratelo un esilio, perch non confischer il vostro piccolo feudo e il vostro castello: potranno andare in eredit ai vostri figli, se un giorno ne avrete. Nel frattempo li prender in custodia e mi occuper della loro gestione.
Perch mi fate questo?. Sepolto vivo: era cos che Pius si sentiva in quel momento. Ogni parola, ogni sguardo, ogni respiro del conte era come una vanga di terra che gli cadeva addosso.
 per il vostro bene, e per quello di tutti, qui in Moriana.
Pius annu, imperturbabile: l'ordine, lo immaginava, non veniva dal suo signore, ma da Galfridus, di cui, a quanto pareva, Tommaso si era reso schiavo. Ora, colui che serviva da molti anni, colui al quale doveva molto, gli stava di fronte puntandogli addosso occhi svuotati e gli appariva troppo vile per meritare una richiesta di spiegazioni o una reazione di protesta. Far ci che ordinate, disse, come sempre.
Tommaso fu raggelato da quella risposta e dalla compostezza di Pius, si lasci sfuggire un sorriso e per un attimo sembr sul punto di ripensarci. Andate, tagli corto battendo un colpo con le mani. La lontananza da questi luoghi non potr certo nuocervi. Sapete che la vostra persona, le vostre relazioni, stanno facendo agitare il vescovo, che vi vuole scomunicare, insieme alla vostra Iselda. Mi occuper io personalmente della sua sicurezza. Madama Iselda star bene, vedrete. Nessuno le torcer un capello. Partite immediatamente. Forse un giorno potrete tornare. Ma per ora, se sarete visto nella contea, sarete arrestato e impiccato. Dir al vescovo che vi ho allontanato e, chiss, magari riuscir a sottrarvi alla scomunica. E allora... Si vedr. Gli rivolse un sorriso pieno di tristezza e gli mise una mano sulla spalla. Addio, Pius.

45.

Pius salt in sella a Dragonero e fece irruzione nell'arena della quintana, furente, caric lo scudo del simulacro umano con la lancia in resta, pi e pi volte, fino a spezzarla. Poi smont dal cavallo sfinito e impugn la spada; si abbatt come un castigo divino su ogni cosa che gli capitasse a tiro, e distrusse il castello, appicc il fuoco e, mentre il rogo avvampava, fece una strage di chiunque si frapponesse fra lui e l'oggetto della sua rabbia, lanciando urla strazianti. Colpi, urla: la collera tumultuosa e implacabile di una bufera. E quando si spezz la spada, continu a menare calci, pugni, finch non ebbe scaricato tutta l'ira e cadde a terra spossato.
Ma questo accadde solo nella sua mente.
A vederlo uscire da Charbonnires, pieno di contegno, nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse appena stato tradito e scacciato dalla contea, mandato per sempre lontano da tutto ci che aveva di pi caro: il suo incarico di guardia personale del conte, il suo castello fatiscente e, sopra ogni cosa, Iselda.
Gli si gonfiava la testa di sangue al pensiero che non avrebbe pi potuto proteggerla. Ma all'esterno, sul suo viso e nella sua postura, non affiorava alcuna traccia di emozione.
Cavalc al passo fino all'uscita del castello. Attravers il ponte levatoio e si ferm davanti a un notaio del siniscalco Evervino, che lo stava aspettando vicino al barbacane con in mano un foglio giallastro e vergato di fresco.
Ad alta voce, in modo che tutti potessero udire la dichiarazione del signore della Moriana e della Savoia e di Aosta, lesse il bando, con il quale a Pius veniva proibito - d'ora in avanti e fino a ordine contrario - di restare sul suolo della contea, pena la morte, se colto in flagranza di reato. Poi il bando fu letto una seconda volta, sempre con voce tonante, ma a quel punto il destinatario di quelle parole era gi lontano, seguito da schiamazzi e insulti. Qualcuno, per, onorava il suo nome augurandogli lunga vita e la benedizione di Dio.
Pius aveva preso con s l'occorrente per un viaggio eterno: le sue armi. Aveva messo la gualdrappa rossa a Dragonero, di cui adesso restavano scoperti solo gli occhi, la coda e la parte inferiore delle zampe. E si era messo in marcia con l'intenzione di sostare un'ultima notte nel castello di Iselda, e ripartire il mattino seguente, prima dell'alba, cos che lei potesse affacciarsi sulla cortina per salutarlo.
Man mano che procedeva nella radura l'ira scemava, il flusso impetuoso di sangue si chetava sgonfiando le vene, il respiro si faceva pi ampio, appagante.
Il paesaggio gli riempiva gli occhi di delizia. Falchi, corvi, orsi, stambecchi, cervi, scoiattoli, tutti gli animali danzavano sul palcoscenico del creato, come tanti saltimbanchi impegnati a distrarlo e a rasserenargli il cuore. Poi vide una sorta di bestia scura sgattaiolare dal ciglio del sentiero e correre verso il fitto della boscaglia.
Fu un attimo, dopodich scomparve.
No, non era stato un animale. Gli era sembrata piuttosto una figura d'uomo; forse, di un uomo con addosso un saio scuro e con la testa coperta dal cappuccio. Raggiunto il punto da cui lo aveva visto fuggire, Pius not qualcosa, per terra, su una grossa pietra. Smont e and a guardare da vicino. Era una frase:
Cos si mette in cammino e promette di ritornare, e lascia la sua gentile amica molto dispiaciuta e dolente, e con lei tutti gli altri.
Era stata scritta sulla pietra con un pezzo di carbone. Di recente, perch la pioggia abbondante del giorno prima aveva lavato ogni cosa che non si trovasse sotto un riparo. Pius si chiese se non fosse stata lasciata da quell'uomo con il saio. Segu la linea tracciata dalla sua fuga e dopo un centinaio di passi trov il pezzo di carbone; l'uomo lo aveva lasciato cadere. Aveva scritto lui quella frase sulla pietra. Era tratta da La storia del Graal, di Chrtien de Troyes, e, letta in quel frangente, sembrava parlare di Pius e della sua nuova condizione di cavaliere errante. Volle pensare che fosse stata scritta perch lui la leggesse, che fosse un saluto, lasciatogli da qualcuno che conosceva bene la sua passione per i racconti del Graal.
E questo lo fece sentire meno solo.

46. Feudo di Ervand de Flor.

Quando il conte Tommaso arriv al castello di de Flor, trov uno spettacolo di morte e desolazione. Oltre il portale d'ingresso, c'erano soltanto i suoi uomini ad aspettarlo, nessun altro.
Il siniscalco Evervino gli and incontro con passo mesto e rifer che gli abitanti del castello erano tutti morti, compreso il figlio di de Flor.
Uccisi, tutti. Protese la mano verso il torrione, dove il corpo di un armigero pendeva a testa in gi da una delle finestre, poi indic gli edifici adiacenti: l'officina del maniscalco, quella dell'armaiolo, la cucina. Dentro  una carneficina, disse. Indic in alto, sulle mura, coronate in modo macabro da un intrico di arti immobili e da spade che non avevano fatto neppure in tempo a sporcarsi di sangue. La guarnigione  stata annientata, colta di sorpresa. Ne abbiamo trovato in vita solo uno, concluse scuotendo la testa. Lo hanno scuoiato vivo, sulle gambe. Prima di morire ha fatto in tempo a dirci che sono stati dei diavoli ad attaccare il castello.
Ci sono dei testimoni?
Un rustico, che ha assistito da lontano.
Chi  stato a fare questo scempio?
Forse dei frati, mio signore.
Il conte indur le labbra e scese da cavallo. Si tolse l'elmo e lo mise sotto il braccio sinistro, puntell l'altra mano sul fianco, sollevando con il gomito il mantello di seta rosso, che si intonava alla perfezione con gli arabeschi di sangue tutt'intorno a lui. Stette a guardare, sgomento, lo spettacolo della devastazione che lo circondava; annuiva con furore. Dei frati, ripet, poco convinto.
 quanto ci ha riferito il rustico.
Dov'?.
Il siniscalco punt un dito e glielo indic.
Fatelo venire qui.
A un cenno di Evervino, l'uomo fu sollevato di peso da due sergenti di Charbonnires e trascinato fino ai piedi del conte. Lasciato libero, il villano si prostern. Tremava.
In piedi. Cosa avete visto?.
L'uomo si alz, ma non guard il conte negli occhi. Mille uomini feroci, balbett. Diavoli.
Avete detto che erano frati.
S, mio nobile signore eccellentissimo, l'ho detto. Perch l'ho visto. Erano vestiti solo di sacco. Scalzi. Demoni selvaggi venuti dall'inferno.
Mille?
Quante sono le pecore che accudisco, signore eccellentissimo, pi anche le vacche e i buoi e i maiali.
Non avete visto nessun cavaliere?
L'uomo mosse rapidamente la testa su e gi. Due.
Avete visto le loro insegne?
No, non le avevano. Erano neri come nuvole piene di pioggia. Non hanno fatto altro che guardare da lontano quel che succedeva qui.
Avete visto tutto?
Ho notato i diavoli. Si sono nascosti l dietro. Tese un braccio a indicare l'esterno del castello, dove, spieg, c'era una collina, dietro la quale si era appostato il grosso di quei demoni, mentre un piccolo gruppo veniva a chiedere accoglienza al castello. Poi aveva visto le fiamme divampare e una battaglia con la guarnigione del castello.
Una battaglia tra frati e armigeri?, domand Tommaso, che faticava a prendere sul serio una testimonianza cos inverosimile. Eppure il villano sembrava sobrio e assennato. Gli si potevano ancora scorgere ombre di paura sul viso e, nel raccontare quel che era seguito, si mise a piangere con lacrime vere. Per la sorpresa, non hanno reagito subito e non sono riusciti a respingerli, n a calare la saracinesca e ad alzare il ponte levatoio. Il resto dei frati  saltato fuori da dietro la collinetta e si  precipitato dentro al castello che bruciava; erano armati di bastoni e attrezzi da contadino. Si asciug lacrime e moccio con la manica sbrindellata e per la prima volta guard il conte negli occhi. Non mi sto inventando niente, mio signore eccellentissimo. Io l'ho visto.
E poi, cos'altro?
Il capo di quei demoni, disse il villano con un brivido. Quattro uomini alti e forti lo portavano sollevato da terra, come fosse il papa o un santo in processione.
E che altro avete visto?
Niente, mio signore, nient'altro. Sono fuggito.
Che gli sia data una moneta d'argento, ordin Tommaso, poi mosse la mano, e l'uomo fu di nuovo preso di peso dagli armigeri e trascinato via. Avete trovato quel che cercavo?, domand a Evervino, con la voce arrochita dalla rabbia repressa.
Abbiamo perlustrato ovunque, rispose il siniscalco. Nella stanza in cui de Flor teneva la sua collezione di reliquie non  rimasto nulla.
Tommaso riflett cercando di ricostruire quello che doveva essere successo.
Qualcun altro lo aveva preceduto e si era preso le reliquie di de Flor.
Annu con rabbia scrutando i cadaveri tutt'intorno.
S, chi aveva assalito il castello aveva approfittato del duello e dell'assenza di de Flor. Uomini ben addestrati, travestiti da frati, se si doveva dar credito al villano. La facilit con cui era stato preso il castello sembrava dargli ragione: non c'erano tracce d'assedio, n proietti di pietra al di qua della cortina o segni di macchine d'assedio all'esterno.
Voi, disse, puntando gli occhi contro uno dei sergenti che avevano preso il controllo del castello agli ordini di Evervino.
Il giovane arriv di corsa e pos un ginocchio a terra. Ordinate.
 rimasto qualcosa nelle dispense?
La cucina  stata data alle fiamme, ma qualcosa  rimasto nel piano interrato del torrione.
A voi l'incarico di organizzare una difesa di questo castello. Chiudetevi dentro e attendete. Far arrivare uomini e maestranze per il restauro.
Come desiderate.
Si rivolse al siniscalco Evervino e ad Aldrico Biancamano, che era legato al conte anche da una lontana parentela, oltre che da provata lealt. Venite con me, ordin a entrambi. Rimont a cavallo e lo spron con una scudisciata delle briglie.
I due lo seguirono e cavalcarono al suo fianco senza fare domande circa la destinazione.
Voglio che sia informato subito il vescovo, disse il conte dopo un po'. Messer Evervino?
Ordinate, mio signore.
Mandate a Saint Jean il messo pi veloce che abbiamo.
Certo, mio signore.
Aldrico.
Ordinate.
Voglio che il castello di de Flor sia restaurato. Occupatevi voi di organizzare una guarnigione.
Ma la famiglia?
Questo feudo torna sotto il mio diretto controllo. La famiglia de Flor non esiste pi: due figli hanno perso la vita durante un torneo, il primo diversi anni orsono, il secondo soltanto lo scorso anno, e il terzo  perito nel vano tentativo di difendere il suo castello, mentre il padre combatteva contro Pius e moriva in duello. E non ricordo neppure quanto tempo  trascorso da quando la consorte di de Flor  passata a miglior vita.
Crepacuore, credo.
Il dolore di essere maltrattata da colui che avrebbe dovuto proteggerla, le continue infedelt....
Ad ogni modo, li ferm il conte, non c' nessuna figlia. E se anche ci fosse stata, sarebbe in un convento, adesso, o avrebbe fatto la fine di sua madre sposando uno della cerchia di suo padre.
Brutta gente, fu il laconico commento di Evervino.
Ora abbiamo un problema in meno, rincar Aldrico.
Ma Tommaso aveva sempre visto qualcosa di pi in de Flor. Non soltanto un problema, bens un problema in possesso di oggetti molto preziosi. E adesso che le reliquie erano andate perdute, ai suoi occhi la perdita di quel riottoso vassallo non aveva pi valore.
O forse si sbagliava?
Durante la breve cavalcata che lo riport a Charbonnires, riflett. La morte di de Flor non significava pi entrare in possesso delle sue reliquie, e aveva implicazioni pi inquietanti del previsto: solo poche ore prima aveva ricevuto degli oggetti straordinari e aveva appreso dell'esistenza di un avido eretico cercatore di reliquie. Il pensiero di quella coincidenza lo fece rabbrividire. Era stato il visconte di Anfortas a saccheggiare e distruggere il castello di de Flor?
Decise che, appena arrivato a Charbonnires, avrebbe convocato gli araldi d'armi pi esperti e avrebbe domandato loro chi fosse questo visconte misterioso, quale fosse il suo stemma, e dove si trovasse il suo castello. Gli araldi d'armi disponevano i tornei, registravano i partecipanti identificandoli dalle loro insegne araldiche e, spesso, esaltavano la fama dei protagonisti cantandone le imprese: avrebbero saputo dirgli se costui esisteva oppure no.
Sulle labbra sottili di Tommaso affior un sorriso: aveva un vantaggio. Bench fino a poche ore prima non sapesse neppure di avere un nemico di nome Anfortas, la Provvidenza di Dio gli aveva inviato un templare per informarlo.

47. Feudo di Iselda di Occitania,
vespri.

Come ferito a morte, il sole cadeva seguito da una scia rossastra che pareva lasciata da una mano insanguinata.
Prima di andare da Iselda, Pius fece un giro nel piccolo borgo fuori dalle mura del suo castello e domand se ci fossero state delle razzie durante i giorni in cui lui era stato lontano. Tutto procedeva tranquillo - riferivano i rustici all'unisono - guardandolo dal basso in alto.
Ricevette risposte rassicuranti anche dalle due tessitrici, Adele e Maria. Nessuno era pi tornato a molestarle.
Grazie, messere, che Dio vi benedica, gli dissero riempiendogli di baci le ginocchia. E Pius si rallegr della fine delle loro tribolazioni.
Fece voltare Dragonero e se ne and.
Quando gli armigeri di ronda sulla sommit della cortina videro la sua insegna araldica sullo scudo - il drago trafitto - e udirono il suo nome pronunciato a gran voce, e lo riconobbero, azionarono immediatamente gli argani della saracinesca e calarono il ponte per permettergli di attraversare il fossato colmo d'acqua.
Evviva!.
Lode a messer di Rossocuore!.
Il valoroso!.
Esultavano lanciando in aria elmi, spade, qualunque cosa.
Pius veniva sempre accolto con rispetto dagli uomini e dalle donne che erano rimasti al servizio di Iselda, ma quella sera tutti festeggiarono il suo arrivo e si inginocchiarono al suo cospetto in segno di gratitudine e ammirazione.
L'eroe che aveva battuto il Diavolo in duello.
Il loro liberatore.
Pius consegn Dragonero, lo scudo e la lancia a un sergente, ma tenne agganciata alla cintura la spada, e nessuno ebbe nulla da obiettare, nonostante fosse contrario alle regole. Perch lui ormai era assurto a signore di quella rocca, oltre che dei loro cuori.
Non disse una parola e si sottrasse all'adulazione dirigendosi verso la torre maestra.
Iselda lo abbracci e lo strinse forte a s. Dio sia lodato, ripet. Siete davvero vivo. Non sto sognando, vero?
No, mia signora, colui che di certo sta sognando sono io. Le diede una carezza sulla guancia diafana.
Lei lo strinse pi forte, poi lo allontan un po' per guardarlo. Non siete stato ferito?
Sto bene.
Un mio messo ha assistito al duello ed  corso subito qui a darmi la notizia, ma mi sembrava troppo bella per essere vera, non potevo crederci finch non vi avrei visto sano e salvo con i miei stessi occhi. Gli baci le mani. Grazie a Dio.
Venite, usciamo, la invit Pius.

48.

Il sole si era spento, e la terra era tornata a essere il fondale di quell'abisso nero e profondo che chiamiamo notte. Alzando lo sguardo, Pius ebbe l'impressione di vederne la superficie, con una miriade di gioielli galleggianti.
Il Creato risplendeva di gloria, ma per lui niente era bello quanto il viso alabastrino di Iselda, nessuna stella brillava pi dei suoi occhi.
Erano usciti dal castello passando sotto le facce perplesse degli armigeri di ronda, che li avevano guardati allontanarsi nei prati bui domandandosi se non fossero impazziti entrambi.
Non era mai accaduto prima.
Ma gli uomini della guarnigione non ritenevano necessario far notare a Pius di Rossocuore quanto potesse essere pericoloso avventurarsi all'esterno di notte, con una donna, armato solo di spada. Sapevano che la loro signora era al sicuro, se al suo fianco c'era Pius, che fosse notte oppure no; che avesse o meno le armi con s, messere di Rossocuore sapeva quel che faceva.
Le guardie sorridevano ancora, dall'alto del camminamento di ronda, cercavano di individuarli nell'oscurit, spiando dalle feritoie, e si scambiavano occhiate maliziose, immaginando le prodezze amorose dei due signori, nascosti nell'erba umida e fresca. Ma alla fine alzarono le spalle e ripresero a fare il giro di guardia.
Devo partire, star lontano per un po', sussurr Pius, una mano sotto la nuca, un filo d'erba fra le labbra.
Iselda, che gli sedeva accanto, abbass lo sguardo. Andate via un'altra volta?.
Pius non rispose.
Quando tornerete?
Presto.
Il lungo e doloroso sospiro di Iselda tagli il manto silenzioso che si era steso su di loro.
De Flor non pu pi nuocervi. Inoltre, il conte Tommaso ha gi dato ordine che degli armigeri vengano a dare supporto alla guarnigione del vostro castello. Voi e i vostri sudditi siete al sicuro, adesso.
Non siate ingenuo, Pius. Il conte non vuole dare supporto alla mia guarnigione: se manda degli armigeri, lo fa perch ha intenzione di prendersi il mio castello.
Vorrei poter dire che vi sbagliate e restare per aiutarvi.
Per questo vi allontana.
S, ammise lui con un sospiro.
Era una cosa buona, pens lei: Pius sarebbe stato lontano dal suo buio, dalla sua maledizione. Dove andrete?, gli domand.
Non lo so.
Vi unirete alla crociata?. Lo chiese con il terrore di sentirsi rispondere che vi era costretto dal vescovo e dal conte, al fine di riscattarsi.
Preferirei morire sul rogo, piuttosto. Come potrei unirmi a una tale vergogna?.
Iselda rest in silenzio.
Sono stato bandito dalla contea, disse Pius dopo un po', lasciandosi cadere all'indietro sull'erba umida, le mani intrecciate sotto la nuca. Ma vi prometto che trover il modo di tornare.
Vi aspetter. Iselda alz gli occhi alla volta celeste. Era piccola, insignificante, in confronto all'amore che provava per Pius, e altrettanto irraggiungibile.
Devo cercare un uomo.
Chi?
Il visconte di Anfortas.
Non ho mai sentito di questa viscontea.
Neppure io.
Niente mi rattrista di pi che sapervi lontano, ho paura, e non vorrei restare sola proprio adesso, ma vi chiedo di promettermi che non rischierete la vita per tornare da me.
E voi promettetemi che farete molta attenzione. Date ordine alle vostre guardie di raddoppiare la sorveglianza e innalzare il livello di allerta. Che non facciano accedere entro le mura nessuno che non sia amico fidato, e solo se strettamente necessario. Dite al conte che non avete bisogno di un rinforzo alla guarnigione, temporeggiate.
Far come dite.
Fate bene a diffidare del conte Tommaso. Da un po' di tempo si intende a meraviglia con quel mostro di Galfridus.
Iselda annu. Sapete, la contessa  stata qui.
Beatrice di Ginevra?. Pius ruot la testa. Quando  accaduto?
Alcuni giorni orsono. Ha chiesto ospitalit e si  fermata per qualche ora. Ha voluto parlare con me. Credo che fosse curiosa di vedere con i propri occhi questa creatura maledetta di cui si parla tanto, questo scherzo della natura, proprio come nelle fiere la gente si accalca per ammirare le mostruosit della natura: un uomo con due piccole teste o due gemelli uniti per la carne e per le ossa....
Avete mai visto persone tanto sfortunate?
Tanto quanto me?
Voi guarirete.
Vorrei poterlo sperare.
Forse vi  capitato di sentire parlare di un certo Ademaro il Nero.
Iselda ci pens. Sollev il coperchio polveroso della sua memoria e cominci a cercare. Fu come tirare fuori alla rinfusa degli oggetti da una vecchia cassapanca e trovarvi sotto, inciso nel legno del fondo, il nome Ademaro il Nero.
Una reminiscenza lontana, eppure nitida. Sapori e odori di vecchi ricordi.
Ne ho sentito parlare tanto tempo fa, disse infine.
Chi ?
Un nobile che amava scrivere poesie. Frequentava la corte del conte di Tolosa e del re di Aragona.
 un cataro?
Non so se lo sia adesso. A quel tempo non lo era di certo, per lo erano due dei suoi figli.  sempre stato un buon amico degli eretici di Besirs. Perch mi chiedete di lui?
Ho letto una strana missiva in cui era menzionato insieme al visconte di Anfortas. Pius non riusc a impedirsi di sorridere: Secondo il gran maestro dei templari, questo visconte possiederebbe il Graal.
Anche Iselda pronunci la parola Graal e sorrise. Sono io che vi causo tanto male. Il conte Tommaso vi vuole lontano da me, non dalla contea. Fece per balzare in piedi, con un impeto dettato dalla disperazione, pronta a fuggire via da lui per sempre, ma Pius le afferr un braccio e la trattenne. Non sono mai stato tanto felice come dal giorno in cui vi ho visto per la prima volta. Tutto il resto non ha importanza per me.
Anche per me, singhiozz lei asciugandosi una lacrima con il lembo di una manica.
Dovete essere forte. So che lo siete. Non ho mai incontrato un uomo che sarebbe capace di sopportare per una settimana quel che voi sopportate ormai da anni, e con tanta dignit.
Verrei con voi, se solo potessi.
E io sarei felice di portarvi via da questo inferno. Adesso so per certo che il Graal esiste e che, forse, si trova in un luogo non troppo lontano da qui. Lo trover, vedrete. Il Graal non  un'invenzione di Chrtien: adesso lo so.
Padre Nostro, liberaci da male, sospir Iselda.
Poi tacquero; qualunque altra parola sarebbe stata superflua. Semplicemente restarono distesi sull'erba, l'uno accanto all'altra, a rimirare le stelle che tremavano nell'infinito.
Padre?
Puoi sentirmi, Padre?
Mostrati adesso.

49. Castello di Charbonnires,
laudi.

Tommaso si trovava in una chiesa in cui non era mai stato, circondato da cavalieri templari dalle facce deformi. Comparve anche il vescovo Galfridus: camminava verso di lui con una croce in pugno. Quando gli arriv vicino gli mise la croce davanti al viso e gli ordin di sputare.
Tommaso non esit: sput sulla croce. Un grumo denso di saliva col gi per il braccio pi lungo del crocifisso, impugnato alla base da Galfridus.
Ancora.
Sput tre volte.
Rinnegate Cristo con tutta la vostra anima?
S, io rinnego Cristo con tutta la mia anima.
Credete che Cristo sia Dio?
Non lo credo. Cristo non  Dio.
Credete che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo siano Dio?.
Tommaso rispose: No, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre di differenti.
In cosa credete?
In un unico Padre onnipotente.
Ud soffi rabbiosi, miagolii strozzati; un templare arrivava portando un gatto nero.
Inginocchiatevi, gli disse.
Ubbid.
Baciate le terga di questo simbolo.
In quell'incubo il Tommaso protese la testa in avanti e dopo un po' sent le sue labbra posarsi sullo sfintere umido e caldo del gatto.
Nel nome del Padre Onnipotente.
Lo baci.
Del suo emissario Belzebul.
Baci ancora.
E del nostro Salvatore.
Baci.
Si rimise in piedi.
Adesso aveva davanti dodici templari. Vecchi, la pelle cadente come un cascame di cera fusa e fredda; li baci tutti sulla bocca, e sulle natiche scoperte. Poi venne fatto spogliare e sedere su uno sgabello. Due templari gli afferrarono le braccia e le tennero strette.
Non tutte le cose vere devono essere rivelate a tutti gli uomini, recit il pi vecchio dei templari presenti nel suo sogno.
Nel buio della mente, Tommaso vide volare verso di s una piccola figura rossa, di ferro rovente: un toro con una croce fra le corna; si avvicinava sibilando. Se la sent applicare sulla pelle, all'altezza del cuore, e riusc a stento a trattenere il grido di dolore che gli saliva dal profondo.
Ora siete mio!. Galfridus rideva. Siete in mio potere!. Rideva. Far di voi ci che voglio. Rideva, rideva, rideva.
Tommaso annus l'odore del proprio corpo tramutato in fumo, per nulla diverso da quello di un qualunque animale spelato e marchiato a fuoco, e con voce roca disse: Amen. E in quel momento si ritrov sveglio nel suo letto.
Piangeva, singhiozzando nel silenzio.

50. Feudo di Iselda di Occitania.

Quando la prima luce dell'alba costrinse Iselda a ritrarsi dalla finestra, Pius spron il cavallo e si mise in marcia.
Il vento, come spesso accadeva a quell'ora del mattino, per chiss quale disposizione divina, dalle valli iniziava a soffiare verso l'alto andando incontro alle cime scintillanti di raggi solari. A saperlo ascoltare, lo si poteva udire sibilare nelle gole, gorgogliare nei passi e nei valichi e lo si poteva seguire, come una guida invisibile.
Cavalc senza una direzione in mente.
L'usbergo rilucente, la cotta d'arme nera con il drago rosso sulla schiena, il cappuccio calato sulla testa, gli stivaletti di cuoio ben piantati nelle staffe, la spada e il pugnale nel cinturone, lo scudo al collo e l'elmo appeso alla sella. In una tasca portava anche l'occorrente per riparare la ferratura del cavallo, in caso ce ne fosse stato bisogno: un coltello da zoccoli, un piccolo martello, un pugno di chiodi, quattro ferri di ricambio, una raspa e altri piccoli arnesi. Tutte cose, armi comprese, che avrebbe dovuto portare uno scudiero.
Ma chi, tra coloro che aspiravano a divenire cavalieri, avrebbe desiderato seguire un sospettato di eresia, malvisto dagli ecclesiastici e minacciato di scomunica, un bandito, un dannato?
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51.
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Mancava poco all'ora sesta quando avvist il castello di Ervand de Flor.
Una mestizia nera sembrava avvolgerlo. Sopra, vorticava uno stormo di corvi, inquieto e nero come l'ombra della morte.
Fumo.
Lezzo portato dal vento.
Decise di andare a vedere cosa fosse successo.
Il castello era stranamente silenzioso, come fosse disabitato, un mero cumulo di pietre; ma nei camminamenti sulla cortina c'era un discreto numero di armigeri.
Pius li riconobbe come uomini di Tommaso. Si chiese perch fossero l, cosa potesse giustificare la loro presenza, e perch i vessilli e le insegne del conte di Moriana avessero sostituito quelli di de Flor, ma non gli venne in mente nulla di sensato.
Si avvicin in silenzio al barbacane, davanti al ponte levatoio; con una lieve pressione delle cosce ordin a Dragonero di restare immobile. Ascolt. Dentro la piccola fortificazione c'erano Aldrico Biancamano e messere Evervino; ne riconobbe le voci: stavano parlando tra di loro.
Un urlo ostile cadde dall'alto: Chi siete?.
Era un balestriere. Mirava in basso. Intim: Smontate da cavallo, messere.
Pius dichiar il proprio nome ad alta voce e, in un battito di ciglia, ebbe tutti gli occhi e tutti i dardi puntati contro.
Calma, calma... Abbassate le balestre, ordin messere Evervino sbucando da dietro il barbacane. Abbassatele, ho detto!.
Gli uomini ubbidirono.
Messer Pius!, esclam Evervino spalancando le braccia, cosa ci fate qui?. Guard in alto, verso gli armigeri di ronda. Non conoscete il blasone di messere di Rossocuore? Bestie!.
Gli armigeri porsero le loro scuse, sfilandosi gli elmi sudati dalle teste.
Un vostro notaio mi ha intimato di lasciare la contea, cosicch mi trovo a passare da queste parti, rispose Pius guardandosi attorno. Cos' accaduto qui?
Il castello di de Flor  stato assalito e i suoi abitanti sono stati uccisi senza piet, rispose Aldrico Biancamano. Dio abbia misericordia per le loro anime.
Evervino prese le redini di Dragonero e invit Pius a smontare. Qualcuno star certamente preparando qualcosa da mangiare, unitevi a noi, per un ultimo saluto, ne sarei lieto.
Lieto?, disse Pius, sprezzante. Non siate ridicolo. Smont e lo segu dentro il castello.
Varcato il portale, si ferm al centro dello slargo antistante la seconda cinta muraria, a scrutare la desolazione che lo circondava. Sapete chi  stato?.
Evervino rispose di no. Il conte ci ha ordinato di fare la guardia al castello finch non torna. Far svolgere delle indagini.
Pius era incredulo. Quando  accaduto?
Mentre de Flor era impegnato nel duello contro di voi. Sono venuti qui. Forse li ha fatti entrare il figlio di Ervand, che non era presente al duello. O forse  stata una delle sgualdrine di quel demonio, pace all'anima sua. Sta di fatto che gli assalitori sono entrati facilmente, come fossero invitati a un banchetto.
Nessuno potr mai sospettare di voi, fece notare Aldrico Biancamano, fiero del proprio acume. Voi a quell'ora eravate sotto gli occhi di tutti impegnato in un duello. Ma il suo sorriso di compiacimento si spense sul nascere, a causa dello sguardo severo di Evervino.
Non  cortese il tuo modo di parlare, Aldrico.
Chiedo scusa, non volevo dire.... Scosse la testa e si schiar la voce. Voi, messer Pius, non avete un'idea di chi possa essere l'artefice di questo delitto? Conoscevate molto bene messer de Flor, o per lo meno avreste dovuto.
Perch, tu conosci bene tutti i tuoi nemici?, domand Evervino.
Be', non  quello che intendevo.
S, fece Pius. Mi sono informato su di lui prima di incontrarlo in duello. Era un gran peccatore, ma non aveva nemici. Si corresse e precis: Se si esclude il sottoscritto.
Ecco,  proprio quello che intendevo. Aldrico punt il dito contro la bocca di Pius e si gratt la testa. Per questo poco fa ho detto che  una fortuna che non si possa sospettare di voi.
Nessuno avrebbe potuto sospettare di messer Pius, anche se fosse stato qui durante l'assalto al castello. Lui ....
Non fa niente. Pius ostent una calma pacificatrice. Aveva colto il messaggio di Evervino: stava cercando di dirgli che gli dispiaceva per il bando, e che non condivideva la decisione di Tommaso. Perch il conte ha preso possesso del castello?
Dovreste chiedervi perch non lo ha fatto chi lo ha saccheggiato, piuttosto. Ad ogni modo, come voi saprete, il diritto di edificare postazioni difensive emana dal signore; ai vassalli  proibito costruire castelli fortificati senza permesso, anche nei loro feudi. Perci, se le mie informazioni sono corrette, a de Flor era stato ordinato di consegnare la rocca al conte Tommaso di Moriana gi da un po' di tempo. Credo che il conte abbia sperato nella vostra vittoria durante il duello, cos da chiudere una volta per tutte la vecchia pendenza con il recalcitrante messer de Flor. Ma di certo  rimasto sorpreso e molto turbato da questa scoperta.  tornato a Charbonnires affranto.
Pius guard il cielo azzurro. Si assent, attratto dall'immensit misteriosa che lo sovrastava.
Dove sei?
Ascolt il vento che biascicava, sussurrando la lingua del Creatore in modo incomprensibile.
Parlami.
Dove siete diretto, messer Pius?.
La voce di Aldrico.
Il capitano della guarnigione di Charbonnires lo stava fissando con un sopracciglio alzato, domandandosi cosa mai stesse cercando nel cielo.
Vado dove vuole il Signore, rispose Pius balzando in sella. Vado quando Egli vuole. Fece voltare il destriero verso il portale. E come Egli vuole.
E ve lo ha gi comunicato?, sogghign Aldrico, guardandolo dal basso.
Non ancora, disse Pius, e Dragonero si mosse.
Che Dio sia con voi e vi benedica, messere.
Che Dio esista e benedica anche voi, pens Pius voltandosi indietro per un attimo; che esista, ci ascolti e abbia piet del mondo intero.

52.

Superata una vasta area di conifere dritte come lance, Pius attravers una radura e, seguendo uno stretto sentiero, si addentr in un bosco di querce e faggi. Cavalcava al passo, muovendo gli occhi con attenzione nella luce grigia. Il sentiero si biforcava e lui prese il ramo di sinistra, in discesa, lasciandosi alle spalle quello che sembrava salire, verso chiss dove.
Quando tir le redini e ordin al cavallo di fermarsi, ci fu uno scoppiettio d'ali tutt'intorno, e subito cal un silenzio inquieto.
Fece voltare Dragonero e torn indietro, gli occhi attenti sulla stretta riga di terra battuta che aveva appena percorso. Alla biforcazione imbocc il sentiero in salita. Aveva visto qualcosa, una macchia di colore, ne era sicuro. Il percorso era sconnesso, e in quel punto era coperto da fronde compatte che generavano una penombra simile alla notte. Per riusc a ritrovarlo facilmente. Era un mazzetto di fiori gialli, lasciato da qualcuno alla base di un albero, tra le radici che si snodavano sul terreno come grossi serpenti.
Sulla corteccia c'era una figura, incisa da poco con la punta di un pugnale: i solchi erano ancora umidi. Ne segu il profilo irregolare con i polpastrelli.
Una coppa.
Sotto era stata incisa la frase: C'era grande luce l dentro.
Anche questa era tratta da La storia del Graal; Pius non aveva dubbi al riguardo; conosceva a memoria quell'opera, specialmente i brani in cui si parlava dell'oggetto miracoloso.
Tutto invitava a pensare che qualcuno lo stesse seguendo... no: che lo stesse anticipando, lasciandogli dei messaggi sul cammino.
Ma chi? E perch?
Forse voleva suggerirgli di seguire quel ramo di sentiero?
Controll con attenzione tutt'intorno; c'erano molte impronte di persone scalze, a decine: uomini, donne e bambini. Impossibile stabilire il numero dall'impiastro indefinito che era rimasto sul terreno, ma dovevano essere tante, forse un centinaio. A lato del sentiero, gli aghi e le foglie erano state rimestate dal passaggio di una colonna disordinata, c'erano molti rami spezzati, e capelli caduti qua e l, lunghissimi, che gli si attaccarono alle dita mentre tastava per terra alla ricerca di qualche oggetto che fosse stato perso e che potesse fornire delle informazioni sulle persone che erano passate da l.
Trov soltanto due piccole pezze di tela colorata, poco pi grandi di un pollice, di forma rettangolare, una rossa e l'altra gialla. Se le mise in una tasca.
Ci pens, ma non riusc a dare un significato a quelle tracce. Forse si trattava di pellegrini in marcia che, per qualche strano motivo, avevano preferito percorrere una via alternativa alla Francigena, sempre infestata di balordi. Eppure non sembrava plausibile.
Strani individui, mormor Pius sfiorando con le punte delle dita il profilo sinuoso delle orme. Molti uomini, robusti e armati, pens con una smorfia di disappunto. Alz la testa e strizz gli occhi. Cercava il cielo domandandosi se ci fossero nuvole adesso, e dove fosse il sole per stabilire un'ora, seppure approssimativa, ma vide solamente un coperchio di foglie e una foresta di scheletri ritorti.
Decise che avrebbe proseguito per quella direzione e che avrebbe passato la notte nel bosco.
Segu il sentiero in salita per un lungo tratto, poi lo lasci e si inerpic fra gli alberi, scivolando sul pacciame, finch trov due massi muschiosi che formavano un'apertura, come due giganteschi stipiti. Oltre si apriva un cerchio naturale di pietra, con al centro un pero la cui chioma formava una copertura fitta. Dentro c'era spazio anche per Dragonero. Era una dimora migliore di molte case di rustici e Pius si stup di non trovare tracce del passaggio di altri uomini.
Fece entrare il cavallo, gli tolse la sella, il morso, la gualdrappa, poi gli diede la poca biada che aveva portato e prese per s un pezzo di pane, uno spicchio di formaggio stagionato, una vescica di pelle sgonfia e flaccida contenente l'ultima acqua che gli restava. Ma and a sedersi fuori, perch la differenza fra un riparo e una trappola era a volte molto sottile. Meglio restare vigili all'esterno che rischiare di essere colti di sorpresa in un luogo troppo angusto per usare la spada.

53.

Prese dalla sella due pietre focaie e un ciuffo di canapa, si sedette su una radice nodosa che affiorava dal terreno e si affastell un po' di rami asciutti tra le gambe. Esegu il rituale dell'accensione con calma e sapienza ancestrali. Pochi colpi di pietra focaia, scintille fecondanti, e l'occhio vivo del fuoco si schiuse tra le sue mani, una pupilla arancione in un ovale nero dai capelli arruffati, che pareva osservarlo con stupore, come fosse un'anima appena incarnata. Si soffi con delicatezza nelle mani, sentendole diventare sempre pi calde, deposit quel neonato di fiamma nella culla di rami secchi che aveva preparato e s'inginocchi. Continu a soffiare finch il fuoco non fu abbastanza grande da continuare a divampare da solo.
Crepitava, pieno di vita.
Fiamme nuove giocavano a scavalcarsi a vicenda, in una sorta di gara d'altezza, e a divenire fumo per poter volare via, invisibili nella notte.
Pius mangi, ascoltando con attenzione il crepuscolo che diventava notte e i versi dei rapaci notturni, che spiavano ogni cosa da lass.
Sguain la spada, infil la lama sotto la legna ardente, affondandola per met nella brace, poi appoggi la nuca alla roccia e cominci a inseguire i propri pensieri.
Chi aveva lasciato quei messaggi sul suo cammino?
Un branco di uomini era passato da l di recente. Chi erano? Dove erano diretti?
E cos'era accaduto nel castello di de Flor?
Le spiegazioni di Evervino, riguardo l'edificazione del castello senza il permesso del signore, lasciavano molte zone d'ombra. Ad esempio, non giustificavano lo strano atteggiamento del conte Tommaso.
I brutti pensieri che inevitabilmente stavano per sopraggiungere furono spazzati via da un rumore; un piccolo scricchiolio.
Pius si rizz di scatto, il collo teso e gli occhi spalancati, come un cane che ha avvertito un intruso.
Ancora rumori, un crepitio di rametti spezzati tutt'intorno.
Uomini, molto vicini. Ne avvertiva l'effluvio acre. Un lezzo di sudore e urina che si spandeva nel sottobosco in fili sottili come ragnatele.
Forse briganti, appesantiti dalle armi. Si muovevano a proprio agio nel fitto della vegetazione riuscendo a fare poco rumore.
Vi ho sentito, disse Pius.
E quelli apparvero: tre figure cupe uscirono dall'oscurit e si accostarono con cautela al fuoco, occhi di lupo in facce pelose. Puzzavano, ma indossavano abiti integri e non troppo sporchi, e gambali da signore, di sicuro sottratti alle loro precedenti vittime. Alzate le mani, intim uno di loro puntandogli contro una balestra.
Pius le alz.
I tre briganti si scambiarono occhiate diffidenti.
Da dietro la balestra giunse la domanda: Cosa avete l?. L'uomo mosse la punta del dardo a indicare la sella. Consegnateci tutto.
Va bene, disse Pius, calmo, indifferente al sacco vuoto che gli cadeva addosso.
Mettete tutto l dentro.
Volete che mi derubi da solo?. Sorrise in modo beffardo. Riempitevelo voi stessi il vostro sacco.
Ci hai presi per stupidi?. L'uomo allontan per un attimo la faccia dalla balestra e sput per terra. Riempi il sacco, ho detto.
Vi manda qualcuno?, chiese Pius. Come mi avete trovato?
Senti, senti, disse uno dei tre, battendosi una mazza nel palmo della mano. Perch non lo fai secco?.
Il motivo era semplice: la balestra lanciava un dardo per volta e nessun tiratore era infallibile davanti a un bersaglio mobile; e se avesse sbagliato, il tiratore si sarebbe trovato a essere l'unico dei tre balordi senza un'arma in mano.
Io do un'occhiata alle sue armi, disse l'uomo che impugnava una spada.
Se vi muovete, siete morti, avvert Pius.
L'uomo che imbracciava la balestra replic alla minaccia con un altro sputo. Non hai la spada con te, messere. Riempi il sacco con tutto quello che hai. Soldi e tutto il resto. Fallo o ti ficco questa punta nel cervello.
Qui ci sono tutte le sue armi, comunic l'uomo che stava rovistando nella sella, tenendo sotto controllo il cavallo. C' anche un bel destriero. Si volt di lato e sput. Niente male. Lo guard avidamente. Deve valere un mucchio di soldi. Torn a cercare nelle tasche della sella. Non c' nient'altro, mormor fra s impossessandosi del libro di Pius.
Forza, messere, consegnaci i tuoi averi e poi spogliati. Vogliamo le armi e l'armatura. Non lo ripeter.
Non lo ripet, infatti.
Con un gesto improvviso, Pius port un piede avanti, mise un ginocchio a terra ed estrasse la spada dalle braci. Combatt restando abbassato, piegato su una gamba. Rossa, come una lunga scheggia di sole, la lama tracci scie luminose nell'oscurit, seguendo l'elsa che veniva giostrata da dita abili.
L'uomo non dispone di unit di misura abbastanza piccole per poter quantificare il tempo che impieg Pius a fendere le carni dei tre, cauterizzandole con l'acciaio incandescente: era rosso, oltrech di fuoco anche di sangue, quando fu tutto finito e attorno a s non ebbe che silenzio e morte.
Io fuggo il male, ma esso viene a me in ogni momento.
 questa la tua volont?
Sono io il male, Padre?
...
.
...
FINE Parte 1.